"Ciao mamma, ciao papà": la prima volta di Labadessa con i suoi genitori in platea

- di

"Ciao mamma, ciao papà": la prima volta di Labadessa con i suoi genitori in platea

Continuano con successo le serate al Giardino Romantico di Palazzo Reale del Dopo Festival, a cura di Drop Eventi, la costola musicale del Campania Teatro Festival, che quest'anno taglia il traguardo della diciannovesima edizione sotto la direzione di Ruggero Cappuccio, e diventa qualcos'altro: il salotto di casa di centinaia di sconosciuti che si conoscono tutti attraverso le stesse canzoni. Il listening bar delle 19 ha già scaldato l'aria, ma è quando sul palco compare Mattia Labadessa che il giardino si trasforma davvero.
Entra con la sua consueta, disarmante autoironia: «Ciao a tutti. Già sto male come a fine concerto. Ciao mamma, ciao papà», un modo tipico e riconoscibile di stemperare la tensione da palco di cui lui stesso, in interviste recenti, ha parlato apertamente, quella paura che lo accompagna prima di ogni data e che, dice, non compromette mai la resa live, anzi: è proprio nel momento in cui sale sul palco che tutto si scioglie, complice uno show che vive molto di improvvisazione.
E infatti la scaletta di stasera si muove come una conversazione più che come un concerto tradizionale, con Labadessa che tra un brano e l'altro non perde occasione per raccontare aneddoti, prendersi in giro, rivolgersi ai genitori tra il pubblico, la prima volta che assistono a un suo concerto, con quella tenerezza sghemba che è ormai il suo marchio di fabbrica. Sono proprio questi intermezzi, a metà tra il monologo comico e la confessione, a rendere il suo live qualcosa di diverso da un semplice susseguirsi di canzoni: piccole parentesi in cui il fumettista prende il sopravvento sul cantautore, e viceversa.


Si parte con Le Foche, forse il brano più rappresentativo del suo immaginario: un amore che si consuma a distanza, raccontato attraverso un'immagine spiazzante e insieme tenerissima, quella dei pinnipedi distesi sui mari ghiacciati. È musica che funziona come i suoi fumetti, l'uccello dal naso troppo lungo nato per caso durante le lezioni all'Accademia di Belle Arti di Napoli, perché prende il dolore quotidiano e lo veste di un'ironia che non lo svuota, ma lo rende sopportabile.
Da lì il concerto scorre attraverso Colline di Jeans, Dragon Ball Giuro ti e Letto Panorama, quest'ultimo forse il pezzo più delicato della serata, nato, come ha raccontato lo stesso Labadessa, da un sogno fissato di getto sulle note del telefono una domenica mattina, l'unico brano in cui l'amore raccontato non è rivolto a una persona ma all'esistenza stessa. Si prosegue con Amare e poi Tra le Giostre, l'inedito Bollemille, Tappeti del Bagno e Piscio nella Doccia. La seconda metà del live si fa più intima: Un Sogno con Te, uno dei brani più richiesti dai fan e da sempre tra i "classici" più amati nonostante non sia mai stato pubblicato in studio, apre la strada a Montesanto, il pezzo che meglio di ogni altro racconta la sua idea di attesa come condizione esistenziale più che come semplice situazione sentimentale. Seguono Credo di sì, Darth Vader, Penso A Te, Cappuccini, capace di trasformare un'ossessione sentimentale in comicità senza mai smettere di far male, e la chiusura affidata a Dovremmo prendere un cane, uno dei primi singoli pubblicati nel 2019 e ormai un rito collettivo condiviso da tutta la platea.
Ciò che colpisce, ascoltando dal vivo questo repertorio, è quanto la definizione stessa di "cantautore" sembri stargli stretta. Labadessa ha più volte rifiutato l'etichetta di musicista, definendosi piuttosto un disegnatore che, per caso, ha scoperto di poter usare anche la voce. Eppure è proprio in questa distanza dichiarata dal mestiere che si trova la chiave delle sue canzoni: non ci sono manifesti né grandi dichiarazioni, solo la vita com'è, un cappuccino freddo, un telefono scarico, l'attesa a una stazione che non porta mai a nulla di risolutivo.
Nelle sue interviste più recenti Labadessa ha raccontato Napoli come un rapporto ambivalente, fatto di timore e gratitudine insieme, una città che non vive ma assorbe lentamente, come una pianta. E ha parlato dell'ironia non come vezzo stilistico ma come strumento di sopravvivenza, uno scudo che gli permette di aprirsi senza sentirsi troppo esposto. Anche il suo riferimento musicale dichiarato, il compositore elettronico londinese Burial, suona coerente con questa poetica: musiche che accompagnano più che spiegare, che si limitano a esistere accanto a chi ascolta.


Tour sudaticcio 2026 conferma quanto il percorso musicale di Labadessa, nato quasi per gioco dalle session casalinghe con l'amico e collaboratore Sigiu Bellettini, sia oggi tutt'altro che un divertissement collaterale al disegno. C'è una scrittura solida dietro l'apparente leggerezza, una capacità di trasformare l'imbarazzo quotidiano, l'ansia, l'attesa, la paura di non essere abbastanza simpatici, in materiale universale, senza mai scadere nella retorica. 
La band che lo accompagna sul palco di questo straordinario “Tour Sudaticcio 2026” sono: Sigiu Bellettini alla chitarra acustica, Big Mola (Guglielmo Molino) al basso, Luca Libonati alla batteria e Andrea Spiridigliozzi alla chitarra elettrica.