La parola contro il potere: Matteotti rivive al Trianon Viviani con Ottavia Piccolo

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La parola contro il potere: Matteotti rivive al Trianon Viviani con Ottavia Piccolo

Foto di Antonio Viscido

Al Teatro Trianon Viviani di Napoli Matteotti: anatomia di un fascismo di Stefano Massini si conferma come un laboratorio di teatro civile di rara incisività, grazie a un dispositivo scenico calibrato con estrema precisione e, soprattutto, alla presenza magnetica di Ottavia Piccolo. L’attrice trasforma il palco in un microcosmo di tensione storica e morale, abitato da corpi, voci e strumenti che dialogano in un equilibrio perfetto.
Sono le quattro e mezza del pomeriggio del 10 giugno 1924: alcuni testimoni parlano di una colluttazione in un’auto, di un tesserino lanciato fuori, di un nome che da lì a poco diventerà simbolo. È da questa crepa nella storia che lo spettacolo prende forma, ripercorrendo l’ascesa di un fenomeno eversivo che Giacomo Matteotti seppe riconoscere con lucidità feroce, mentre molti sceglievano di non vedere, o di far finta di non vedere.
La regia di Sandra Mangini valorizza la polifonia del testo: l’integrazione con i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, le immagini di Raffaella Rivi e la scenografia di Federico Pian creano un continuum tra narrazione, musica e immagine. Ogni elemento, dal flauto all’hammer dulcimer, dalle luci calde di Paolo “Pollo” Rodighiero ai costumi sobri di Lauretta Salvagnin, contribuisce a modulare il ritmo e a scavare nelle micro-emozioni del racconto.
Ma è Ottavia Piccolo il cuore pulsante dello spettacolo. La sua performance trascende la semplice interpretazione: con una recitazione rigorosa, essenziale ma infinitamente ricca di sfumature, si muove tra i panni di Matteotti, della moglie Velia Titta e del narratore stesso, rendendo percepibile la complessità dei sentimenti e delle tensioni politiche. Come ha dichiarato in più interviste, Ottavia Piccolo sottolinea che il testo non è un documentario ma un racconto teatrale che deve restituire la statura umana e morale di Matteotti, la lucidità della sua analisi politica e il coraggio silenzioso della moglie, che nello spettacolo assume voce e parola con una “licenza poetica” per pronunciare ciò che le fonti storiche lasciano immaginare. Infatti, nel colloquio con Mussolini, storicamente avvenuto ma mai documentato nei contenuti, Velia pronuncia le parole di una lettera che lei stessa inviò a Mussolini due mesi dopo la scomparsa, accusandolo apertamente della morte del marito e imponendo l’assenza del regime alle esequie.


La sua è una parola che non consola: accusa. Ed è proprio la parola il centro etico dello spettacolo. Una parola chiara, fondata sui fatti, che smaschera. Una parola che, allora come oggi, fa paura.
Io denuncio…”, e quella denuncia risuona come un’eco che attraversa il tempo: contro la violenza sistematica, contro il silenzio imposto, contro quella deriva per cui l’eversione si traveste da ordine. Matteotti lo aveva capito: il pericolo più grande è quello che cresce senza essere percepito, la malattia che si insinua mentre tutti si convincono che non sia nulla.
Massini costruisce il testo come un meccanismo ad orologeria: la circolarità delle frasi, le ripetizioni calibrate, l’alternanza tra racconto e commento musicale coinvolgono lo spettatore in un percorso quasi rituale che non cede mai al sensazionalismo, ma mette in evidenza l’efferatezza del fascismo e la straordinaria capacità di Matteotti di leggere il pericolo e denunciarlo pubblicamente.
Emergono figure, frammenti, dettagli, uomini che al caffè ordinano senza sapere, folle che si compattano dietro slogan vuoti, la costruzione lenta e pericolosa del consenso. È lì che il fascismo prende corpo: non solo nei gesti eclatanti, ma nelle abitudini, nelle parole sbagliate, nelle paure alimentate.
Le sequenze in cui Velia Titta affronta idealmente Benito Mussolini sono tra le più memorabili: la scena si trasforma in un tribunale morale, dove la parola diventa resistenza e atto d’accusa. È teatro che immagina per dire la verità, che colma i vuoti della storia con una lucidità poetica necessaria.
Un altro merito dello spettacolo è la musica originale di Enrico Fink, che accompagna senza mai sovrastare, trasformandosi in una sorta di coro greco contemporaneo, mentre i Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo diventano parte integrante del tessuto narrativo.
A cento anni di distanza, sono il teatro, la musica e le parole a prendersi la responsabilità di parlare. E lo fanno con una chiarezza che non lascia scampo: perché il fascismo, sembra dirci lo spettacolo, non è solo un fatto storico, ma una possibilità sempre in agguato.
In sintesi, Matteotti: anatomia di un fascismo è un esempio brillante di teatro civile contemporaneo: un’opera in cui la storia si fonde con la drammaturgia e la scena diventa spazio di memoria attiva. E il suo monito finale resta addosso come un brivido lucido: la malattia più pericolosa è quella che non senti crescere.