Enza Barra: «Il teatro ha bisogno di donne che portano addosso la vita vera».

- di

Enza Barra: «Il teatro ha bisogno di donne che portano addosso la vita vera».

Nel teatro gremito, quando Enza Barra irrompe in scena nei panni di Cioccola, pornodiva in prepensionamento, memoria carnale di un erotismo senza filtri, qualcosa si spezza. Attrice napoletana con una carriera che spazia dal teatro di Eduardo Scarpetta al cinema di Antonio Capuano (Achille Tarallo, 2018), passando per la televisione con Gomorra 3, Un Posto al Sole fino a Piedone - Uno sbirro a Napoli per la regia di Alessio Maria Federici con Salvatore Esposito, Enza Barra porta in "Le Pornoprecarie – Quelle di OnlyFals" tutta la sua esperienza di interprete che non ha mai avuto paura del corpo e della verità scenica.
In questo spettacolo scritto e diretto da Maria Bolignano, accanto a Nunzia Schiano e Yuliya Mayarchuk, Enza Barra incarna Cioccola: non solo un personaggio, ma un manifesto. Tra algoritmi che sostituiscono il desiderio, piattaforme come OnlyFans che mercificano la carne e tre donne non più giovani che trasformano un appartamento in set hard per sopravvivere, lo spettacolo pone una domanda scomoda: l'emancipazione femminile è vera libertà o una nuova, più sottile forma di schiavitù? Formata alla scuola del teatro napoletano con Benedetto Casillo e dell'Università popolare dello spettacolo diretta da Pippo Baudo, Barra sa che il corpo in scena non chiede scusa. E Cioccola, con la sua risata che nasconde una ferita aperta, è forse l'unica rivolta ancora possibile.
L'ingresso di Cioccola è un colpo di teatro purissimo. Quando entri in scena senti di portare con te solo un personaggio o anche una memoria collettiva dell'erotismo popolare italiano, quello senza filtri e senza vergogna?
«Cioccola è un personaggio che rievoca una memoria collettiva di un erotismo che forse non esiste più, eppure lei ci si aggrappa ancora da fedele nostalgica. Rievoca qualcosa a chi quegli anni li ha vissuti, ma è anche spunto di riflessione per i più giovani che poco vivono la carnalità e la genuinità. C'è una dimensione di verità in Cioccola che oggi rischiamo di perdere: quella di un corpo che si racconta senza mediazioni, senza paura del giudizio. È un'urgenza teatrale, oltre che umana».
In "Le Pornoprecarie" il corpo non è merce ma linguaggio. Ti sei mai sentita, nella tua carriera, spinta a "dosare" il corpo, la voce, l'eccesso per risultare più accettabile?
«La fisicità, il corpo è da sempre un biglietto da visita e fonte di ricchi giudizi per i superficiali. Dosare vuol dire sentire un disagio... forse quando ero giovane l'ho provato. Col tempo ho imparato ad amarlo, a gestirlo anche scenicamente, e ho capito che con eleganza si può fare tutto. Non si tratta di nascondersi, ma di abitare il proprio corpo con consapevolezza. La scena mi ha insegnato che la libertà non è nell'eccesso fine a se stesso, ma nella verità del gesto».
Lo spettacolo dice una cosa scomoda: l'emancipazione non passa né dalla repressione né dalla mercificazione. Secondo te oggi alle donne è davvero concessa l'autodeterminazione o solo una libertà condizionata dall'algoritmo?
«Io credo che l'emancipazione oggi, in maniera ancor più pericolosa, viaggi sul filo del rasoio tra repressione e mercificazione. Dobbiamo stare molto attente. La strada è ancora lunga. Ci illudiamo di essere libere perché possiamo mostrare tutto, ma spesso lo facciamo secondo codici che non abbiamo scelto noi. L'algoritmo non è neutro: premia, censura, orienta. E noi rischiamo di diventare performer della nostra stessa vita, senza accorgercene».


"Le Pornoprecarie" parla di precarietà economica, affettiva, identitaria. Quanto questo senso di instabilità ti sembra vicino alla condizione delle donne, e degli artisti, di oggi, anche fuori dalla scena?
«Il ruolo che la società ci impone ci rende eternamente precarie. Chi lo ha detto che per essere realizzate dobbiamo saper fare tutto? Potremmo far meno, fare ciò che amiamo e non ciò che ci è richiesto, e farlo al meglio, ma questo è un mio pensiero. Viviamo in una condizione di perenne inadeguatezza, sempre in bilico tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere. E questa precarietà non riguarda solo il lavoro, ma l'identità stessa. È una condizione esistenziale».
L'intelligenza artificiale nello spettacolo sostituisce lavoro, amore, desiderio. Ti spaventa di più l'idea di essere rimpiazzati o quella di essere addestrati a somigliare alle macchine?
«A me spaventa che rischiamo di farci sopraffare. Non tanto dall'intelligenza artificiale in sé, ma dall'idea che possiamo essere sostituibili, replicabili. Quando perdiamo la consapevolezza della nostra unicità, della nostra imperfezione umana, è lì che diventiamo macchine. E questo è il vero pericolo».
Cioccola è una donna che ha vissuto, sbagliato, goduto, pagato il prezzo. Pensi che al teatro oggi manchino personaggi femminili maturi, complessi, carnali come lei?
«Il teatro ha bisogno di personaggi forti. Leggevo un libro della Murgia ultimamente, "Morgana": donne che a modo loro hanno fatto, in ogni ambito, una piccola rivoluzione e di cui si è parlato poco. Donne strane, controcorrente, ognuna con una piccola grande battaglia. Ecco, il teatro dovrebbe dare voce a queste donne, quelle che portano addosso la vita vera, con le sue rughe, i suoi desideri, le sue contraddizioni. Non solo icone o vittime, ma esseri umani interi».
Guardando indietro alla tua carriera, c'è stato un momento in cui hai dovuto scegliere tra essere fedele a te stessa e restare "funzionale" a un sistema che non sempre ama le donne libere?
«Ho sempre scelto in maniera forse fin troppo misurata per la carriera, ma non rimpiango nulla. Sono serena! Resto fedele a me stessa. Ho provato ad ascoltarmi: qualche volta ci sono riuscita, altre no. Ma è proprio in quei "no" che ho imparato dove sono i miei confini. E oggi so difenderli meglio».


Il pubblico ride, ma dietro la risata c'è una ferita aperta. Che responsabilità senti, oggi, come attrice, nel portare in scena storie che parlano di corpi, potere e libertà?
«Ci si sente sempre responsabili di far passare messaggi positivi. Ma non nel senso consolatorio del termine. Positivo significa generativo, che apre domande, che non lascia indifferenti. Il riso può essere rivoluzionario se porta consapevolezza. È una responsabilità grande, ma anche un privilegio».
Fuori dal teatro, quando cala il sipario e il mondo smette di guardare, come ti prendi cura di te? C'è un gesto, un'abitudine, un rifugio che ti tiene viva e curiosa?
«Adoro nutrire l'anima. Stare con i miei figli mi riempie, ma anche leggere un buon libro o cucinare qualcosa di buono per la famiglia. Profumi di piatti succulenti che facciano sentire a casa. Sono quei gesti semplici, rituali, che ti riportano a te stessa. La cura non è solo fisica, è attenzione, è tempo dedicato a ciò che conta davvero».
Se potessi esprimere un desiderio, senza autocensure e senza realismo imposto: qual è il sogno artistico o umano che senti ancora urgente da realizzare?
«Io non sogno in grande... ma se desiderare di fare sempre questo lavoro con immensa gioia lo è... allora sì, sogno in grande. Vorrei continuare a emozionarmi, a emozionare. Vorrei che il teatro restasse un luogo di verità, di incontro, di resistenza. E vorrei poterlo fare fino alla fine, con la stessa curiosità del primo giorno».
Un'ultima domanda: quali sono i tuoi prossimi progetti in uscita?
«Nel frattempo continueranno "Le Pornoprecarie"... poi vedremo... la vita non smette di sorprenderci e io sono pronta. Mi piace lasciarmi sorprendere, tenere le porte aperte. Essere attrice è anche questo: saper aspettare il momento giusto, senza forzare».