Come gli uccelli: amore e guerra al Bellini di Napoli

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Come gli uccelli: amore e guerra al Bellini di Napoli

C’è un libro su un tavolo di biblioteca. Lo stesso libro, sempre. Da due anni. Eppure ogni volta appartiene a qualcun altro, o forse no. È questa l’inquietudine matematica e sentimentale da cui prende avvio Come gli uccelli, lo spettacolo del Mulino di Amleto firmato da Marco Lorenzi, in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 15 febbraio, tratto dal testo Tous des oiseaux del drammaturgo franco-libanese Wajdi Mouawad, tradotto per Einaudi da Monica Capuani, qui anche in veste di drammaturga.
Mouawad (1968) è una delle voci più potenti e originali del teatro contemporaneo. Con Come gli uccelli inaugurò nel 2016 la sua direzione a La Colline, uno dei teatri parigini più attenti alle nuove drammaturgie: un gesto programmatico, una dichiarazione d’intenti. Il testo è diventato nel tempo uno dei suoi lavori più rappresentati e tradotti al mondo, e allo stesso tempo uno dei più incandescenti e discussi. La sua caratteristica distintiva è la capacità di fondere grandi narrazioni storiche e storie personalissime, conflitti atavici e tensioni umane ed etiche dei classici: si parte dalle parti di Romeo e Giulietta e si arriva fino a Edipo, in un territorio in cui i personaggi sono costretti a guardarsi allo specchio.
La storia è quella di Eitan (Federico Palumeri), giovane ebreo di origine israeliana cresciuto in Germania, genetista abituato a interpretare il mondo con gli occhi della scienza, e di Wahida (Lucrezia Forni), giovane americana di origini palestinesi, impegnata in una tesi su al-Hasan ibn Muhammad al-Wazzān, il colto diplomatico marocchino del XVI secolo rapito da pirati cristiani e donato a papa Leone X, il celebre Leone l’Africano. I due si incontrano e si innamorano in una biblioteca di New York, a dispetto delle rispettive identità. Ma il padre di Eitan, David (Elio D’Alessandro), ebreo ortodosso, si oppone duramente al loro matrimonio, precipitando ben presto verso territori molto più oscuri e sconvolgenti: una Gerusalemme colpita dagli attentati, segreti di famiglia tenuti sepolti per decenni, identità multiple che stentano a ricomporsi.


Il meccanismo teatrale di Mouawad è affascinante: la cronologia degli avvenimenti viene scomposta e rimescolata tra il 1967, il 1982 e il 2017, tra Gerusalemme, New York e Berlino. Lo spettatore deve ricostruire passo passo le connessioni tra i personaggi, come si componesse un mosaico. Lorenzi, che oltre alla regia adatta il testo con Lorenzo De Iacovo, sta al gioco a rimpiattino ideato da Mouawad con il destino, ricreando con sapienza questo intreccio di piani temporali e geografici. La pièce dura più di tre ore, ma cattura: è gettata con grazia e precisione in tre continenti e diversi livelli temporali, e porta fino in fondo il peso di una storia che non permette scorciatoie.
Al centro della scena domina un muro alto, massiccio, simbolico: ruota, si sposta, divide e crea gli spazi, proietta date e didascalie in lingue diverse, suggerisce atmosfere attraverso le luci di Umberto Camponeschi. Non è solo un elemento scenografico: è la metafora che percorre tutto lo spettacolo, lo spazio post-babelico in cui si proiettano i confini politici e interiori, i meccanismi di difesa e gli argini dell’identità. Intorno ad esso risuona il plurilinguismo dello spettacolo, ebraico, arabo, tedesco, italiano. Il disegno sonoro è curato da Massimiliano Bressan.
Il cast meticcio funziona molto bene: Federico Palumeri e Lucrezia Forni portano sulle spalle il peso della storia centrale con immediatezza e freschezza. Irene Ivaldi dà alla nonna Leah una presenza carica di segreti trattenuti; Rebecca Rossetti incarna la fredda aderenza alla realtà di Norah; Aleksandar Cvjetković restituisce la rassegnazione pacata di Ethgar, il nonno. Ma è forse Barbara Mazzi, nella parte apparentemente minore della soldatessa Eden, a consegnare allo spettatore le parole più taglienti dello spettacolo: «Non c’è riconciliazione possibile. Troppe terre rubate, bambini uccisi, autobus fatti esplodere... Contiamo i nostri morti senza contare i loro, e quando i loro morti sono più numerosi dei nostri cantiamo vittoria». Completano il cast Said Esserairi e Raffaele Musella.


Il tratto stilistico più originale dello spettacolo è la sua musicalità spezzata. I monologhi avanzano per associazioni, si perdono, tornano indietro. I personaggi parlano spesso come se l’altro non ascoltasse. È un teatro del malinteso e della prossimità impossibile, eppure mai nichilista: sotto la frattura c’è sempre il desiderio di connessione. La drammaturgia lavora per confronti serrati e scene di grande intensità simbolica, a volte con l’arma retorica usata con l’effetto di una rivelazione, talvolta con soluzioni narrative che servono più a porre domande che a risolvere la verosimiglianza. Nessuna partigianeria, nessuna soluzione consolatoria: Mouawad osa mettere al centro una famiglia ebraica con tutte le sue contraddizioni, guardando il conflitto israelo-palestinese senza scegliere nessuna parte.
Significativa la presenza nel testo della figura del cartografo arabo del Cinquecento, contemporaneo di Leonardo e Machiavelli, vissuto tra due mondi, la cui tomba non fu mai trovata. Leone l’Africano è lo specchio attraverso cui Mouawad pone le domande che bruciano ancora oggi: cosa significa essere un rifugiato? Un migrante? Un essere ‘tra’ culture? La tesi di laurea di Wahida diventa così il pretesto per interrogare la Storia con la maiuscola attraverso una storia minuscola e personalissima, quella di un uomo che passò la vita a cavallo di mondi inconciliabili, e che alla fine scomparve senza lasciare traccia.
Come gli uccelli non è uno spettacolo comodo. Richiede attenzione, disponibilità al disorientamento, volontà di stare nell’ambiguità. In cambio offre qualcosa di raro: la sensazione che il teatro possa ancora essere il luogo in cui le contraddizioni del presente trovano forma e voce. Nella versione curatissima del Mulino di Amleto, esito più maturo e consapevole della compagnia torinese, frutto di due anni di lavoro approfondito, lo spettacolo è capace, come nella Pèsach evocata dai suoi personaggi, di proiettarci in una dimensione né consolatoria né disperata, ma emancipatoria: un’utopia di pacificazione e verità al di là di ogni muro. Come gli uccelli, appunto, che sopra i muri si muovono liberi e sconfinati. Marco Lorenzi conferma di essere tra le voci registiche più interessanti del panorama italiano contemporaneo.