È in scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 1° febbraio La città dei vivi, adattamento teatrale dell’omonimo romanzo di Nicola Lagioia, con la regia, i video e la drammaturgia di Ivonne Capece, con Sergio Leone, Daniele Di Pietro, Pietro De Tommasi, Cristian Zandonella e altri interpreti in video Tindaro Granata, Arianna Scommegna, Pasquale Montemurro, Marco Té, Samuele Finocchiaro, Stefano Carenza, Pietro Savoi, Lorenzo Vio, Ioana Miruna, Penelope Sangiorgi, Barbara Capece, Luigi de Luca, Pietro Gennuso, Giuseppina Manaresi e Olmo Broglia Anghinoni.
Uno spettacolo tra teatro e videoarte anni ’80 che porta lo spettatore dentro l’orrore, dentro il disagio, dentro quella zona grigia in cui il male smette di essere un’eccezione e diventa possibilità umana. È uno spettacolo che non consola, non assolve, non offre appigli morali. E proprio per questo colpisce.
Ivonne Capece lo dichiara fin dall’inizio: non siamo nel territorio del true crime, né della ricostruzione documentaria. I nomi non vengono pronunciati, i personaggi si fanno archetipi. Eppure la realtà, quella del delitto di Luca Varani, avvenuto a Roma nel 2016, resta una presenza fantasma, insistente, impossibile da ignorare. Il rapporto con il reale è filtrato, ma mai anestetizzato: ciò che arriva in platea è un impatto emotivo viscerale, quasi fisico.

La scena si presenta come una Roma stratificata e contraddittoria: frammenti di statue classiche poggiano su frigoriferi e lavatrici, l’eternità accatastata sull’usa-e-getta, la bellezza imprigionata nella precarietà. È un’immagine potentissima, che sintetizza l’idea di città, e di umanità, proposta dallo spettacolo: luogo di grandezza e miseria, di cultura e abbandono morale. Roma non è sfondo, è organismo. Guarda, assiste, ingoia. Roma viene raccontata come un organismo saturo: marmo e topi, angeli e sangue, bellezza e putrefazione che convivono senza più imbarazzo. Una città dove tutto è già successo e dunque nulla sorprende davvero, nemmeno l’orrore. L’omicidio non è un’eccezione: è una conseguenza. Un precipitato chimico di potere, privilegio, rimozione, droga, omertà affettiva.
Lo spettacolo si apre con un coro da stadio: voci lontane, maschili, tribali. Un suono che appartiene più al ventre che alla testa. È Roma che parla prima ancora di mostrarsi. Una Roma collettiva, brutale, popolare, violenta e accogliente allo stesso tempo. Subito dopo, la scena si fa immagine fondativa: in scena ci sono i tre attori che incarnano la lupa romana. Un corpo maschile, quello di Sergio Leone, nudo di simboli e carico di senso, diventa matrice. I due ragazzi succhiano dal suo petto. Non è un gesto erotico: è primordiale, disturbante, politico. Roma che allatta i suoi figli. Roma che li genera e, allo stesso tempo, li condanna.
Da qui in poi, La città dei vivi ci racconta in modo frastagliato, ossessivo e confuso la storia con al centro, quattro attori che non risparmiano nulla. La loro interpretazione è totalizzante, muscolare, a tratti feroce. Sergio Leone attraversa più ruoli: padre, alter ego dello scrittore, figura morale spezzata, con una precisione dolorosa. Daniele Di Pietro e Pietro De Tommasi incarnano due forme diverse ma complementari della deriva: fragilità, narcisismo, bisogno di dominio, paura dell’identità. Cristian Zandonella, nel ruolo della vittima, è corpo esposto, sacrificio umano, presenza che non smette di interrogare anche quando tace.

La regia lavora su un equilibrio costantemente instabile tra metafora e concretezza. Da un lato, l’intento è chiaramente ontologico: mostrare che nessuno è immune, che il male non è un mostro esterno ma una possibilità interna. Dall’altro, alcune scelte, soprattutto nella rappresentazione della violenza finale, si avvicinano pericolosamente all’efferatezza dell’accaduto reale. È qui che si genera uno scarto: la potenza delle immagini, dei corpi, del suono elettronico pressante rende difficile mantenere quella distanza analitica promessa nelle premesse. Il disagio del pubblico è reale, tangibile. E forse inevitabile, pensando al corpo della vittima violato, usato, negato, desiderato, punito.
La multimedialità, cifra stilistica di Capece, funziona come amplificatore: ologrammi, voci esterne, presenze virtuali che animano statue e spazi. È la violenza collettiva, quella dei media, dei commenti, dello sguardo sociale che invade l’intimità e trasforma un appartamento in una gabbia. Il “fuori” entra prepotente, e non lascia scampo.
La città dei vivi è uno spettacolo che scuote perché rifiuta la catarsi. Non c’è redenzione, non c’è spiegazione finale che rimetta ordine. Nel finale, quando la musica, la danza, la voce tornano a reclamare spazio, non è redenzione. È resistenza. È l’arte che dice: guardate che siamo ancora qui. Fragili, contraddittori, colpevoli a volte. Ma vivi.