“Dipende da come ridi, non da quanto ridi”. Intervista a Paolo Caiazzo

- di

“Dipende da come ridi, non da quanto ridi”. Intervista a Paolo Caiazzo

Nato a San Giorgio a Cremano, la stessa terra di Massimo Troisi, Paolo Caiazzo si forma alla scuola rigorosa della Bottega Teatrale del Mezzogiorno sotto la guida di Antonio e Maurizio Casagrande, tra tecnica e disciplina, prima di conquistare il grande pubblico televisivo tra Zelig Off, Colorado e Quelli che il calcio. Oggi il percorso sembra essersi capovolto: dopo anni di visibilità “casuale”, come lui stesso la definisce, è tornato al teatro, quello scelto, pagato, voluto. Con I promessi suoceri, la sua ultima commedia appena conclusa, ha giocato con l'eco manzoniana per raccontare equivoci familiari e identità paterne; adesso sta già scrivendo il prossimo spettacolo, un viaggio nel tempo che parla di rimpianti e rimorsi. 
In quest’intervista, tra teatro e televisione, libertà e censura, emerge il ritratto di un artista che non rincorre più la risata facile. Anzi, la mette in discussione. Perché, come dice lui, non conta quanto si ride, ma come.
In “I promessi suoceri” giochi con un immaginario che richiama sia la tradizione partenopea che I promessi sposi: cosa ti affascina di questo incastro tra classico e contemporaneo?
«È tutto affascinante. Prendere un riferimento al classico dei classici, a quello che, nel bene e nel male, noi tutti abbiamo letto e visto. Perché tutti quanti abbiamo avuto questa mazzata in fronte: almeno il mio personaggio dice “non ho mai sopportato Alessandro Manzoni, pensa che ancora oggi, papà, per evitare via Manzoni si fa il giro per via Coroglio”. Quindi ha questo trauma manzoniano. Però ha la figlia che si chiama Lucia, che si fidanza con uno che si chiama Renzo: per cui il riferimento e l’accostamento a Manzoni sono nei nomi, però si fermano lì. Sta nel fatto, però, che la difficoltà di questi due a trovare il matrimonio, proprio come Renzo e Lucia, attraversa una serie di ostacoli: non nei mesi o negli anni come fa Manzoni, ma nel giro di una serata. Quando si incontrano i due suoceri, quindi i consuoceri, si scopre che la mia consuocera è stata una mia vecchia fiamma. Per cui suo figlio, che deve sposare mia figlia, potrebbe essere mio figlio: e quindi sarebbero fratello e sorella. E lì parte questo “matrimonio non s’ha da fare”, ma non lo si può dire. Da lì si svela l’accostamento. Poi succede l’inverosimile fino al finale: come ne I promessi sposi, nel momento in cui sembra che stia per arrivare un po’ di bene per la coppia… ricapita sempre qualcos’altro».
Il tuo protagonista Antonio vive il passaggio da padre a suocero come una piccola crisi identitaria: è una storia che parla più di famiglia o di paura del tempo che passa?
«Parla di famiglia, tant’è vero che lo slogan che portiamo nel finale è: “i figli sono di chi se li cresce”. Perché, una volta che ho scoperto una serie di cose, dobbiamo per forza analizzare e accettare la realtà di quello che è successo. Non posso svelare il finale, potrei anche, perché la commedia poche sere fa ha fatto l’ultima replica, però, sostanzialmente, c’è un happy end. Mentre la scrivevo, ingarbugliavo sempre di più la matassa; poi mi sono fermato e ho capito che non potevo più uscirne. L’unica via d’uscita era che non fossero fratello e sorella. E l’unico modo per non esserlo è che mia figlia naturale non sia mia figlia. Per cui lui, nel finale, accetta una paternità diversa, dicendo: “sono il padre naturale di mio genero e non il padre di mia figlia”. Però i figli sono di chi se li cresce, quindi, grazie a Dio, loro si possono sposare. E l’unica battuta divertente è che, alla fine, si chiede: “io adesso, quando nasce questo figlio, sarò nonno materno o nonno paterno?”. Questo è il suo dilemma».


Sono storie che poi leggi nei fatti di cronaca, in un libro, in un articolo di giornale…
«Mi vengono sempre degli spunti da qualcosa. Ad esempio, adesso sto cominciando a scrivere la prossima, che si chiama “Quasi quasi ci ritento”, e voglio cimentarmi in qualcosa che, teatralmente, è stato fatto poco ma cinematograficamente tanto: il viaggio nel tempo. Per cui tutti noi abbiamo in mente una domanda: hai più rimorsi o più rimpianti? Secondo me abbiamo sia rimorsi sia rimpianti. Chi dice di non averne, mente, perché c’è sempre stato un momento della tua vita in cui hai detto “se facevo questo” oppure “se non dicevo quello, chissà come sarebbe andata”. Al protagonista viene data l’occasione di tornare indietro di trent’anni e confrontarsi con sé stesso da giovane, per consigliarlo a fare o non fare qualcosa. È un sogno che abbiamo tutti. Un po’ come Ritorno al futuro, con cui siamo cresciuti».
E credi sia giusto dare una mano al destino? Manovrarlo, in qualche modo?
«No, non penso sia giusto, perché il destino è il destino. Però è il sogno di chiunque poterlo toccare. È il desiderio di tornare un attimo indietro, di rivederti da giovane e rientrare in meccanismi che hai già vissuto: una sorta di déjà vu. Sai dove va, però devi pilotarlo. Un po’ come in Ritorno al futuro, quando lui torna indietro e cerca di far sposare la madre…».
E puoi dirmi qualche tuo rimpianto, qualche tuo rimorso?
«Ce ne sono tanti, non di eclatanti, questo sì, per cui tu abbia pregiudicato totalmente l’indirizzo della tua vita. Sulla carriera, la cosa più complicata, l’ho sempre detto, è che è più difficile dire dei no che dei sì. E qualche no in più lo dovevo dire, questo sì. Per assecondare il destino, pensando che sia qualcosa che ti è capitato e quindi non ti vuoi mettere contro, dici dei sì. Ma è molto meglio dire dei no».
Sei troppo buono, allora. Ti penalizza tutto ciò?
«Non lo so se sono buono o no. Però, in alcuni momenti, sono stato poco scaltro, artisticamente parlando. Umanamente, non mi posso lamentare».
Hai citato spesso Massimo Troisi: oggi, in un mondo ipersensibile e iper-veloce, quella sua frase “sono responsabile di quello che dico, non di quello che capisci tu” è ancora sostenibile?
«È ancora di più sostenibile, perché oggi il fraintendimento è ancora peggiore, dovuto a un utilizzo maldestro della comunicazione. Oggi, se io ascolto una clip di tre minuti ma mi fermo ai primi quindici secondi perché poi passo oltre, magari proprio in quei quindici secondi passa un messaggio completamente opposto rispetto a quello che viene detto dopo. Per cui sei tu che hai voluto accettare qualcosa. Sei tu che vuoi quella risposta e te la prendi. Ma magari non è quella».


Hai detto “Far ridere è una condanna meravigliosa”: ma quanto pesa davvero questa responsabilità, soprattutto quando dietro una battuta c’è un pensiero più amaro?
«La condanna pesa. È una grande responsabilità. Una cosa seria non la puoi dire: nessuno ti prenderebbe sul serio, se sei il comico. Quindi sei condannato a far ridere. Oggi, quando porti in scena una commedia, sei condannato ad avere un certo numero di risate. Se alzi l’asticella per raccontare un percorso, un dramma umano, la gente te lo consente di meno, perché ti percepisce come il pagliaccio. E quindi, in quel momento, non accetta un passaggio più filosofico. Io cerco sempre di nascondere nella comicità, nei miei messaggi, un’analisi della vita: la mia filosofia o quella dei personaggi. Però non ci puoi insistere più di tanto, perché sei condannato a far ridere. Se all’ultima battuta non fai uscire il pubblico con una risata, torna a casa scontento. Ho fatto dei lavori in cui ho chiuso il sipario nel silenzio… ed era molto, molto più bello».
Dopo una vita passata a inseguire la risata, se un giorno il pubblico uscisse da un tuo spettacolo in silenzio, non perché non ha riso, ma perché ha capito qualcosa di sé, sarebbe una sconfitta o la tua vittoria più grande?
«Non è una sconfitta per quelli che lo hanno gradito, né per te che lo hai fatto. È una sconfitta per il sistema, che deve far circuitare lo spettacolo e garantirgli una lunga vita. Perché oggi, per il pubblico, più ride più è bello. Ma non è così: dipende da come ridi, non da quanto ridi. E questa è la battaglia.
Si percepisce in tutto quello che c’è intorno a noi: dai social alla televisione. Siamo condannati a ridere e a far ridere, ma la risata, usata come qualsiasi strumento, non giustifica il fine. La risata la puoi anche stuzzicare in maniera diversa. Qualche risata in meno e qualche messaggio in più, soprattutto nel live e nel teatro, secondo me fa bene. Io sono uno dei pochi che, in televisione, anzi, forse il primo, alla fine del monologo comico concludeva sempre con un concetto serio, a volte anche cattivo, molto cinico. Però sono stato il primo: poi, dopo di me, molti comici della stand-up fanno la stessa cosa. Ma io chiedevo proprio al regista: “fammi il primo piano”. Poteva fare quello che voleva per tre, quattro minuti, ma l’ultima inquadratura doveva essere su di me. Guardavo la camera e aspettavo che arrivasse, perché il messaggio deve arrivarti dritto negli occhi».
E queste “morali” come venivano percepite dal pubblico? Che cosa ti scrivevano?
«C’erano anche commenti impopolari, perché a volte dicevo cose poco semplici, poco simpatiche, ma vere. Cose davanti alle quali non potevi dire: “non hai ragione”».
Quando la tua ironia scende dal palco alla vita quotidiana: sei ironico anche lì o sei diverso?
«Siamo pensierosi, noi comici, si può usare un eufemismo, siamo anche una “uallera”, diciamolo pure. Non è che stiamo sempre lì a far ridere. Ci concentriamo quando dobbiamo farlo davvero: nel momento in cui siamo davanti al pubblico diamo il nostro meglio. Nella nostra semplicità siamo introversi, siamo osservatori. Per scrivere devi guardare, e per guardare devi stare zitto. Per cui io osservo. E quando la gente, a volte, mi vede fermo a guardare qualcosa, mia moglie dice: “che tieni?”. Io rispondo: “sto lavorando”. Io lavoro H24, non c’è un momento in cui stacco. Devo guardare tutto. Anche quando vedo un film: devo guardarlo e capirlo. Per esempio, quando mi voglio rilassare, guardo un film Marvel, che non ti consente di fare troppe analisi, perché tanto sai cos’è, quello è. Ma se devo vedere un film sui comici, comincio a farmi tutte le domande: perché ha fatto questa scena così, perché questa inquadratura… e questo ti rovina la parte dello spettatore».
Hai detto che oggi ti piacerebbe interpretare un personaggio più amaro: se dovessi scriverlo tu, che tipo di uomo sarebbe? E farebbe ancora ridere… o farebbe male?
«Già Cardamone è un personaggio amaro. È triste, cattivo, cinico, scorretto. Con l’alibi della follia dice cose che tutti hanno pensato, ma che nessuno ha avuto il coraggio di dire. Sono andato a dire in televisione cose veramente atroci, per le quali qualcuno mi ha detto: “calmati”. E, in effetti, è arrivato un momento della mia vita in cui ho dovuto rendermi conto che davanti non avevo un pubblico live. Hai un pubblico eterogeneo, quindi devi avere rispetto di quello che puoi dire. Non per censura, ma perché entri nelle case delle persone, e qualcuno potrebbe non essere predisposto o pronto a quel messaggio. Io di solito dico: se volete la satira, dovete venire a teatro. Lì sapete cosa vi aspetta, e io non mi devo frenare. Tant'è vero che spesso vieto di fare riprese durante lo spettacolo. Perché basta una clip fuori contesto: io dico una battuta, viene pubblicata isolata, e posso avere problemi enormi. Viene fraintesa, perché è tirata fuori dal discorso. Per quanto riguarda i personaggi amari, sono sempre alla base della mia comicità. Uno dei personaggi che ho amato è quello di “Ehi… Prof!”, uno spettacolo ambientato in ambito universitario, nato durante la pandemia: un professore litiga con la moglie e viene messo alla porta la sera del lockdown. Nel momento della chiusura, lui è costretto a convivere con la moglie. E lì cominciano a scoprirsi, perché sono obbligati a stare in gabbia. Prima uscivano e si ignoravano, adesso il confronto è forzato. E vengono fuori una serie di cose, positive e negative. Così com'è successo in molte famiglie: ci sono state quelle che il lockdown ha distrutto e quelle che ha rafforzato. Guardarsi negli occhi, stare insieme H24, ti costringe a tirare fuori aspetti tuoi e a scoprire cose dell’altro che non avevi intuito. Perché prima vi vedevate poco e evitavate il problema. Il lockdown, secondo me, è stato un momento molto formativo per le coppie».
Sulle battute fraintese dal pubblico: ti è dispiaciuto mettere una sorta di autocensura?
«No, perché l’ho scelto. L’ho scelto in maniera consapevole, dicendo: questa cosa può essere travisata».
Quindi il teatro è libertà… e la televisione no?
«Il teatro è libertà perché è contestualizzato. Se ti faccio fare una risata anche amara, cattiva o cinica, è dentro un contesto. Io, per esempio, amo molto il trash, cosa che magari non appare, ma nella comicità mi piace esserlo. E allo stesso tempo cerco di fare una comicità noir, elegante e cattiva. Se un comico fa black humor e dice qualcosa che ti fa dire “madonna, che ha detto!?”, a me fa ridere. Però io non me lo posso permettere, perché in Italia non siamo ancora pronti per certe cose. A teatro sì».


Sei nato nel teatro, ma il grande pubblico ti ha conosciuto con la televisione. Adesso si è ribaltato…
«Adesso si è ribaltato, viva Dio. Sono tornato a fare quello che amavo. Faccio tantissimo teatro e quest’anno penso che abbiamo fatto intorno ai 55-56 mila spettatori, che sono tanti: uno stadio. Spettatori che hanno scelto te. Non sei capitato su TikTok per caso o facendo zapping in televisione. sono venuti a teatro, hanno pagato e hanno scelto di vederti. E questa è una cosa molto importante. A volte lavoriamo sui numeri, ma i grandi numeri dello spettacolo non sempre sono numeri di scelta: sono numeri occasionali. C’è chi magari va forte sui social, ma è l’algoritmo che l’ha scelto. Ci sono fattori esterni che decretano il successo o l’insuccesso».
Con “I promessi suoceri” non ci saranno più repliche?
«Abbiamo finito proprio l’altra sera, con l’ultima a Torre Annunziata. Faremo altro, perché quando fai molto teatro devi per forza aggiornarti e proporre spettacoli nuovi. Questo è il rovescio della medaglia del teatro».
Sei pronto per qualcosa nella prossima stagione?
«Sto scrivendo adesso per andare in scena a dicembre. L’idea mi è venuta già un anno fa, ma da quando nasce, da quando viene “inseminata”, diciamo, a quando arriva sul palco, ci vuole tempo».
Hai iniziato nella Bottega Teatrale con Antonio Casagrande e Maurizio Casagrande: quanto di quella formazione “classica” senti ancora vivo oggi, e quanto è diversa dalla tua ironia?
«Era una formazione teatrale. Quando vai nei corsi di teatro studi l’ABC, studi i fondamentali, quindi non ti danno spazio alla tua personalità: è la compagnia che te lo dà, perché lì puoi liberarti. Quando studi è come all’università: devi acquisire nozioni e metterle in campo. Poi quello che sei lo devi far uscire dopo. Però devi prima imparare. Perché tutto il talento che hai, tutta la forza che hai… anche un cantante con una bella voce, se non ha la tecnica? Così come uno con la tecnica ma senza anima non va da nessuna parte. È il connubio dei due».
Sei un autore di te stesso o lavori anche con collaboratori?
«Diciamo che litigo di meno con me stesso. Ho usato anche collaboratori, ma con loro perdi più tempo a discutere un’idea che a realizzarla. Una scena, se la fai, poi capisci se funziona o no e la rifai. Invece mi è capitato di discutere per tre giorni su una scena, perché ognuno vuole dire la sua. Questo è anche positivo, perché ti porta dove da solo non arriveresti, ti smuove, ti provoca. Però ti rallenta».
A chi fai leggere per primo il tuo copione?
«Diciamo a nessuno. Alla compagnia, quando ci sediamo. Anche gli attori che chiamo non hanno mai il copione prima: arrivo il giorno delle prove con i testi e diciamo “adesso leggiamo insieme”».
Non hai la curiosità di sapere cosa pensano gli altri?
«No».
Intorno a te ci sono tanti giovani attori molto bravi...
«Mi diverte molto. Mi fa piacere dare opportunità ai ragazzi, perché qualcuno, quando ero giovane, l’ha data a me. E mi dissi: se un giorno sarò dall’altra parte, devo fare lo stesso. Ce ne sono diversi che poi prendono la loro strada, ma ancora oggi mi chiamano, mi chiedono consigli. E a qualcuno dico di dire i famosi “no” che io non ho detto».
Quindi hai una compagnia tua?
«Non ho una compagnia stabile. Lavoro con collaborazioni: per esempio Maria Bolignano, con cui ogni tanto facciamo due o tre spettacoli insieme. Poi ci fermiamo, perché altrimenti diventiamo stereotipati. Il pubblico deve vederti anche in ruoli diversi: lei fa il suo spettacolo, io ne farò un altro.
Per gli altri attori scelgo su parte. Molti mi dicono “mi piacerebbe lavorare ancora con te”, e a me fa piacere, perché umanamente li conosco. Ma se non sei nel ruolo, non racconti quello che io devo raccontare. Puoi voler bene a una persona, ma se non è giusta per quel ruolo, non può stare in quello spettacolo. Ci saranno altre occasioni. Io lo dico sempre: quando entrate in compagnia con me, nessuno ha preso il posto. Si fa questo progetto e poi si resetta. L’anno prossimo può darsi che ci sei, ma è più facile che non ci sei. Perché per me è fondamentale sorprendere. Nella comicità e nel teatro devi sorprendere: se fai sempre le stesse cose, ti appiattisci e dopo un po’ il pubblico se ne va. È il problema di molti artisti e format che hanno cavalcato l’onda del momento. Invece bisogna cercare la novità, anche rischiando di sbagliare».
Ti vedresti nella regia cinematografica?
«È un altro mondo che non conosco. Non sarei pronto: dovrei farlo affiancato da qualcuno. Mi piace analizzare e raccontare, però il teatro e il cinema sono diversi. A teatro il pubblico decide dove guardare. Io posso pilotare, quello che dico ai miei attori è “il fuoco del pubblico”: in questo momento il fuoco è a sinistra, quindi devo portarlo lì, ma lo spettatore è libero. Nel cinema no: è il regista che ti obbliga a vedere qualcosa. Non è una scelta tua. Da regista è bellissimo, perché sei tu a guidare tutto. Ma da spettatore a me piace meno, perché mi toglie libertà. I grandi del passato, come Totò, lavoravano poco con i primi piani. Nei suoi film vedi spesso il piano totale: un’inquadratura ampia, dove puoi scegliere cosa guardare. Ecco perché quei film li rivedi: ogni volta scopri qualcosa di nuovo. Se invece mi dai sempre il primo piano, una volta che l’ho visto… l’ho visto. Se lo inserisci dentro un’inquadratura più larga, una volta guardo Totò, un’altra guardo Peppino De Filippo. E mi godo l’insieme. Per questo i grandi classici… restano classici».