Candelora 2026: la Juta dei femminielli resiste lontano da Montevergine

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Candelora 2026: la Juta dei femminielli resiste lontano da Montevergine

Quest’anno Montevergine non ha risuonato dei passi, dei tamburi, delle voci che da decenni la raggiungono ogni 2 febbraio. La frana dello scorso novembre ha spezzato la strada sul Partenio e, per la prima volta dopo lunghissimo tempo, il Santuario di Mamma Schiavona è rimasto inaccessibile. La montagna, ferita, ha imposto una pausa. Eppure la Candelora non si è fermata. Ha solo cambiato voce. Più sommessa, meno rumorosa, ma non meno potente.
Molte e molti hanno rinunciato a salire, qualcuno per rispetto, qualcuno per paura, qualcuno per stanchezza. Ma la devozione, quella vera, ostinata, ha trovato un’altra strada. La Juta dei femminielli del 2026 si è spostata a valle, a Mercogliano, nella Chiesa dell’Annunziata. Un cambio di scenario che poteva sembrare un ridimensionamento e che invece si è rivelato, ancora una volta, un atto di resistenza collettiva.
La Candelora, a Montevergine, non è solo una festa religiosa. È memoria, identità, corpo che cammina, fede che si mescola alla carne viva delle persone. Diventata un punto fermo per la comunità LGBTQIA+, un simbolo di accoglienza conquistata e difesa, un rito che parla di marginalità trasformata in presenza. E anche senza il Santuario, anche lontani dall’icona medievale della Vergine in trono, Mamma Schiavona è stata lì. Nei gesti. Nelle parole. Negli sguardi.
A celebrare la messa è stato Don Vitaliano Della Sala, figura ormai indissolubile da questa storia. Non è la prima volta che apre una porta quando altre si chiudono: già nel 2002, quando i femminielli furono allontanati da Montevergine, fu lui ad accoglierli a Capocastello. Vent’anni dopo, il gesto si rinnova. E acquista un peso ancora più grande. La liturgia del 2 febbraio, festa della Presentazione di Gesù al Tempio, anticamente chiamata Hypapante, “incontro”, ha trovato una traduzione concreta e disarmante. Incontro tra corpi diversi, storie diverse, scelte diverse. Incontro che non è scontro.
Durante la messa, alcune persone appartenenti alla comunità LGBTQIA+ sono salite sull’altare a leggere le letture e i salmi. Un fatto senza precedenti nella storia della Candelora. Incredulo. Incredibile. Un femminiello, una drag queen, una donna trans a proclamare la Parola. Non come provocazione, ma come preghiera.
Prima della celebrazione, Massimo Saveriano dell’associazione Per Grazia Ricevuta ha letto un testo che ha attraversato la chiesa come un colpo al petto. Un grido contro il silenzio, l’indifferenza, l’odio. Il ricordo di Paolo, giovane ferito dal mondo, lasciato solo dallo Stato, ucciso da parole ripetute fino a diventare macigni. «Noi eravamo reali. Noi eravamo amabili. Noi eravamo umani. Accendiamo questa luce per Paolo. Per tutti noi. Per tutte le persone e le vite spezzate dall'omofobia, dalla transfobia, dall'indifferenza. Per chi camminava con coraggio e ha trovato silenzio». Candele accese non solo per ricordare, ma per promettere. Per scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
Nell’omelia, Don Vitaliano ha messo a nudo il senso profondo di questa giornata: «Chi non sa incontrarsi tra diversità si scontra e le guerre sono questo, nascono dal non riconoscersi, di non riconoscere l'altro, di volere che l'altro faccia quello che diciamo noi. E le guerre nascono così». Ha parlato di Gesù come “segno di contraddizione”, schierato dalla parte degli ultimi, di chi non conta, di chi viene messo ai margini. E ha lanciato un messaggio netto, senza mezzi termini: o impariamo a riconoscerci nelle differenze, o continueremo a distruggerci. La candela portata a casa, ha detto, da sola conta poco. Insieme, diventano fuoco. Fuoco che cambia il mondo.
Prima del Padre Nostro, la preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia, per le vittime della “stupidità umana”. Parole semplici, durissime, necessarie. Dio chiamato “papà”, perché se è padre di tutti, allora siamo davvero tutti fratelli e sorelle. E non è uno slogan: è un programma politico, umano, spirituale. Dopo la messa, la Candelora è continuata come da tradizione a tavola, al ristorante, dove la festa dei femminielli ha trovato spazio per altre parole, altri brindisi, altra comunità. Il tutto organizzato dall'ATN con degli ospiti eccezionali le famose drag Gold Queen e Last Queen.
Sono arrivati il sindaco di Mercogliano, Vittorio D’Alessio, il vicesindaco di Atripalda Domenico Landi, e ancora Don Vitaliano. Ognuno ha portato il suo pezzo. Loredana Rossi, presidente di ATN, Associazione Transessuali Napoli ha detto una frase che pesa come una dichiarazione di esistenza: «La Chiesa ci ha accolti come figli di Dio. Ci siamo».
Don Vitaliano ha spiegato il senso di ciò che era accaduto sull’altare: «Voi siete le protagoniste di questa giornata. Era giusto che lo foste anche lì». Una frase semplice, ma rivoluzionaria.
Il sindaco ha annunciato che proprio il giorno della Candelora sono iniziati i lavori per la messa in sicurezza della strada verso Montevergine. Come se la luce accesa a Mercogliano avesse acceso qualcosa anche lassù. Una Candelora diversa, storica, che prepara, si spera, un ritorno ancora più consapevole.
E poi le parole dell’esperienza di Last Queen, affidate ai social, che hanno dato forma a ciò che molti hanno sentito senza riuscire a dirlo:
«Non solo inclusione, ma Vangelo vissuto. Non scandalo, ma luce. Non rottura, ma riconoscimento».
La Candelora 2026 resterà nella memoria come l’anno del silenzio della montagna e del rumore dell’umanità. L’anno in cui Montevergine non si è potuta raggiungere con i piedi, ma si è toccata con il cuore. Perché la fede, quando è vera, non resta chiusa nei santuari. Scende a valle. Entra nei corpi. Cambia strada. E continua a camminare.