Nella cornice elegante e luminosa di Villa Campolieto è stato presentato il volume celebrativo dedicato ai trent’anni del Festival Ethnos, uno dei progetti culturali più longevi e identitari del panorama musicale italiano.
Il festival, organizzato dall’Associazione La Bazzarra e diretto artisticamente da Gigi Di Luca, nasce nel 1995 con un’idea chiara: costruire un ponte tra culture diverse attraverso la musica e far dialogare artisti provenienti da ogni parte del mondo con i luoghi storici del territorio vesuviano.
Un legame, quello tra Ethnos e il suo territorio, che negli anni si è fatto sempre più forte. Un progetto culturale itinerante che attraversa città e comunità, capace di intercettare il bisogno di conoscere l’altro, il diverso, molto prima che il tema delle migrazioni entrasse con forza nel dibattito pubblico. Ethnos ha sempre accostato la bellezza di chiese, ville e siti storici a contenuti contemporanei, spesso intensi e dolorosi: storie, musiche e testimonianze provenienti da territori segnati da guerra, sfruttamento e oppressione.
Ospite speciale della serata è stata l’artista brasiliana Bia Ferreira, tra le voci più incisive della scena latinoamericana contemporanea. Cantante, cantautrice, polistrumentista e “artivista”, Ferreira costruisce una musica che fonde soul, blues, reggae, rap e tradizioni afro-brasiliane in un linguaggio profondamente politico. I suoi testi si radicano nel concetto di escrevivência, una scrittura che nasce dalla vita e dalla memoria, trasformando l’esperienza personale in coscienza collettiva. Il suo mini live, breve ma densissimo, è stato uno di quei momenti in cui la musica sembra sospendere il tempo.
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La prima canzone è stata una scelta sorprendente e significativa: “Saudosa Maloca”, celebre brano composto nel 1951 da Adoniran Barbosa. Un racconto struggente di povertà e sradicamento, la storia di una casa distrutta e di tre uomini costretti a vivere per strada. Nella voce di Bia Ferreira il brano si è trasformato in una narrazione viva, quasi teatrale: ogni parola pesava come una memoria collettiva, ogni verso sembrava parlare non solo del Brasile del passato ma di tutte le persone che, nel mondo, perdono la propria casa. Prima di iniziare a cantare, l’artista ha spiegato al pubblico il significato del brano:
«Io sono Bia Ferreira, cantante del Brasile. Io non parlo italiano, ma la musica può cambiare la vita delle persone e io credo che il potere che la musica ha di cambiare le vite possa creare connessioni speciali. La prima canzone che voglio cantare non è una mia composizione, è di un compositore brasiliano, Adoniran Barbosa. È una canzone su persone che non hanno dove vivere, persone che vivono per strada. Saudosa Maloca parla della nostalgia di una casa, del dolore di chi la perde».
Dopo questo omaggio alla tradizione brasiliana, il concerto si è spostato nel cuore della sua poetica. Il secondo brano, “Levanta a bandeira do amor”, è stato introdotto con parole che hanno trasformato la musica in un manifesto politico e umano:
«Questa è una canzone che amo molto perché ci invita ad alzare la bandiera dell’amore. Credo che l’amore sia uno strumento per mantenere vive le persone. L’amore non deve essere criminalizzato. Devono essere criminalizzati il colonialismo, l’odio, la guerra, la xenofobia, il razzismo, non l’amore. L’amore è uno strumento per mantenere le persone vive».
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Gigi De Luca e Bia Ferreira
Il terzo brano, “Preta Leveza”, è stato forse il momento più intimo della performance. Una canzone che parla della leggerezza come atto di resistenza.
«Questa canzone parla della leggerezza della vita. Di come, nonostante tutti i pesi, nonostante i problemi, le guerre e tutto il dolore del mondo, possiamo mantenere dentro di noi la leggerezza. Noi non siamo soltanto i nostri dolori. Possiamo essere molto di più».
Tre canzoni appena, ma capaci di trasformare la sala in uno spazio emotivo condiviso. Non un semplice live, ma una dichiarazione di intenti: la musica come strumento di coscienza, comunità e resistenza. Durante l’incontro, Bia Ferreira ha raccontato anche il suo percorso artistico e politico, spiegando come musica e attivismo siano diventati inseparabili nella sua vita.
«Sono un’artivista da quando avevo sedici anni. All’università ho iniziato a organizzare gli studenti per i diritti degli studenti. È così che è iniziato il mio attivismo attraverso l’arte. Quando ho fatto il mio primo concerto professionale ho deciso di cantare le mie canzoni, di raccontare quello che vedevo nel mio quartiere, quello che sentivo. Non ho deciso a tavolino di diventare un’attivista. È stato un impegno del cuore».
Parlando della sua musica, ha sottolineato come la contaminazione dei generi nasca da una sensibilità naturale:
«Il modo in cui scelgo i ritmi e i linguaggi della mia musica è molto sensibile. A volte scrivo reggae, a volte musica afro-brasiliana, a volte utilizzo strumenti tradizionali del nord del Brasile. Non è una scelta razionale. Non penso: Bia canta jazz o Bia canta blues. Io canto musica afro-brasiliana e la uso per comunicare con le persone. Anche quando il pubblico non parla la mia lingua, la musica crea connessione».

A chiudere la serata è stato il racconto appassionato del direttore artistico Gigi Di Luca, che ha ripercorso le tappe di un progetto nato quasi controcorrente a cui abbiamo chiesto:
«Questi trent’anni di Ethnos raccontano una storia fatta di sacrifici ma soprattutto di una grande passione…
«I primi anni sono stati anni di tanti “no”. Ma proprio quei “no” hanno rafforzato il progetto. Scardinare la mentalità paesana di molte città e far passare l’idea di una territorialità vesuviana unita, capace di ospitare il contemporaneo nei luoghi storici, è stata un’idea forte e vincente.
Poi sono arrivati venti, trent’anni di grandi soddisfazioni, di sacrifici ma anche di visioni poetiche e politiche. Ethnos è resistenza, è diversità culturale, è comunità. Ethnos è soprattutto un progetto, non solo un festival. Abbiamo scelto la strada più complessa: non fare musica commerciale, non concentrarci in un solo luogo, ma attraversare tante città e tanti spazi storici. Così il pubblico ha scoperto chiese, ville, luoghi che spesso non conosceva. Dietro gli artisti della world music ci sono storie forti, storie vere. Anche dietro Bia Ferreira c’è una storia di diversità, di difficoltà, di vita nelle favelas. È questo che rende questa musica così potente».
Guardando indietro a questo cammino, quanto è stato difficile costruire e difendere una visione culturale così forte e così indipendente?
«Parecchie notti insonni, parecchie. Ma quando c’è amore, alla fine si trova sempre il tempo e la forza per fare le cose al meglio».
E forse è proprio questa la chiave di Ethnos: un festival che, da trent’anni, continua a mettere in circolo storie, culture e visioni diverse.