Piero Cassano a Sanremo: «Ripartite dalla canzone, non dall’immagine». Intervista

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Piero Cassano a Sanremo: «Ripartite dalla canzone, non dall’immagine». Intervista

Lo abbiamo incontrato a Sanremo, in occasione della 76ª edizione del Festival della Canzone Italiana, dove ha ricevuto il prestigioso Premio "DietroLeQuinte" 2026 nell’ambito del Press Golden Gala, un riconoscimento conferito all'unanimità per celebrare una carriera straordinaria, quella di Piero Cassano: autore, compositore, produttore e co-fondatore dei Matia Bazar, l'uomo che ha scritto alcune delle pagine più luminose della musica italiana. Da Cavallo Bianco a Adesso tu, dai successi internazionali dei Matia Bazar ai sette album prodotti con Eros Ramazzotti, fino alle indimenticabili sigle di Pollon Combinaguai e Nanà Supergirl, Cassano ha attraversato decenni di storia musicale lasciando un segno indelebile. Ventuno partecipazioni al Festival di Sanremo, un ASCAP Award, il titolo di "Personalità Europea" e un premio speciale del Parlamento Europeo: un curriculum che parla da solo. Eppure, con la stessa passione di sempre, il maestro continua a lavorare, a cercare nuovi talenti e a difendere un'idea di musica che mette l'anima davanti all'immagine. Nell’intervista che segue, concessa con generosa disponibilità nonostante un evidente abbassamento di voce, riflette su Sanremo come luogo dell’anima prima che della gara, sui giovani artisti e sul futuro di una musica che, per rinascere, deve tornare all’istinto, al pianoforte, alla verità
Maestro siamo alla 76ª edizione del Festival. Quando pensa a Sanremo, qual è la prima cosa che le viene in mente?
«Una cosa molto, molto particolare è che tutte le volte che siamo venuti a Sanremo non siamo venuti per vincere: siamo venuti per cercare di portare al pubblico, alla gente, qualcosa che li colpisse nell’anima, nello spirito, nel cuore; qualcosa che avesse una verità d’arte. Perché oggi, purtroppo, noto che i giovani, soprattutto oggi, mirano subito a un risultato di fama, a far sì che possano apparire immediatamente: quindi capelli rossi, borchie, vestiti. Lasciami dire, soprattutto le donne: sedere all’aria, gambe fuori, tette fuori. Ma perché, ragazzi? L’arte fatela uscire un attimo prima: non che sia secondaria a un’immagine, per cui dici “ah, ho colpito con l’immagine, adesso ascoltano anche la canzone”. No: partite dalla canzone».
Viviamo in una società che rincorre il successo a ogni costo e lo fa rinunciando, talvolta, a qualunque tipo di valore. Lei però, negli ultimi anni, ha iniziato a seguire anche i giovani, quelli che magari possono offrire una possibilità diversa. Penso a Cecilia Larosa e Matteo Macchioni: che cosa le fa capire che un giovane artista può davvero riuscire a farcela?
«La prima cosa che faccio quando individuo un giovane che, secondo me, ha talento e capacità è portarlo al pianoforte, portarlo vicino a una chitarra; e in maniera molto naturale incominciamo a cantare delle cose, magari anche conosciute, ma in cui una capacità di voce, di vocalità, o viene fuori o non viene fuori. Per cui zero autotune: perché io sto all’autotune come l’Autan sta alle zanzare, quindi è bruttissimo il rapporto che ho. Io gli autotune li farei fuori tutti, come l’Autan cerca di far fuori tutte le zanzare. Tu o vali, sai cantare, oppure cambia mestiere».


I Matia Bazar hanno rappresentato, e in qualche modo rappresentano ancora oggi, un importante tassello tra i giganti della musica italiana, con un successo che è andato anche oltre misura, oltre l’Italia stessa. Non crede però che negli ultimi anni quel grande successo internazionale non sia stato sufficientemente raccontato?
«Sì, non è stato raccontato. Voglio fare un distinguo: se si parla dei Matia Bazar oggi, che sono portati avanti da Fabio Perversi, dopo che sono mancati Giancarlo Golzi, Aldo Stellita, Mauro Sabbione, dopo che io e Carlo Marrale ci siamo fatti da parte, Fabio, che ormai da trent’anni fa parte dei Matia, era l’unico veramente degno di poter ricostruire una storia che, suonando i pezzi dei Matia, non li facesse dimenticare. Quindi: grazie Fabio Perversi, grazie Matia. Se parliamo dei giovani, il problema è un altro. L’Italia ha sempre avuto melodie incredibili, invidiate all’estero e pubblicate all’estero negli anni. Purtroppo le ultime pubblicazioni risalgono a Pausini, Ramazzotti, Tiziano Ferro, Il Volo, Zucchero; dopodiché, ma chi ha scritto melodie di cultura prettamente italiana per cui all’estero potessero dire: “Ah, la melodia italiana”? Oggi le canzoni, culturalmente parlando, sono una brutta copia di una cultura che arriva dall’estero».
Maestro, secondo lei allora che cosa ci manca? Siamo solo esterofili, sappiamo solo copiare, o abbiamo perso la capacità, nel corso degli ultimi anni, di comporre quei grandi capolavori che poi sono passati alla storia?
«Sì, per me è questo. E purtroppo il computer, i file, l’intelligenza artificiale hanno bloccato totalmente la creatività. Perché una volta tu ti mettevi lì, col tuo piano o la tua chitarra ed era l’unico confronto che avevi. Oggi hai, ripeto, file, computer, intelligenza: sei demotivato ad attuare una ricerca».
Maestro, in conclusione, qual è uno dei suoi ricordi artistici più belli e qual è la speranza più grande che si auspica, da artista e da cantautore?
«Vorrei che, oggi, la musica fosse affidata nuovamente al proprio istinto, e non alla bravura nel manovrare computer e quant’altro. Due: vorrei che ci fosse un altro Carlo Marrale che potesse insegnare ai giovani come si scrivono le canzoni. Tre, ed è importantissimo, vorrei che si finisse di cercare di portare all’attenzione della gente, una canzone passando prima attraverso la propria immagine. Cioè: tu devi essere un artista che ama, prima della propria fisicità, ciò che la tua anima, il tuo cuore, la tua testa possono concepire. Questo è il mio augurio».