Foto di Laila Pozzo
C’è un momento in cui la verità smette di liberare e comincia a condannare. Il berretto a sonagli, in scena al Mercadante di Napoli fino al 29 marzo, nell’allestimento di Andrea Baracco, vive tutto lì: su quel filo sottile che separa la dignità dalla follia, l’onore dalla maschera, la verità dal bisogno disperato di salvarsi la faccia.
Scritta in appena una settimana nel 1916, Il berretto a sonagli è una di quelle opere che Luigi Pirandello definiva “nata e non creata”. E questa urgenza si sente tutta: niente costruzione accademica, ma un flusso vivo, nervoso, quasi febbrile. Spesso considerata tra le meno frequentate rispetto ad altri titoli pirandelliani, è stata definita anche la sua “commedia più perfetta”: un equilibrio feroce tra umorismo e oscurità, tra risata e vertigine. E Baracco la tratta per quello che è: non un classico da museo, ma un organismo ancora pulsante. Pirandello non scrive una semplice commedia: costruisce una trappola. E lo spettatore ci cade dentro.
Siamo in un piccolo paese siciliano dove l’onore pesa più dell’oro. Ciampa, impiegato di banca, vive con la giovane moglie Nina. Sa, o sospetta, che il suo padrone abbia una relazione con lei. Ma tace. Finché Beatrice Fiorìca, moglie tradita (o convinta di esserlo), decide di denunciare tutto. Da lì, il meccanismo implode: isteria, sospetti, reputazioni che vacillano. Un intero microcosmo si stringe attorno allo scandalo.
Intorno a loro orbitano figure vivissime, il fratello Fifì, dandy fragile e opportunista; la madre Assunta; la serva Fana; il delegato Spanò; la Saracena, lingua tagliente del paese, in una danza psicologica che diventa sempre più soffocante. È una guerra. Ma combattuta con le parole.
Siamo in una Sicilia che non è più solo Sicilia: è un luogo mentale, chiuso, giudicante, quasi claustrofobico. Beatrice Fiorìca vuole smascherare il tradimento del marito, vuole lo scandalo, vuole la verità nuda, senza filtri.
Il vero protagonista è lui: Ciampa. Si prende tutto: spazio, ritmo, respiro. Ha il volto di Silvio Orlando, alla sua prima volta con Pirandello. E ribalta tutto. Il suo Ciampa è viscido e lucidissimo, comico e tragico nello stesso respiro. Ti fa ridere e, un secondo dopo, ti mette a disagio, come quando capisci che quello che dice è troppo vero per essere sopportabile.
Con la sua teoria delle tre corde: la seria, la civile e la pazza, Pirandello mette in scena una delle intuizioni più spietate della sua poetica: non siamo uno, ma tanti. E soprattutto, siamo ciò che gli altri devono vedere. “Abbiamo tutti come tre corde d’orologio in testa”. Non è solo teatro. È una diagnosi.
Ciampa è un personaggio che ti spiazza. All’inizio sembra quasi comico, poi diventa tragico, e infine… inevitabile. Lui sa. Sa del tradimento. Sa delle apparenze. Sa che la società non regge la verità, ma solo la sua rappresentazione. E allora impone una scelta brutale: meglio passare per pazzi che distruggere l’equilibrio sociale. Perché se cade la maschera, cade tutto. Pirandello qui è chirurgico: smonta l’idea romantica della verità come valore assoluto. La verità, in questo testo, è un ordigno. Beatrice cerca giustizia, ma trova lo scandalo. Ciampa cerca equilibrio, e lo trova solo nella follia. E allora il cortocircuito: per sopravvivere, bisogna accettare la maschera. O fingere di essere pazzi.
La lingua è viva, pulsante, teatrale fino al midollo. I dialoghi sono taglienti, pieni di sottintesi, con una musicalità quasi crudele. Pirandello alterna ironia e tensione con una precisione che oggi definiremmo “cinematografica”. Non c’è una parola di troppo, ma ogni parola pesa. E poi c’è quell’umorismo amaro, che ti fa sorridere mentre ti toglie il terreno sotto i piedi. Andrea Baracco fa una scelta chiara: spoglia Pirandello dalle sovrastrutture intellettuali e lo restituisce alla sua natura più istintiva, più umana, più dolorosa. Qui non c’è il “pirandellismo da manuale”. C’è la gente che soffre, che si umilia, che si difende.
La scena di Roberto Crea è essenziale ma carica di tensione,e richiama una sala d’aspetto di un manicomio. I costumi di Marta Crisolini Malatesta disegnano ruoli sociali più che epoche, mentre le luci di Simone De Angelis accompagnano la discesa progressiva verso l’inevitabile. Il sound design è di Giacomo Vezzani. La revisione linguistica del testo è firmata da Letizia Russo e Andrea Baracco, con aiuto regia di Andrea Lucchetta.
Accanto a Silvio Orlando, il cast (Francesca Botti, Michele Eburnea, Francesca Farcomeni, Davide Lorino, Annabella Marotta, Stefania Medri, Marta Nuti) costruisce un tessuto compatto, senza sbavature. Ognuno è una funzione precisa dentro il meccanismo. E il meccanismo non si inceppa mai. Nessuno ruba la scena. Tutti la tengono in equilibrio. E questo, in un testo così pericoloso, è già una vittoria.
Lo spettacolo nasce da una produzione Cardellino srl, in coproduzione con Teatro Stabile dell’Umbria, Teatro Stabile di Bolzano.
Dopo Napoli, la tournée prosegue a Teatro Comunale di Bolzano (9-12 aprile), al Teatro Strehler Piccolo di Milano (14-26 aprile), al Teatro Carignano di Torino (28 aprile- 10 maggio).