Vinicio Capossela live at Pompei: "Ovunque Proteggi" torna a bruciare tra le rovine

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Vinicio Capossela live at Pompei: "Ovunque Proteggi" torna a bruciare tra le rovine

Non una celebrazione, ma una convocazione. Così Vinicio Capossela aveva annunciato la serata, e a vederla dal vivo la definizione calza perfettamente: non il solito instant-revival da anniversario, ma un vero e proprio rito, con l'artista nei panni di officiante e i vent'anni di Ovunque Proteggi come materia incandescente da riportare in superficie. Il luogo scelto per l'occasione, l'Anfiteatro degli Scavi del Parco Archeologico di Pompei, dentro la rassegna B.O.P – Beats of Pompeii, non è un dettaglio scenografico: è parte del discorso. Un disco nato guardando all'antichità trova qui, tra le pietre sopravvissute all'eruzione, la cornice più naturale che potesse avere.
Sold out, cielo aperto, e la sensazione fin dalle prime note che la band avrebbe attraversato l'intero album per intero, anche se non seguendo pedissequamente la scaletta originale. Si parte con l'incedere minaccioso di Non trattare, e subito dopo arriva Brucia Troia, con Capossela che racconta la genesi della maschera sarda del Su Boe, presa a Ottana, e il suo legame con l'immaginario del Minotauro: la forza tellurica di un disco che affonda le radici nel Mediterraneo arcaico prima ancora che nella parola scritta.
Da lì il concerto vira sull'attualità più cruda: il monologo su Edipo, sulle profezie inascoltate e sulla "peste" contemporanea, dai social alla sorveglianza, dalle fake news alla spettacolarizzazione della violenza, introduce Al Colosseo, con la sua sequenza ossessiva di immagini da anfiteatro digitale. Segue Moskavalza, anticipata da una riflessione amara sulla "terza Roma" e sulla Russia degli intellettuali silenziati, stemperata dall'aneddoto quasi comico sul brindisi Poiekali , il grido di Gagarin in partenza per lo spazio, diventato il modo per bere la prima vodka della serata, e qui esteso, tra le risate del pubblico, al vulcano sotto cui ci si trovava.


Uno dei momenti più godibili della serata è la storia di Dalla parte di Spessotto: Capossela racconta, con autoironia, di come la Warner avesse scelto proprio quel brano, nato dal suono di un Farfisa che sognava da bambino, come singolo di lancio del disco, salvo poi ritrovarselo comunque primo in classifica. Da qui il collegamento, tenero e un po' surreale, con la favola dei Musicanti di Brema (nella versione tradotta anche da Antonio Gramsci): quattro disgraziati che, unendo le forze, arrivano in vetta.
Il registro cambia ancora con Medusa cha cha cha, presentata come la storia di una "sfigata" col superpotere sbagliato per innamorarsi, e poi con l'incursione quasi acquatica di Nel blu, ispirata a un quadro di Degas: un valzer che Capossela stesso definisce, con understatement, "più impressionante che impressionista", reso possibile dal lavoro dell'arrangiatore e direttore Stefano Nanni, che lo dirige dal vivo per la prima volta in vent'anni. Poco dopo, Lanterne rosse porta l'immaginario verso la Cina e il drago sommerso di un'antica poesia, in cui nessuno crede finché non gli si costruisce, per bisogno, una divinità.
È nella seconda parte del concerto che il racconto si fa più intimo. Pena de l'alma, nella versione dei Los Lobos, arriva accompagnata da un ricordo personale, una sigaretta spenta sul braccio in una notte di Capodanno, e da una citazione a sorpresa: quella de La vita è meravigliosa di Frank Capra, il film da cui viene il nomignolo "Nutless", dato a un amico scomparso e protagonista della omonima Dove siamo rimasti a terra Nutless. Il pubblico, che pure conosce il disco a memoria, si ritrova qui davanti non a una canzone ma a un lutto condiviso.
Lo stesso vale per Il volo di Renato, brano ancora inedito dedicato a Renato Stridi, amico, tuffatore, autore radiofonico, che anticipa il prossimo lavoro discografico e lo spettacolo Morte non avrà dominio, in programma dall'autunno con Pierpaolo Capovilla, sui testi di Dylan Thomas. Un innesto che sposta per qualche minuto il concerto fuori dal disco celebrato, ma che nella cornice di Pompei, luogo per definizione della morte che non cancella la forma, non stona affatto.


Gran chiusura con S.S. dei naufragati, introdotta da un estratto vocale di Daniel Melingo ispirato a Moby Dick e dedicata esplicitamente alle 25.000 persone morte nel Mediterraneo negli ultimi quindici anni: il violoncello di un ospite a sorpresa e gli ottoni di Roy Paci costruiscono un crescendo quasi da banda popolare, che sfocia letteralmente in una banda, quella storica "A. Busacca" di Scicli, in un omaggio che intreccia il ricordo di un motociclista scomparso a un rito quasi processionale.
Prima dei saluti, Capossela si sofferma sui calchi in gesso del museo pompeiano: quel vuoto lasciato dai corpi e colmato dalla colata lavica gli suggerisce un parallelo diretto con la musica stessa, chiamata a riempire gli spazi lasciati da chi non c'è più, gli amici, i collaboratori del disco scomparsi negli anni, ricordati uno per uno. Il concerto si chiude dove tutto era cominciato vent'anni fa: con il brano che dà il titolo all'album, preceduto da un estratto del Qohelet nella traduzione di Guido Ceronetti, e con un lungo abbraccio collettivo tra band e pubblico.
Più che un concerto-anniversario, una messa in scena stratificata in cui ogni canzone si porta dietro un aneddoto, una citazione letteraria, un lutto o un'ironia, senza mai perdere di vista l'energia della banda, tra fiati, farfisa, violoncello e voci ospiti. Il rischio, con un disco così denso e un artista così incline alla parola, era quello della lezione accademica; Pompei, il caldo, il sold out e soprattutto la generosità quasi eccessiva di Capossela nel raccontare hanno invece restituito una serata che definire "imperdibile", come da comunicato, per una volta non sembra marketing.