Il Gabbiano di Čechov al Mercadante: tradizione e rivoluzione

- di

Il Gabbiano di Čechov al Mercadante: tradizione e rivoluzione

In scena fino a domenica 1 febbraio al Teatro Mercadante, Il Gabbiano di Anton Čechov, diretto e interpretato da Filippo Dini con Giuliana De Sio, si conferma come uno dei titoli più interessanti della stagione per acutezza registica e consapevolezza critica. Pur nato in un’altra epoca, Il Gabbiano continua a parlare con sorprendente lucidità al presente, attraversando temi che restano intatti nel tempo: una microcomunità familiare, un’attrice alle prese con il declino, uno scrittore affermato e una costellazione di desideri, ambizioni mancate e rimpianti irrisolti. Ciò che colpisce è il modo in cui questi personaggi si muovono emotivamente l’uno rispetto all’altro, tra tensioni sottili e improvvise esplosioni, all’interno di un impianto scenico curato e visivamente suggestivo.
La regia si muove su un assetto essenziale, controllato, in cui l’azione sembra spesso sospesa, trattenuta, che fa della tenuta di Sorin un ampio girone dantesco, in cui i personaggi orbitano inquieti. Un tempo dilatato che riflette l’immobilità emotiva dei protagonisti cechoviani, ma che trova una sua precisa rottura nel personaggio di Konstantin Gavrilovič Treplev, interpretato da Giovanni Drago, vero fulcro concettuale dello spettacolo.


È proprio su Kostja che Dini decide di spostare l’asse della lettura. Il giovane aspirante drammaturgo non è soltanto il figlio frustrato di un’attrice famosa, né l’artista incompreso destinato alla sconfitta: diventa il portavoce di una riflessione esplicita sul teatro, che nella messinscena assume un peso ancora più netto grazie a un monologo di disanima metateatrale.
Questo sfogo di Kostja va oltre la semplice invettiva: è una vera e propria dichiarazione di guerra a un teatro che si è adagiato su sé stesso e, allo stesso tempo, una confessione dolorosa, quasi imbarazzata, di un figlio cresciuto all’ombra ingombrante del successo altrui. Kostja non attacca il teatro perché lo odia, ma perché lo ama troppo per sopportarne la mediocrità. La sua è una critica feroce, sarcastica, volutamente eccessiva, che smaschera un sistema fatto di autocitazioni, di circoli chiusi, di registi che parlano per formule e indicazioni vuote, convinti che basti “gridare” o “divertirsi” per dare profondità a un testo.
In questo flusso verbale, emerge con chiarezza una crisi che è prima di tutto crisi della forma. Čechov scrive Il Gabbiano mentre in Europa serpeggia il fermento culturale che porterà alla nascita delle prime avanguardie teatrali: Kostja sembra incarnare proprio quella generazione antinaturalista che non ne può più delle convenzioni, ma che si trova a nascere troppo presto, soprattutto in una Russia in cui esplode il primo Stanislavskij. Il suo fallimento, allora, non è solo personale o sentimentale, ma storico. Un insuccesso necessario come lo è stato la prima rappresentazione de Il Gabbiano al Teatro Aleksandrinskij di Pietroburgo.
La forza del monologo sta anche nel suo risvolto umano. La polemica contro il teatro si intreccia con l’inadeguatezza esistenziale del personaggio: figlio di una diva, Kostja vive la fama della madre Arkadina come una colpa ereditaria. È “nessuno” in mezzo a chi “è qualcuno”. La richiesta ossessiva di “forme nuove” non è soltanto una questione estetica, ma una richiesta di spazio vitale, di riconoscimento, di possibilità di esistere fuori dall’eco degli altri. Rifiutare il teatro così com’è significa rifiutare anche un destino già scritto.
In questo senso, Dini restituisce tutta la modernità di Čechov: Kostja sembra parlare direttamente al nostro presente, a un sistema culturale che spesso confonde la ripetizione con la tradizione e la semplificazione con la profondità. La sua fuga “alla Maupassant”, senza voltarsi indietro, diventa un gesto radicale: meglio il vuoto che la falsità, meglio il silenzio che una forma morta.
A rafforzare la struttura drammaturgica interviene l’uso delle knee plays musicali, inserite da Dini come cerniere emotive e temporali tra gli atti. Tra la fine del primo e l’inizio del secondo atto, una canzone segna una sospensione narrativa; tra il secondo e il terzo I Still Haven’t Found What I’m Looking For degli U2, dichiarazione esplicita di una ricerca che resta irrisolta; tra il terzo e il quarto, segnati da un salto temporale di due anni, Skyfall di Adele accompagna il peso del tempo e delle illusioni perdute.


Attorno a Kostja ruotano gli altri personaggi: c’è Irina Nikolaevna Arkadina, attrice affermata e madre feroce, interpretata da una Giuliana De Sio magnetica, nervosa, viva. Il suo corpo e la sua voce raccontano il terrore dell’invecchiamento, la fame di applausi, l’ego come unica corazza possibile contro la paura di sparire. Non è un personaggio “simpatico”, e non deve esserlo: De Sio la restituisce in tutta la sua contraddizione, capace di ferire senza rendersene conto, di amare solo ciò che la riflette. Filippo Dini è Boris Aleskseevič Trigorin, lo scrittore osservatore, predatore involontario, uomo che trasforma la vita altrui in materiale narrativo senza mai sporcarsi davvero le mani. Il suo Trigorin è misurato, sottilmente disturbante, attraversato da una malinconia trattenuta che lo rende tanto affascinante quanto irresponsabile.

Accanto ai protagonisti, spiccano le interpretazioni restituite con grande rigore attoriale da un cast solido e perfettamente coerente. Fulvio Pepe, nel ruolo del dottor Evgenij Sergeevič Dorn, costruisce una figura misurata e stratificata, capace di lasciar emergere con naturalezza profondità inattese e una lucida disillusione. Enrica Cortese, nei panni di Maša, offre un’interpretazione intensa e trattenuta, restituendo con precisione il tormento esistenziale e l’amarezza con cui il personaggio guarda alla vita. Virginia Campolucci dà corpo a una Nina fragile e luminosa, credibile nel ruolo di musa ingenua e poi disincantata, attraversata da un desiderio di affermazione che si scontra con la realtà.
Completano efficacemente il quadro Valerio Mazzucato (Pëtr Nikolaevič Sorin), che conferisce al personaggio una malinconica umanità, Gennaro Di Biase (Il’ja Afanas’evič Šamraev), incisivo nel tratteggiare l’irritazione e la frustrazione dell’amministratore, Angelica Leo (Polina Andreevna), intensa e dolente nelle sue tensioni irrisolte, ed Edoardo Sorgente (Semen Semenovič Medvedenko), che restituisce con misura e delicatezza l’ingenuità del giovane maestro.


Di forte impatto la scenografia di Laura Benzi, in dialogo con le luci di Pasquale Mari, le musiche di Massimo Cordovani e i costumi di Alessio Rosati. La scena, concepita come una grande scatola riflettente, evoca la tenuta di Sorin sulle rive del lago attraverso superfici specchianti e un fondale pittorico che moltiplicano lo spazio, trasformandolo in un paesaggio mentale in cui interno ed esterno si fondono. Il lago diventa specchio dell’anima dei personaggi, simbolo delle loro inquietudini.
Sorprendente il lavoro su luci e suoni, dal frinire delle cicale al vento che soffia fuori dalle sale, accompagna le variazioni emotive dei quattro atti, fino al finale invernale, più cupo e claustrofobico, in cui lo spazio sembra contrarsi insieme alle vite dei protagonisti.