A 83 anni Renato Carpentieri ascolta se stesso: un Krapp magistrale

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A 83 anni Renato Carpentieri ascolta se stesso: un Krapp magistrale

Foto di Lia Pasqualino

L'ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett e Press Conference di Harold Pinter, con Renato Carpentieri e la regia di Roberto Andò, aprono la stagione 2026/27 del Teatro Mercadante di Napoli in scena fino al 1° novembre.
A 83 anni Renato Carpentieri porta sul palco del Mercadante due testi che sembrano lontanissimi e che, in un'ora, finiscono per parlarsi: un vecchio che ascolta la propria voce di trent'anni prima, e un ministro che usa la voce per cancellare ogni verità. La prova dell'attore è magistrale, e la regia di Roberto Andò ha il merito di lasciarla respirare.
Krapp's Last Tape debuttò al Royal Court di Londra il 28 ottobre 1958, scritto per la voce di Patrick Magee, ed è il primo testo teatrale che Beckett concepì direttamente in inglese. Il meccanismo è di una semplicità geniale: nella notte del suo sessantanovesimo compleanno Krapp consulta il registro delle sue bobine, sceglie quella dei trentanove anni, intitolata Addio all'amore, e la ascolta. Poi prova a registrarne una nuova, ma non ha più nulla da dire.
La forza del testo sta nello scontro tra due voci. Quella del nastro è solenne, sicura di sé, convinta di aver avuto la "visione" che avrebbe consegnato un'opera alla gloria; quella del vecchio la deride ("difficile credere di essere mai stato quel giovane imbecille"). Il giovane ha sacrificato l'amore alla scrittura e il bilancio è impietoso: diciassette copie vendute, undici a prezzo di costo. Eppure, quando il nastro arriva alla scena della barca, con gli occhi della ragazza e la ‘terra che potrebbe essere disabitata’” il vecchio riavvolge e riascolta quel solo passo, e il nastro finale gira a vuoto.
Beckett fonde registri opposti: il rigore quasi liturgico dell'idea scenica e le gag da music hall (le banane, la buccia su cui Krapp scivola, il nome che richiama crap), il lirismo dell'amore perduto e la volgarità corporea di un uomo stitico e alcolizzato. Nella traduzione di Carlo Fruttero la lingua tiene entrambi i poli: la "Bobiiiina!" gustata con voluttuoso compiacimento e la secchezza dell'ultima frase, in cui Krapp dice di non volersi voltare indietro "nemmeno col fuoco che sento in me ora". Ricordare, qui, non eleva come in Proust: certifica il fallimento. È il tema che Andò richiama nelle sue note, citando il saggio giovanile di Beckett su Proust e la battuta secondo cui "l'uomo di buona memoria non ricorda niente perché non dimentica niente".


Press Conference è un pezzo brevissimo, scritto da Pinter per se stesso: lo interpretò nel febbraio 2002 al Lyttelton del National Theatre di Londra, nei panni di un ministro. Un portavoce risponde alle domande dei giornalisti e, a ogni risposta, il linguaggio ufficiale scivola dal burocratese alla minaccia. Il ministro della Cultura è l'ex capo dei servizi segreti, e non vede alcuna incongruenza: allora proteggeva le "radici culturali" da chi voleva distruggerle, oggi fa lo stesso con altri mezzi.
Il testo procede per piccoli, feroci spostamenti. Il dissenso è benvenuto, purché "rimanga tra le quattro mura", meglio se sotto il letto, accanto al vaso da notte. Il nemico da cui difendersi è "il verde". Quando si parla della politica verso i bambini, considerati una minaccia, l'elenco delle pratiche: rapimento, rieducazione, e in caso contrario la morte, viene snocciolato con la stessa pacatezza con cui si illustra un piano di marketing, e subito dopo si invoca "il libero mercato" e la "bontà innata" del cittadino qualunque. L'ultima battuta, "Colui che si è perduto sarà ritrovato", sigilla tutto con un versetto di consolazione che suona come una condanna.
Il riso che ne nasce è quello "angosciato" di cui parla Andò. Qui l'abisso non è interiore come in Beckett: è costruito a tavolino per esercitare dominio. In Beckett la voce registrata scava nell'identità fino a scoprirne il vuoto; in Pinter la voce ufficiale fabbrica un vuoto di senso per governare. L'allestimento di Napoli, nella traduzione di Alessandra Serra, affida le domande a cinque voci della stampa (Valentina Acca, Annalisa D'Amato, Patrizia Lopez, Andrea Renzi, Lorenzo Vacalebre) e porta in scena un bambino, il piccolo Agostino Cossia: una presenza che dà un volto ai bambini di cui il ministro parla come di una minaccia da neutralizzare.
Il punto fermo dello spettacolo è lui. Carpentieri ha raccontato di aver sognato da universitario di misurarsi con le banane di Krapp, "per una settimana ne feci indigestione", e di arrivarci soltanto a 83 anni. Si vede che l'attesa è stata fruttuosa: il ruolo non è "interpretato", è abitato con la calma di chi non ha più nulla da dimostrare.
Krapp è una parte in cui si recita soprattutto ascoltando. Le didascalie di Beckett sono una partitura di gesti minimi: le chiavi cercate, il cassetto, la banana accarezzata e sbucciata, la sosta immobile con lo sguardo nel vuoto, la mano dietro l'orecchio proteso verso il registratore. Carpentieri li esegue senza enfasi e senza smorfie, lasciando che il comico nasca dalla precisione e che la malinconia affiori nelle pause. Quando la voce del nastro canta il suo trionfo, il volto del vecchio è un paesaggio in cui passano scherno, vergogna, desiderio: l'ascolto diventa azione.
La seconda parte, Press Conference, è un cambio di registro netto. Dalla fragilità di Krapp si passa alla cortesia untuosa del ministro, e la minaccia sta tutta nel modo in cui le parole sono dette: la sorridente "pacca sulla spalla", lo sprezzo appena accennato per chi dissente, il garbo con cui si dice che il dissenso va tenuto sotto il letto. È la stessa voce, appesantita dall'età, che prima cercava se stessa e ora la usa come arma. Vedere un solo attore attraversare così due solitudini, quella di chi ha perduto il proprio tempo e quella di chi ha perduto ogni scrupolo, è il vero evento della serata.
La scelta più intelligente di Roberto Andò è di non presentare il dittico come un accostamento. Nelle note di regia chiede di guardare a Press Conference come a un'epigrafe o a una dedica, e di ascoltare lo spettacolo "in modo musicale", come un lungo lied seguito da una suite brevissima. Il criterio funziona: Pinter arriva quando Beckett ha finito di consumare la sua tristezza, e la risata gelata che ne segue ha la stessa origine, il linguaggio come luogo in cui l'uomo si perde.


Dietro c'è anche un debito personale. Andò racconta di aver visto nel 2006, al Royal Court, lo stesso Pinter interpretare Krapp, in quello che sarebbe stato il suo congedo dalle scene, e di aver voluto con questo spettacolo "chiudere il cerchio della memoria". Si sente in una regia che, al di là di alcuni effetti, si concentra sul testo e sull'attore, con l'impianto di Gianni Carluccio (scene e luci), i costumi di Daniela Cernigliaro e il suono di Hubert Westkemper al servizio di un'ora dove ogni suono, dal frusciare del nastro alla voce dei giornalisti, deve avere il suo peso preciso.
Un'apertura di stagione che vale il biglietto per tre ragioni: un testo cardine del Novecento, restituito senza sentimentalismo; un controcanto pinteriano che trasforma la malinconia in allarme civile; e soprattutto un attore di 83 anni che sa che il teatro, come il nastro di Krapp, si regge su una voce e su un silenzio. Dopo Napoli lo spettacolo sarà a Milano (Franco Parenti, 12–17 gennaio 2027), Genova (Gustavo Modena, 20–24 gennaio), Roma (Vascello, 26–31 gennaio), Modena (Passioni, 18–21 marzo) e Lucca (Giglio, 2–4 aprile).