Monica Sarnelli ha presentato ufficialmente Duemilaventisei, il suo nuovo album di inediti prodotto dalla storica etichetta Zeus Record. Una conferenza stampa che ha rapidamente smesso di essere un evento istituzionale per trasformarsi in qualcosa di più intimo e necessario: una conversazione corale sull’amore, sul lutto, sulla musica che resiste. Noi ne abbiamo raccolto le voci, le emozioni, i passaggi più intensi.
Moderata dal produttore musicale e televisivo Dario Andreano, la presentazione ha visto la presenza dei titolari della Zeus Record, Espedito e Ciro Barrucci, e di Nino Danisi, giovane musicista e arrangiatore che ha costruito il suono del disco con strumenti veri, in un’epoca in cui l’artificiale sembra aver preso il sopravvento. Accanto a loro, una vera e propria “squadra da sogno” di autori: Bruno Lanza, Felice Iovino, Marco Fasano, Pippo Seno, Antonio Carbone, Antonio Brugnano, Fuliggine (Francesca Andreano), Luk (Vincenzo Colursi), Moonaciè (Giuseppe Russo), Francesco De Rosa e Antonio Annone.
Parlare di Monica Sarnelli significa confrontarsi con una delle interpreti più eleganti e versatili della canzone napoletana contemporanea. Il grande pubblico la identifica come la voce della sigla di Un Posto al Sole, la soap opera più longeva della televisione italiana, in onda su Rai 3 dal 1996. Ma fermarsi a questo sarebbe riduttivo. Dalle prime esperienze come corista per grandi nomi della musica leggera, fino alla consacrazione con il progetto Lazzare Felici, Sarnelli ha saputo rileggere il repertorio classico e moderno di Napoli con un gusto raffinato, sospeso tra jazz e pop. La sua voce è uno strumento che tiene insieme la visceralità dei vicoli e il respiro delle metropoli.
Uno dei momenti più intensi arriva quasi subito, quando Monica accoglie sul palco Melania D’Agostino, figlia del grande autore Vincenzo D’Agostino, scomparso pochi mesi fa.
«Ho voluto fortemente la presenza di Melania — dice Sarnelli, perché non avrei mai potuto immaginare di non far ascoltare queste canzoni al grande Vincenzo D’Agostino. La presenza di Melania ha un significato profondo. So che tuo padre mi voleva bene, ma sentirlo dalla tua voce mi emoziona tanto».
«Mio padre ti voleva bene, ti stimava — risponde Melania. Diceva che sei una grandissima artista e aveva preparato un evento per omaggiarti con una sua targa personale, insieme ad altri autori come Bruno Lanza. Lui diceva che non scriveva testi, ma cuciva una coperta sulla città. E tu eri un pezzo di quella coperta».
Bruno Lanza prende poi la parola con un appello lucido e necessario al mondo degli autori: «Noi dello spettacolo, almeno noi autori, dovremmo volerci bene. Amarci di più. Parlarci di più. Non farci la guerra, nemmeno quella silenziosa. Dovremmo farci qualche telefonata, chiederci “come stai”. È l’unico modo per andare avanti in maniera sana e per difenderci anche da certe cattiverie che arrivano dall’esterno».
Dario Andresano, Bruno Lanza e Monica Sarnelli
Felice Iovino, autore del brano Staje comme a me, racconta la nascita del pezzo partendo da un nodo emotivo preciso: «Le storie che parlano di te spesso si affievoliscono. Quelle che restano sospese, invece, sono quelle che ti porti dentro per sempre. Staje comme a me parla di due persone che si amano così tanto da avere la forza di lasciarsi, sapendo che non finirà. Fine pena mai».
Sul palco si alternano poi gli altri autori e artisti coinvolti nel progetto. Tra questi, Marco Fasano, che ripercorre il legame artistico con Sarnelli, nato grazie ad Antonio Annone e arrivato fino al nuovo brano Turmiento: «Sono felice di ritrovarci ancora insieme in una canzone. Anche se si intitola Turmiento, racconta qualcosa di positivo: a volte l’amore, anche quando tormenta, sa creare emozioni fortissime».
Grande tenerezza accompagna la presenza di Francesca Andreano, in arte Fuliggine, figlia di Monica, che insieme al compagno Antonio Brugnano firma Tu m’‘he lassato: «Sono felice di vedere l’entusiasmo di mamma e papà. Sono persone meravigliose, mi hanno insegnato tanto. Speriamo bene. Buona musica a tutti».
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Monica Sarnelli con la figlia Francesca, in arte Fuliggine
E Antonio aggiunge: «Il lavoro dell’autore è trovare il vestito giusto per l’interprete. È stato bello entrare nel mondo di Monica, ma mi tengo anche una parte di mistero: mi piace immaginare dove può arrivare ancora».
Anche Moonaciè (Giuseppe Russo), autore di Tengo a te, allarga lo sguardo oltre il disco:
«Mi sento un piccolo bonsai in questa foresta di autori, ma mi sono divertito tantissimo. Spero che tanti giovani artisti possano ispirarsi a una persona bella come Monica».
Poi è il turno delle domande dei giornalisti. Maria Consiglia Izzo apre una riflessione più ampia sul presente della musica:Questo progetto sembra quasi un manifesto. Da un lato la musica napoletana vive un momento di grande visibilità internazionale. Dall’altro assistiamo a un’involuzione, con l’intelligenza artificiale che rischia di mortificare la creatività. Questo disco sembra rimettere le cose in ordine.
La risposta di Sarnelli è netta, senza filtri: «Faccio questo mestiere da 45 anni e posso permettermi di dire la mia. Quando mi arrivano provini con l’intelligenza artificiale, chiedo subito di togliere la voce sintetica. Altrimenti non li ascolto nemmeno. La perfezione — anche quella artificiale — la odio. Ci rende tutti uguali. Io preferisco uscire con lo smalto rotto. Questo messaggio deve passare anche oltre la musica: non dobbiamo essere omologati».
Cita De André e il dolore come matrice creativa, rispondendo a un giornalista con una semplicità disarmante: «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. Bisogna soffrire per far venire fuori le cose belle. Io oggi sono in un momento della mia vita molto bello, ma ci sono arrivata attraverso la sofferenza, attraverso le perdite».
Anche noi di The Cloves Magazine abbiamo avuto l’opportunità di porre alcune domande.
Partiamo dalla dedica del disco. Dopo tutte queste perdite, cosa senti di aver compreso davvero? E cosa stai coltivando oggi?
«Ogni disco che esce ha una dedica, e questo è per chi non c’è più. Abbiamo perso Vincenzo D’Agostino, Gianfranco Caliendo, Gaetano Russo, Bruno Troisi, Vittorio Pepe, la nostra amica Lorenza Licenziati. Io ho perso mia madre nel 2024 e mio fratello nel 2025. A un certo punto i fan mi hanno chiesto: “perché tutte queste perdite?”. La verità è che solo attraverso il dolore impari a dare valore alle cose vere. Lorenza è andata via giovanissima. Io vivo con un occhio sempre rivolto a chi non ha potuto continuare questo viaggio. Questo mi ha insegnato a guardare la vita in modo più autentico. Le cose importanti sono altre: bisogna coltivare gli affetti, bisogna coltivare l'amore».
Come hai scelto i dieci brani del disco? È stato difficile rinunciare a qualcosa?
«Sì, ho dovuto lasciare fuori alcuni pezzi che finiranno sicuramente in un prossimo progetto. Con Bruno Lanza ho un rapporto speciale: ci sentiamo spesso, io gli racconto cose della mia vita e poi lui mi sorprende. Mi chiama e dice: “ho scritto qualcosa per te”. È una magia che continua».
Il titolo Duemilaventisei suona come una dichiarazione, un punto fermo e insieme un nuovo inizio. Un tempo che guarda avanti, senza dimenticare.
«Dentro questo disco ci sono tutte le mie anime. Quella più vicina alla musica di Peppino Di Capri, e quella soul, che mi riporta alle jam session con Pippo Seno. Sono 45 anni che canto e non inseguo il successo. Voglio arrivare al cuore della gente. Questo è il mio compito: emozionare. Essere un’interprete significa chiudere gli occhi, vedere un film e raccontarlo. Le canzoni sono storie».