Una sera con Alberto Fortis tra pianoforte e "controaerea" civile ad Agerola

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Una sera con Alberto Fortis tra pianoforte e "controaerea" civile ad Agerola

Foto di Ciro Serrapica

Nell'ambito della XV edizione di "Agerola Sui Sentieri degli Dei – Festival dell'Alta Costiera Amalfitana", Alberto Fortis ha portato in scena il suo Piano Solo Recital, accompagnato dal dialogo (più monologo indotto che vera intervista) con Gianmaurizio Foderaro nella sezione "Musica e Parole". Un concerto in cui il cantautore di Domodossola non si è limitato a incastonare canzoni una dietro l'altra, ma le ha usate come pretesto per un discorso più ampio, quasi un instant-book a voce, tra ricordi discografici, appelli alla pace e stoccate al presente.
Fortis non si è seduto subito al pianoforte. Prima ha voluto un discorso d'apertura lungo e programmatico, in cui ha collegato la serata di Agerola a una riflessione sul presente storico: la contrapposizione tra "l'orribile scenario di guerre" e il bisogno di "condivisione, aggregazione e bellezza". Ha invocato l'immaginazione come l'arma più potente a disposizione di chiunque, citando Einstein, per poi consegnare al pubblico un'idea che ha attraversato tutta la serata: la responsabilità di ogni generazione di lasciare "qualcosa di decente" a quella successiva. Toni accorati e impegnati, da dichiarazione d'intenti prima ancora che da un accordo di pianoforte. Mentre dietro sul videowall imperava la foto della madre con una frase che racchiude un mondo "Stai uscendo amore mio. Stai portando amore a chi non l'ha".
Il primo blocco di canzoni, Carta del cielo, Vita ch'è vita (Greenwich), la cover di Forever Young di Bob Dylan e Milano e Vincenzo, è filato via senza pause, con Fortis che ha scelto di far parlare prima la musica e solo dopo le parole.


Alla prima vera pausa parlata, Fortis ha ricordato l'episodio dell'incontro con Dario Argento, che lo definì scherzosamente "il primo cantautore killer della storia" per via del titolo tagliente di Milano e Vincenzo. Da lì il racconto del rapporto, burrascoso ma alla fine affettuoso, con Vincenzo Micocci, il produttore che lo mise sotto contratto a Roma quando aveva appena vent'anni, tenendolo "bloccato per quasi tre anni" nell'attesa di un disco. Fortis ha rivendicato di aver poi scritto la prefazione della biografia di Micocci, segno di una storia "a lieto fine" nonostante gli attriti. Chiusura del pensiero con un appello tutt'altro che nostalgico: invitare anche chi non è più giovanissimo a usare i social "come un'arma", per fare da contraltare a un'industria musicale che rischia di appiattirsi sui talent.
Presentando La neña del Salvador, tratta dal suo terzo album La grande Grotta, il primo registrato a Los Angeles, Fortis ha rivendicato la propria scelta di essere rimasto "un libero battitore", di non aver mai inseguito la classifica facile. Poi il racconto più suggestivo della serata: la genesi de Il Duomo di notte, scritta quando era ancora studente di medicina, seduto sui gradini di una piazza col Duomo di Milano alle spalle. Fortis ha attribuito la canzone a una sorta di illuminazione improvvisa, richiamando una frase che gli disse Bob Dylan in persona, in apertura di un concerto del quale fu spalla: l'idea che a volte non si crei nulla, ma si capti solo "un qualcosa che è già scritto nell'aria". Non è un aneddoto buttato lì: Il Duomo di notte è realmente entrata nella classifica Rolling Stone dei cento brani fondamentali della storia del pop-rock internazionale, ed è generalmente considerata, insieme a La sedia di lillà, il vertice del suo album d'esordio del 1979, un brano ermetico e visionario, capace di intrecciare il Duomo di Milano e la vicenda di una maternità dolorosa in una scrittura più vicina alla poesia che alla canzone da classifica. Dal vivo, Fortis l'ha fatta sfociare in un assolo pianistico che ha richiamato Forbidden Colours di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto, prima di scivolare in Fragole infinite.
Su Fragole infinite è arrivato uno dei momenti più godibili della serata sul piano narrativo: Fortis ha ricordato di aver registrato il brano proprio nella Room Two di Abbey Road, la stanza dove i Beatles incisero i loro classici, sotto la supervisione di George Martin, e sullo stesso microfono con cui John Lennon aveva cantato Strawberry Fields Forever. A completare il quadro, l'incontro con Paul McCartney, con la piccola Stella e con Linda McCartney, raccontato con un tono leggero e quasi da retroscena da fan più che da cantautore navigato.


La parte più densa e più "politica" della serata è arrivata introducendo L'amicizia e soprattutto Ricordati di me. Fortis ha rivendicato un legame quasi terapeutico tra musica e salute, citando testimonianze di persone risvegliate dal coma ascoltando La sedia di lillà, il suo impegno come testimonial per la sclerosi multipla e la fibrosi cistica, e una lunga militanza per i diritti dei nativi americani, in particolare della Navajo Nation. Ha poi annunciato con evidente orgoglio la nomina ad ambasciatore per la pace del Summit Mondiale dei Premi Nobel, spiegando il concetto di "pace preventiva" mutuato dal Terzo Paradiso di Michelangelo Pistoletto, di cui è ambasciatore da oltre un anno: l'idea di superare gli schieramenti politici agendo dal "microterritorio". Non sono mancate frecciate dirette, la denuncia di certo trap e rap che, a suo dire, arriva a istigare comportamenti violenti, e un passaggio duro sui bilanci bellici, con la stima secondo cui basterebbe l'1% della spesa per gli armamenti per risolvere la fame nel mondo.
Il brano è stato introdotto anche da un contributo video di Michelangelo Pistoletto, le cui parole sono risuonate sul videowall prima dell'esecuzione: «La pace preventiva impone un solo comandamento. Non uccidere l'essere umano. Non uccidere l'essere umano… Con la musica creiamo l'armonia della società. La pace preventiva è il principio che cambia il finale. La pace preventiva è il principio che cambia il finale…». Un intervento breve ma scandito quasi come un mantra, che ha preparato il terreno emotivo a Ricordati di me, eseguita con il videoclip della canzone che scorreva sul videowall in cui vede la partecipazione di Moni Ovadia. Fortis ha chiuso dedicando la canzone a una lunga lista di figure simbolo assassinate o scomparse per le proprie idee: da Gandhi a Martin Luther King, da Falcone e Borsellino ai fratelli Kennedy, da Moro a Pasolini fino a Lennon.
Il congedo, tutto in crescendo emotivo, è arrivato con Settembre e soprattutto con La sedia di lillà, il brano più celebre e straziante del repertorio di Fortis, tratto proprio dall'album d'esordio del 1979. È la storia, ispirata a un episodio reale, quello dello zio materno del cantautore, rimasto paralizzato dopo una caduta accidentale, di un uomo costretto su una sedia a rotelle che, nella finzione della canzone (diversamente da come andò nella realtà), sceglie il suicidio come atto di liberazione dal peso dell'esistenza e dal tradimento degli amici. Dal vivo, come racconta chi lo ha ascoltato più volte in concerto, Fortis riesce ancora a restituirle tutta la sua carica emotiva, una delle cifre più autentiche del suo modo di stare sul palco.


Più che un concerto in senso stretto, quello di Agerola si è configurato come un lungo racconto autobiografico intervallato da canzoni, in cui Fortis ha usato il pianoforte solo come uno dei tanti strumenti a disposizione, insieme alla parola, al ricordo, all'invettiva civile. Chi si aspettava un piano-recital asciutto ha trovato invece un artista che non rinuncia mai a raccontarsi, generoso di aneddoti e riflessioni nei suoi excursus, ma capace, quando torna alla musica pura, di ricordare perché Il Duomo di notte, La sedia di lillà e tanti altri suoi brani, restano ancora oggi dei vertici più alti della canzone d'autore italiana.