«Nelle mie origini ho trovato la mia personalità, sullo strumento e nella musica»: viaggio nel live di Tullio De Piscopo

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«Nelle mie origini ho trovato la mia personalità, sullo strumento e nella musica»: viaggio nel live di Tullio De Piscopo

Foto di Nicola Garofano

Ottant’anni non sono un numero. Sono una stratificazione. Polvere di palchi, notti in viaggio, dischi consumati e rinati mille volte. Al Teatro Augusteo di Napoli, Tullio De Piscopo non porta in scena un semplice concerto, ma un’autobiografia in tempo reale: “80 Tullio – The Last Tour… Nun ’O Saccio!” è un racconto che si suona, si suda, si ricorda senza nostalgia patinata.
Perché sì, ottant’anni sono tanti. E dentro ci stanno collaborazioni che sembrano una hall of fame vivente: Astor Piazzolla, Quincy Jones, Billy Cobham, Mina, Fabrizio De André, Franco Battiato, Lucio Dalla, John Lewis, Chet Baker. Nomi che pesano, ma che qui non schiacciano: diventano tappe di un percorso, non trofei da esibire.
E poi c’è il nodo centrale: l’incontro con Pino Daniele. Più che una collaborazione, un patto artistico. Una lingua comune fatta di Napoli, blues e libertà. Insieme danno vita alla Vaimò band, una delle esperienze più identitarie della musica italiana.
Ma la verità è un’altra: sul palco, De Piscopo non celebra. Ricomincia. Ha un’energia nervosa, istintiva, quasi ruvida. Suona come se dovesse ancora dimostrare tutto. Niente monumentalità: solo movimento.
«Finalmente a casa. Quanti ricordi. Nel ’66 sono partito in cerca di musica, però l’emozione più forte è tornare su queste tavole, al Teatro Augusteo di Napoli. Qui ha suonato ’o saggio, mio padre, Giuseppe De Piscopo…»
Da qui parte tutto. Il ritorno, le radici, la memoria. Il padre, il fratello Romeo De Piscopo, la batteria comprata a cambiali, le partenze di notte dalla stazione, i dischi jazz in valigia. E quel dolore mai davvero addomesticato che diventa spinta, urgenza, direzione. Napoli è già tutta lì: nei suoni delle finestre aperte, nei clacson, nelle voci dei venditori. È da quel caos armonico che nasce la sua identità. Non un’estetica, ma un istinto.
«Tutte queste cose le ho prese e le ho portate nel mio modo di essere. Nella mia musica. Sulla mia batteria, sulle percussioni. La tarantella, che tutti snobbavano… io l’ho rimessa dentro. Così, attraverso Napoli e le mie origini, ho trovato la mia personalità. Sullo strumento, nella musica. E in tutto il mondo ho portato Napoli».
Quando introduce Namina, nata anche grazie all’intuizione di Pino Daniele, il racconto si fa geografia emotiva: Napoli-Milano-Napoli. Andata e ritorno. Dentro, anche il respiro del clarinetto di Lucio Dalla.


Il concerto procede come un flusso continuo. Gli aneddoti non sono parentesi: sono parte del ritmo. Poi il viaggio si allarga. Il primo tour europeo con Pino Daniele, Joe Amoruso e gli altri è un road movie senza soldi ma pieno di senso. Pullman, stanchezza, risate e silenzi. Nessuna certezza, solo la necessità di portare quella musica in giro. È lì che nasce qualcosa che durerà.
Dopo i racconti, la musica riprende spazio. ’E fatto ’e sorde! (da Passaggio da Oriente, 1985) scivola via con quella leggerezza ostinata delle canzoni che non urlano ma restano. E poi arriva uno dei momenti più sospesi della serata: il racconto del frate.
Siamo nel 1988. Il successo di Andamento lento, o “Sacro Andamento lento”, come lo chiama lui, è arrivato, ma il nuovo brano per il Festival di Sanremo 1989 ancora no. Dopo un concerto a Bologna, parte verso Roma. Il testo non esiste. Poi la deviazione: Faenza. Una chiesa. Un frate che invece di dargli un santino come agli altri fedeli gli dà un foglio bianco, che distrattamente Tullio infila in tasca. Solo più tardi, in un autogrill, quel foglio si riempie di senso, lo legge: “Un sorriso vale tanto e non dura che un momento…”. Come se la canzone lo avesse trovato prima di essere scritta. Non c’è bisogno di spiegarlo. Funziona così. Come certe intuizioni che arrivano quando smetti di cercarle. Subito dopo, E allora e allora. Non un successo da classifica, ma un altro passo dentro un percorso che non ha mai scelto strade comode.
Il concerto continua a intrecciare memoria e presente. L’incontro con Gino Paoli, la disciplina feroce di un ragazzo che preferisce studiare invece di andare al mare, le registrazioni a Milano, le telefonate improvvise.
E poi uno snodo decisivo: Astor Piazzolla. All’inizio è solo un nome sconosciuto. Poi diventa una rivelazione. Nessuna partitura, solo ascolto. Il bandoneón che apre l’aria, la batteria che trova il suo spazio. Libertango nasce così: da un rischio. Quando lo suona dal vivo, non è un omaggio. È un ritorno. 
Il presente si riaccende con Andamento lento. Accanto a lui salgono sul palco, LDA e Aka 7even. Non nostalgia, ma passaggio di testimone. L’arrangiamento di Checco D'Alessio apre il brano a nuove sonorità senza snaturarlo.


Non a caso, questa esibizione al Festival di Sanremo 2026 gli vale il premio del MEI - Meeting delle Etichette Indipendenti come miglior live, la targa gli viene consegnata proprio sul palco del Teatro Augusteo, dal giornalista Renato Marengo e dal produttore e responsabile del MEI Campania Nando Misuraca, che legge la motivazione: «Questo premio al maestro Tullio De Piscopo per il riconoscimento di una grandissima stima da parte di tutto il mondo musicale indipendente, carriera unica e straordinaria capace di trasmettere alle giovani generazioni la forza del suo innovativo Napule’s Power».


Il momento più intimo arriva quando tutto rallenta. Il pensiero torna a Pino Daniele. Destino e Speranza, con il sax di James Senese, è una conversazione a distanza, un filo che non si spezza. Un fratello in blues. E mentre il concerto si avvia alla fine, non c’è chiusura. Solo continuità. Il cofanetto “80 Tullio”, che contiene vinili: Golden Age, Rhythm Section, Drums & Percussion Power e Jazz Friends, in uscita il 18 aprile per il Record Store Day, è la naturale estensione di questo racconto: non celebrazione, ma archivio vivo.
Perché alla fine è tutto qui: Tullio De Piscopo non mette in scena una carriera di sessant’anni e passa. Mette in circolo energia. E quella, per fortuna, non invecchia mai.