Sessant’anni di carriera e non sentirli. Anzi: trasformarli in materia viva, in suono, in visione. Alla 76ª edizione del Festival di Sanremo, Patty Pravo torna in gara con Opera, brano che dà il titolo al suo ventinovesimo album in uscita il 6 marzo e scritto per lei da Giovanni Caccamo. Un progetto che attraversa musica, arti visive e memoria, celebrando un percorso unico nel panorama italiano, tra provocazione, ricerca e libertà assoluta.
Durante la conferenza stampa sanremese, segnata anche da un piccolo incidente sfiorato, subito trasformato in ironia dalla “Divina”, l’artista veneziana ha ripercorso con leggerezza e profondità i temi della sua lunga storia: la libertà femminile, la spiritualità, la voce come dono, l’arte come destino. Nella serata delle cover omaggia l’amica Ornella Vanoni con “Ti lascio una canzone”, accompagnata dal primo ballerino della Scala Timofej Andrijashenko, suggellando un legame artistico e umano che attraversa generazioni.
Dal 25 marzo Opera sarà presentato nei musei di alcune città italiane, prima di approdare nei teatri con l’Opera Tour dall’8 aprile: un itinerario coerente con l’idea di arte totale che da sempre definisce Patty Pravo, interprete, icona, figura fuori dal tempo.
“Opera” nasce da un sogno. Dopo sessant’anni di carriera, esiste ancora un sogno da realizzare?
«Intanto ho realizzato questo. Poi vedremo: spero ci siano ancora molte sorprese. Io amo sorprendermi».
Lei non ha mai amato le gare, ma vincere Sanremo potrebbe essere un sogno?
«No, per carità, neanche pensarci. Non ho vinto neppure con un pezzo di Vasco… e dimmi che non vuoi morire».
La sua carriera è sempre stata trasgressiva. “Opera”, con le sue sonorità classiche, è una nuova trasgressione?
«No: è qualcosa che si sente, che viene dall’anima. Caccamo ha scritto musica e parole che arrivano da dentro. Non è contro la musica di oggi: è memoria di armonie».

Nel brano si parla dell’essere umano come opera d’arte. Non crede che oggi esistano molte imperfezioni?
«La vita oggi è molto dura. Spero che i giovani riescano a capire e a opporsi a certe cose tragiche di cui tutti parliamo e che tutti viviamo».
Nel brano lei canta “sono una musa”. Si è mai sentita tale?
«Vi ringrazio, ma no: non ho mai pensato di esserlo. Forse l’ho sentito, ma non l’ho mai pensato».
Se potesse diventare un’opera d’arte, quale artista sceglierebbe?
«Da veneziana direi Tintoretto. E poi Mario Schifano: che è stato un grande amico, oltre che un grande pittore».
“Opera” ha anche una dimensione spirituale?
«Sì, molta. Nella musica e nelle parole. La spiritualità non sempre si spiega a parole».
E nella sua vita?
«Io amo le persone, i bambini, gli animali: li amo profondamente, come fossero parte di me. Il trascendente è una forza.»
Crede in Dio?
«No.»
Che emozione è tornare sul palco dell’Ariston?
«Molto piacevole. È un bellissimo palcoscenico, e mi piace tornarci».
Nella serata cover canterà “Ti lascio una canzone” per Ornella Vanoni. Che valore ha per lei?
«È un brano morbido, sottile, dolce. Paoli lo scrisse per Ornella: dentro c’è amore per questa grande artista. Avevo voglia di cantarlo. E ci sarà un ballerino meraviglioso che danzerà sulla musica di Paoli e sul mio canto».
Ornella Vanoni la chiamava NicoPat e lei la chiama Ornellik. Perché?
«Da sempre. Ci conosciamo da ragazze. Canterò un brano che mi emoziona: sottile, fragile, delicato. Spero arrivi come un saluto».

Molti artisti evitano la gara a Sanremo. Lei invece torna sempre: perché?
«Non mi dispiace, anzi mi diverte. Non ho mai pensato di vincere Sanremo. Ci vengo per proporre qualcosa: esiste Sanremo e io ci vado. È un palcoscenico come un altro».
Sanremo è cambiato molto: cosa manterrebbe e cosa cambierebbe?
«Non è facile: deve dirlo chi lo organizza. Io sono una povera cantante».
Ha avuto contatti con i giovani artisti in gara?
«Poco: dietro il palco c’è molta confusione. Ci siamo salutati, com’è normale».
Si discute della scarsa presenza femminile al Festival. Lei ha attraversato epoche e Sanremo diversi: come vede oggi il ruolo delle donne?
«Io sono nata libera: non ho avuto restrizioni né dalla famiglia né dalla vita. Ho sempre fatto ciò che volevo, nel bene e nel male. Spero che anche le altre donne facciano lo stesso. Pensiamo all’antico Egitto: molte donne erano a capo dello Stato e avevano lo stesso potere degli uomini. Noi, oggi, siamo un po’ in ritardo».
Quindi la responsabilità è anche delle donne stesse?
«Su questo, poco ma sicuro».
Per essere davvero una diva non basta il fascino: serve pensiero, storia, personalità. Che messaggio vuole dare alle donne?
«Le donne, mille anni fa, erano molto libere: dirigevano, governavano imperi. Poi abbiamo avuto secoli di arretramento. Prima o poi torneremo a quella libertà. Dovremo solo… mandar via gli uomini, poveracci».
Le ha fatto piacere la cover di “La bambola” di Madonna?
«Certo, è stata una bellissima sorpresa».
Molte star internazionali, da Madonna a Lana Del Rey, dichiarano di ispirarsi a lei. Che effetto fa?
«Siamo tutti uguali: facciamo lo stesso mestiere. Che sia in America o in Italia. Ho venduto 130 milioni di dischi: è normale che il mio nome giri. Fa piacere essere ricordata».

La sua voce è ancora potentissima. Che rapporto ha con essa?
«La voce conta moltissimo. È un dono, come essere alti o bassi, biondi o bruni. Io ringrazio il cielo di averla. Faccio qualche esercizio prima di cantare, ma solo adesso: non l’ho mai fatto prima».
Le piace la sua voce?
«Certo. Altrimenti non canterei».
Dopo l’album arriverà il tour?
«Certo: dopo le presentazioni nei musei, saremo nei teatri. Dall’8 aprile. Il 9 è il mio compleanno».
Nicoletta la trasgressiva: oggi cos’è la trasgressione?
«Non ho mai capito questa parola. Per me è essere sé stessi quando si vuole. Se questo è trasgressivo, allora sì: lo sono, perché ho sempre fatto ciò che mi pare. Ho fatto scelte buone e cattive, e sono sempre pronta a pagarne il prezzo».
Che rapporto ha con i social?
«Esistono, quindi non si può farne a meno. Non guardo molto: qualcuno lo fa per me».
Di cosa va più orgogliosa nella sua vita? E cosa la rende più felice della carriera?
«Poter cantare ancora. E cantare bene».