Foto di Nicola Garofano
Alla fine, più che un’aggiunta, è un ritorno. Un ritorno necessario, quasi inevitabile. Il maestro Roberto De Simone entra nel Presepe Favoloso della Basilica di Santa Maria della Sanità, e lo fa non come semplice presenza, ma come origine stessa di quel racconto.
Nel cuore del Rione Sanità, il Presepe Favoloso dei fratelli Scuotto continua a crescere come un organismo vivo: un teatro di terracotta dove sacro e profano si guardano negli occhi, senza filtri.
L’ingresso di Roberto De Simone segna però un passaggio diverso. Non è un omaggio, è una restituzione. Senza i suoi studi sulla Natività napoletana, senza il suo sguardo capace di leggere il presepe come rito, linguaggio e stratificazione culturale, quell’opera non avrebbe avuto la stessa forza.
La statuina lo ritrae come un direttore d’orchestra: bacchetta tra le mani, abiti settecenteschi, lo sguardo sospeso tra rigore e distanza. È lui che dirige, idealmente, questo mondo brulicante.
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Perché il Presepe Favoloso, come suggerisce il nome, non è un’autoincensazione: è un universo di favole. E, come tutte le fiabe vere, fa anche paura.
Tra le figure che lo abitano emerge la tragica storia di Mafalda Cicinelli, giovane costretta alla clausura ma ribelle per amore. La sua passione per un paggio si trasforma in tragedia nella notte di Natale: il padre uccide il giovane e lei, scoperta la verità, si trafigge con lo stesso pugnale. Sul presepe resta la sua presenza spettrale, sospesa su un ponte, simbolo di passaggio tra vivi e morti.
Poco distante, quasi a riequilibrare il dramma con ironia e nobiltà popolare, appare Totò, vestito da aristocratico settecentesco, con accanto un cagnolino: memoria della sua umanità e del suo amore per gli animali.
Ma basta spostare lo sguardo e si entra in territori più oscuri: l’osteria non è luogo di festa, ma anticamera infernale, dominata da presenze demoniache come Belfagor. E poi Maria ’a Manilonga, creatura mostruosa che abita i pozzi e trascina i bambini negli abissi, anti-Madonna di un presepe costruito sul gioco degli opposti.
Non manca il lupo mannaro, figura sospesa tra malattia e leggenda, né il gruppo dei ciechi ispirato a Pieter Bruegel il Vecchio: uomini in bilico sul precipizio, metafora eterna di un’umanità che avanza senza vedere.
E poi c’è la vita. Quella quotidiana, concreta, scandita dai mesi e dai mestieri. Il mercato diventa calendario vivente: l’oste di gennaio, il ricottaro di febbraio, l’ovaiola di aprile, il vinaio di ottobre, la castagnara di novembre, fino al pescivendolo di dicembre, simbolo cristologico per eccellenza.
Attorno, una folla che è Napoli stessa: scugnizzi, guappi, pescatori, lavandaie, monaci questuanti. C’è il munaciello, spirito domestico e ambiguo, e il femminiello, custode di riti antichi come la tombola scostumata. C’è Diego Armando Maradona, raffigurato come uno scugnizzo che palleggia con un’arancia. C’è Eduardo De Filippo con il camicione di Pulcinella. E poi figure che raccontano il confine sottile tra i mondi: Maria ’a Purpettara, che vende polpette avvelenate mescolando simboli dei vivi e dei morti; le lavandaie, eco delle levatrici apocrife; i monaci incappucciati che attraversano il ponte, come anime in transito. Qui il presepe diventa davvero ciò che Roberto De Simone ha sempre raccontato: un varco.
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Gianni Lamagna, Antonella Morea, Patrizia Spinosi, Anna Spagnuolo e Lello Giulivo
L’inserimento del “pastore” dedicato al maestro è stato al centro di un evento presentato in questi giorni da don Luigi Calemme, da Alessandro De Simone e Salvatore Scuotto, con interventi musicali di artisti legati al maestro. A restituire la sua eredità, le voci di Lello Giulivo, Gianni Lamagna, Antonella Morea, Paolo Propoli, Anna Spagnuolo e Patrizia Spinosi. Non una semplice presentazione, ma un rito collettivo, dove la musica ha riaperto il dialogo con il maestro.
A sintetizzare il cuore dell’evento, le parole del parroco Luigi Calemme:
«Questo appuntamento attorno al Presepe Favoloso è diventato un momento che si rinnova nel tempo, capace di riunire la comunità proprio come accade nelle nostre case. Il presepe unisce famiglie e generazioni. Ho la percezione che stia diventando sempre più un presepe vivente: le statue sono inanimate, ma è vivo per l’amicizia, la fraternità e l’interculturalità che esprime. Ricordando il maestro Roberto De Simone, emerge un elemento fondamentale: la memoria grata verso chi ha fatto la storia della musica e dell’arte napoletana. Anche per questo, la sua presenza qui è così significativa».
E allora il punto è chiaro, senza troppi giri: questo non è un presepe che aggiunge figure per stupire. È un presepe che costruisce memoria. E che, pezzo dopo pezzo, continua a raccontare Napoli come pochi altri sanno fare.
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Salvatore Scuotto e Alessandro De Simone
A dare profondità e misura a questo inserimento è anche lo sguardo di Alessandro De Simone, nipote del maestro, che racconta il significato più intimo di questa scelta.
Quanto è importante oggi ricordare Roberto De Simone, anche se solo da un anno dalla sua scomparsa?
«Non devo essere io a dirlo, perché l’eredità che ha lasciato non appartiene soltanto a me o alla sua famiglia, ma alla città intera, alla cultura italiana e, in molti aspetti, anche a quella internazionale. Il suo sguardo ha attraversato mondi diversi, la musica, il teatro, le tradizioni popolari, restituendo loro una dignità e una profondità che forse avevamo dimenticato. Ricordarlo oggi non è solo un atto affettivo o commemorativo, ma un gesto necessario, quasi civile. Significa continuare a interrogarsi su ciò che ci ha insegnato, su quel modo rigoroso e appassionato di studiare e raccontare Napoli senza mai ridurla a folklore. A un anno dalla sua scomparsa, la sua presenza è ancora estremamente viva, perché vive nelle opere, negli artisti che ha formato, nei percorsi che ha aperto. Più che un ricordo, direi che è una continuità: qualcosa che non si è interrotto, ma che continua a generare senso, visione e, soprattutto, consapevolezza culturale».
L’inserimento di Roberto De Simone nel Presepe Favoloso è frutto di un percorso preciso. Com’è nata quest’idea e quale valore simbolico porta con sé oggi, nel solco della tradizione?
«Con Salvatore Scuotto eravamo in dubbio. Mi contattò circa un anno e mezzo fa per dirmi che avevano l’idea di inserire il maestro, mio zio, nel Presepe Favoloso quando era ancora in vita. Gli dissi che avevo delle perplessità sull’opportunità di farlo in quel momento, non tanto per una questione scaramantica, quanto per una questione di aderenza alla tradizione. Diciamo: aspettiamo, quando sarà il momento, tra cento anni, si spera, si potrà valutare. Pensavo che lo zio potesse non essere del tutto allineato a questa operazione. Devo dire che Salvatore è stato molto attento e rispettoso, e ha abbracciato questa mia posizione. Secondo la tradizione, infatti, nell’anno in cui un personaggio celebre passa a miglior vita viene inserito nel presepe: è un contatto simbolico tra i morti e i vivi. Il presepe rappresenta proprio questo legame, in un momento rituale ben codificato, dal 2 novembre al 6 gennaio, quando si chiude il ciclo e i morti ritornano nel regno dell’Ade».
Hai avuto con lui un rapporto costante. C’è un ricordo o un aneddoto legato al Natale che vuoi condividere?
«Assolutamente sì, fin da bambino. Di aneddoti ce ne sarebbero centomila. In realtà, il momento del Natale, finché ha vissuto da solo, lo rispettava in maniera molto intima: trascorreva la notte da solo, mentre noi ci vedevamo prima o dopo. C’era però un rituale che faceva, forse poco conosciuto: l’illuminazione del presepe. Era realizzata con i mandarini. Con sua sorella, mia zia Giovanna, svuotavano i mandarini della polpa, lasciando il picciolo come stoppino; poi aggiungevano l’olio e li accendevano. Così il presepe veniva illuminato in modo tradizionale. Questo ha un significato preciso: richiama i lumini dei defunti. È un’illuminazione notturna, quasi funebre, perché il presepe, come dicevo prima, rappresenta un momento di contatto tra vivi e morti, una sospensione del tempo storico in cui questo dialogo diventa possibile».
Hai condiviso con lui qualche volta anche la costruzione del presepe?
«L’ultimo presepe lo abbiamo fatto insieme. Aveva una struttura realizzata da una persona che poi ha donato, assolutamente in linea con la tradizione, con le tre grotte in basso, quindi perfettamente codificata. Poi lo abbiamo allestito insieme. Mi disse di andare a comprare alcuni pastori a San Gregorio Armeno, anche per verificare cosa fosse cambiato rispetto a ciò che ricordava. Dal 2008, infatti, usciva pochissimo di casa a causa di problemi di salute, ma continuava ad avere un contatto con la realtà attraverso me, i suoi collaboratori e gli amici. Era sempre molto attento, curioso, interrogativo: voleva sapere cosa succedeva a Napoli. Mi mandava a comprare i pastori proprio per capire se fossero cambiati, cosa fosse rimasto. Per esempio, i colori non sono più quelli di una volta: anche su questo esiste un codice preciso, sull’intensità dei colori e sugli abiti dei pastori. Era molto critico rispetto ai cambiamenti, soprattutto quando non erano più allineati alla tradizione. Non li vedeva come semplici trasformazioni estetiche, ma come una perdita di aderenza al sacro e alla devozione. E questo è il punto: se manca il presupposto devozionale, il presepe perde la sua ragione di esistere. Fortunatamente, però, questa dimensione non si è persa del tutto. Nonostante un certo degrado in alcuni aspetti della tradizione, essa è ancora viva. E lui aveva fiducia che le nuove generazioni potessero portarla avanti».