C'è una domanda che Antonio Latella pone prima ancora che le luci si abbassino, e che rimane sospesa nell'aria per tutta la durata dello spettacolo: cos'è il male? Non chi è il male. Cosa. Una distinzione tutt'altro che sottile, che rivela immediatamente l'ambizione e l'intelligenza di questo allestimento del Riccardo III shakespeariano, prodotto dal Teatro Stabile dell'Umbria e dal LAC Lugano Arte e Cultura, attualmente in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 1° marzo, dopo aver debuttato in prima assoluta al Teatro Morlacchi di Perugia e aver conquistato il Piccolo Teatro Strehler di Milano.
L'immagine d'apertura dice già tutto: è l'alba in un bosco fiorito, gli uccelli cantano, un cane che abbaia, e dall'albero cavo al centro della scena emerge lentamente un uomo che indossa i bianchi abiti della regalità. Può, in questo eden sospeso e nitido, irrompere il seme del male e della morte? Sì. E il contrasto tra quella bellezza floreale e ciò che quell'uomo rappresenta è forse la sintesi più limpida dell'intera operazione registica: il male non abita la disarmonia, abita la bellezza. È il giardino dell'Eden, non la palude della mostruosità.
La scelta più coraggiosa, e più riuscita, è quella di spogliare Riccardo di ogni deformità fisica ostentata. Latella lo dichiara apertamente nelle sue note: quell'alibi di deformità che Shakespeare costruì per il pubblico elisabettiano non può più funzionare nel ventunesimo secolo. Se il corpo mostruoso diventa giustificazione, lo spettatore si commuove per il diverso anziché interrogarsi sulla natura del potere. La rinuncia alla gobba non ha peraltro alcuna attinenza storica, la recente scoperta dello scheletro di Riccardo III ha paradossalmente riaperto quel dibattito, ma soprattutto è una scelta drammaturgica precisa: privare il pubblico di quella consolazione con cui si tende ad accogliere il male come qualcosa di estraneo, di altrui, di riconoscibile nell'altro. Latella mette invece sotto indagine la crudeltà immanente nella natura, e la affida allo spettatore come uno specchio.

Vinicio Marchioni abita questa visione con precisione e carisma straordinari. Il suo Riccardo non zoppica, non ghigna grottescamente: ha piuttosto uno spasmo alla spalla destra, un tic nervoso e quasi innocuo che diventa inquietante proprio perché incontrollabile. È un uomo che si annoia profondamente, che disprezza la pace con la stessa intensità con cui altri desiderano la guerra. Parola e corpo si fondono in uno strumento al servizio della seduzione: Marchioni è vocalmente tonante come un re, adulatorio come un doppiogiochista senza scrupoli, e capace di attraversare ira, tenerezza, sarcasmo e spietatezza con una fluidità che lascia senza fiato. La sua battaglia non è per la corona, sembra dirci Latella, ma per la sottomissione di tutto ciò che gli resiste, e sarà proprio ciò che non riesce a sottomettere a dargli scacco matto.
In questo Riccardo III il sangue non scorre concretamente: si annida sospeso nella violenza delle parole, silenzioso all'ombra delle piante fiorite del giardino. Ed è qui che la traduzione di Federico Bellini rivela tutto il suo valore. Il testo scivola tra registri diversi con naturalezza quasi wildesiana, ironica e sferzante nella prima parte, via via più diretta e spezzata man mano che il potere di Riccardo vacilla. È una lingua che perde bellezza insieme al suo protagonista, quasi che la forma stessa del dire seguisse la progressiva perdita di controllo dell'uomo. Marchioni la abita con rara sensibilità, rendendola ora seduzione ora minaccia, ora confessione ora insulto.
Latella e Bellini hanno inoltre introdotto una figura originale, il Custode (un bravissimo Flavio Capuzzo Dolcetta): guardiano del giardino-Eden, servo ambiguo che serve la bellezza del luogo più che qualsiasi signore terreno. È lui a scandire i tempi della narrazione, ad accompagnare ascesa e rovina di Riccardo, e sarà lui a sparare il colpo finale, custode del paradiso o del cimitero? La domanda resta aperta, come si conviene.

Il tratto più originale della lettura di Latella è forse il trattamento dell’universo femminile. Mentre i personaggi maschili tendono all'adulazione e alla servitù, le donne attorno a Riccardo gli chiedono conto con schiettezza implacabile. Candida Nieri è una Regina Margherita di potenza visionaria, creatura fuori dal tempo che sembra germogliata direttamente dalla terra del giardino, capace di incarnare il personaggio con grande personalità e sarcasmo. Silvia Ajelli nei panni di Elisabetta e Anna Coppola come Duchessa di York e Regina Madre completano un trittico che diventa il vero centro morale dello spettacolo, sono loro, con le loro maledizioni e la loro memoria, a determinare in ultima istanza la caduta del re.
Giulia Mazzarino è una Lady Anna che non si lascia ridurre a vittima: la sua resa a Riccardo è quella di chi sa di cedere a qualcosa di più grande di sé, e lo fa con gli occhi aperti, in una scena, il corteggiamento, di straordinaria intensità e perfetta intesa con Marchioni. Il meccanismo di attrazione e repulsione che le donne vivono nei confronti di Riccardo è forse la chiave più moderna e più vera dell'intera messinscena.

La scenografia di Annelisa Zaccheria costruisce un giardino che è al tempo stesso Eden e cimitero: gli annaffiatoi sparsi qua e là, i secchi, il tronco cavo che è torre e ventre della natura insieme. Il fondale in plastica riflette il verde della vegetazione, mentre i costumi settecenteschi sgargianti di Simona D'Amico, coloratissimi per tutti tranne che per il bianco di Riccardo, non-colore e colore del lutto, costruiscono un sistema di rimandi continui. Le luci di Simone De Angelis completano atmosfere di rara eleganza.
La scena vive una staticità apparente, con personaggi spesso di profilo o di spalle, talvolta impallati: una scelta che non è indifferenza estetica ma strategia precisa, volta a privilegiare la parola e a non caricare le immagini di estetica consolatoria. Ne beneficia il cast tutto, chiamato a una prova altissima: da segnalare il trasformismo di Annibale Pavone che interpreta tre personaggi (Clarence, Re Edoardo e Stanley) con precisione sorprendente, e la solidità complessiva di Stefano Patti nei panni di un Buckingham psicologicamente complesso, uomo che scopre di essere pedina solo quando non può più cambiare la partita.
Questo Riccardo III firmato Latella è teatro che non si accontenta di raccontare la storia di un usurpatore: vuole interrogare il pubblico sul proprio rapporto con il potere, la seduzione e la complicità. E lo fa attraverso uno strumento, la parola shakespeariana riletta da Bellini, di straordinaria efficacia. Con Vinicio Marchioni nel ruolo del protagonista, il risultato è uno spettacolo che rimane addosso, come rimangono addosso le cose belle e un po' pericolose.