Al Teatro Nuovo di Napoli fino al 12 aprile va in scena Anna Cappelli, il testo-testamento di Annibale Ruccello torna a vibrare come un nervo scoperto, affidato alla sensibilità radicale di Valentina Picello e alla regia essenziale e lucidissima di Claudio Tolcachir.
Inevitabile nel fatto che sia Napoli ad accogliere questo spettacolo, culla teatrale di Annibale Ruccello che diventa così il luogo più giusto dove far risuonare l'ultimo testo che egli scrisse nel 1986, appena prima di morire trentenne.
Valentina Picello, Premio Ubu 2025 come miglior attrice/performer proprio per questo ruolo (oltre che per La gatta sul tetto che scotta), raggiunge un livello attoriale come non mai, e lo fa con quella delicatezza dell'umorismo di cui parla il suo regista, quella capacità di staccare il dramma sull'orlo dell'abisso e alleggerire con una battuta, proprio come accade nella vita vera. Anna la abita, la consuma, la lascia passare attraverso il corpo come una corrente elettrica. È sola in scena, eppure moltiplica presenze, voci, fantasmi. È figlia, amante, vittima e carnefice nello stesso istante.
La sua Anna è una creatura fragile e disturbante, tenera e insopportabile, comica e tragica. Ride mentre cade, e cade mentre prova a salvarsi. E noi con lei. Valentina Picello incanta e ferisce in un viaggio tra desiderio, incomunicabilità e ossessione.
Piedi nudi su una distesa di terriccio. Un lampadario, una cyclette, una lavatrice, un frigorifero disteso a terra: frammenti di quotidianità sommersa che Cosimo Ferrigolo ha disposto in scena come reperti di un naufragio interiore. È in questo paesaggio che Anna Cappelli abita, o forse sprofonda. Perché il progetto scenografico non descrive una casa: materializza una mente, un ricordo, la sedimentazione di tutto ciò che questa donna non è riuscita a trattenere né a lasciar andare.
Claudio Tolcachir, innovativo drammaturgo argentino, fondatore della compagnia Timbre 4 a Buenos Aires, costruisce intorno a questo corpo una regia che rinuncia a tutto ciò che è superfluo. La scena, una distesa di terra, oggetti sommersi, una casa che sembra affondare, è più mentale che reale. È un paesaggio interiore: un luogo dove il passato marcisce e il presente non trova appiglio.
Il cuore pulsante dello spettacolo resta il testo di Ruccello, un’opera che, ancora oggi, sembra parlare con una lucidità inquietante del ruolo della donna, della solitudine, dell’assenza di spazio, fisico ed emotivo, per esistere.
_04.jpg)
Anna è impiegata comunale a Latina, viene da Orvieto, non ha mai avuto una stanza tutta per sé. E questa assenza è la radice di ogni cosa. Una famiglia che l'ha ignorata, una sorella più piccola preferita dal padre, una madre che non viene nemmeno citata: Anna è cresciuta senza identità, senza spazio, senza voce riconosciuta. E così, quando finalmente tenta di costruirsi una vita attraverso la convivenza con il ragioniere Tonino Scarpa, il suo desiderio si fa totale, assoluto, soffocante. Diventa bisogno. Poi ossessione. Non perché sia malvagia: ma perché non ha mai imparato a volere poco.
E qui la regia compie una scelta precisa e potentissima: non c’è giudizio. Non c’è nemmeno piena consapevolezza. L’atto estremo di Anna non è vendetta, non è calcolo. È un corto circuito dell’anima. Un gesto che nasce da un vuoto troppo grande per essere contenuto.
Ma il vero scarto, quello che fa male davvero, è un altro: la pazzia di Anna non esplode solo nell’atto finale. Si insinua prima, piano, nella lingua. Nel modo in cui parla. Nel suo continuo rivolgersi agli altri, il padre, la sorella, Tonino, la signora Tavernini, senza essere mai davvero ascoltata.
Parla, Anna. Parla tanto. Parla troppo. Eppure nessuno la capisce. È una follia sottile, quotidiana: quella di chi comunica e viene sistematicamente frainteso. Di chi cerca un contatto e trova solo muri. Di chi si racconta e si perde nelle proprie stesse parole. La lingua, volutamente neutra e “corretta”, diventa una gabbia. Le frasi si inceppano, si ripetono, si deformano. Il senso scivola via. E in quel vuoto semantico si apre l’abisso.
Picello attraversa tutto questo con una grazia spietata. Il suo è un flusso continuo: una risata che si incrina, un gesto che si ritrae, uno sguardo che chiede aiuto e subito si difende. Non c’è mai compiacimento, mai manierismo. Solo verità, nuda e tremante.
E quando, tra una crepa e l’altra, affiorano le note di Gino Paoli o l’eco pop di Raffaella Carrà (omaggi a due artisti scomparsi), il contrasto diventa vertiginoso: la leggerezza della memoria contro il peso insostenibile del presente.
Anna Cappelli è un viaggio scomodo. Ti mette davanti a uno specchio che non perdona. Ti costringe a chiederti fino a che punto l’amore possa trasformarsi in possesso, e quanto siamo disposti a perdere pur di non sentirci soli. Uno spettacolo che fa male come solo i capolavori sanno fare: non da fuori, ma da dentro. Perché ciascuno di noi, a un certo punto, ha avuto paura di essere lei. O di non averla capita abbastanza.
Produzione Carnezzeria / direzione artistica Emma Dante — Teatri di Bari / Teatro di Roma, in collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM. Scene Cosimo Ferrigolo, luci Fabio Bozzetta.