Oltre i cognomi: FRIDA e il suono della sua identità. Intervista

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Oltre i cognomi: FRIDA e il suono della sua identità. Intervista

Pianista e cantante dalla sensibilità luminosa e dalla voce inconfondibile, Frida Bollani Magoni, oggi semplicemente FRIDA, è tra le giovani musiciste italiane più riconoscibili della sua generazione. Figlia d’arte ma determinata a costruire un percorso personale, ha esordito dal vivo nel 2020 e in pochi anni ha calcato palchi prestigiosi, dal Quirinale alle grandi rassegne musicali italiane, collaborando con artisti e orchestre di primo piano. Formata al pianoforte classico e alla notazione musicale in Braille, ha sviluppato un linguaggio in cui il suono diventa orientamento, colore, memoria: una poetica che attraversa tanto le riletture di grandi autori quanto i primi brani originali, oggi sempre più presenti nei suoi concerti.
Nell’intervista racconta il desiderio di essere “solo Frida”, oltre i cognomi importanti (figlia di Petra Magoni e Stefano Bollani), il rapporto quasi fisico con l’udito come bussola nel mondo e la nascita di un nuovo repertorio che sta prendendo forma tra palco e studio. E proprio dal vivo continua a evolversi il suo racconto musicale: stasera 28 febbraio alle ore 21 sarà al Teatro Trianon Viviani di Napoli, dove porterà il suo concerto tra piano, voce, vibrafono e sperimentazione, intrecciando grandi classici e inediti in un dialogo sempre più intimo con il pubblico, accompagnata sul palco da Mark Glentworth. Proseguirà il suo tour teatrale in diverse città italiane.
Frida, stasera sarai sul palco del Trianon Viviani di Napoli. Cosa rappresenta questa città per te dal punto di vista musicale ed emotivo?
«Napoli, per la mia famiglia, ha un valore speciale: mio papà è cittadino onorario della città, vi ha suonato spesso e ha persino scritto un disco dedicato a Napoli. Anch’io ho avuto modo di esibirmi qui alcune volte, sempre in luoghi spettacolari. Tra l’altro, c’è una canzone che fa parte del mio repertorio fin dall’inizio, Caruso di Lucio Dalla, che in un certo senso è legata a Napoli, anche per quel ritornello in lingua napoletana che ho cantato spesso proprio qui. È sempre un momento molto emozionante, anche perché spero di pronunciare bene la lingua napoletana: infatti chiedo sempre al pubblico se va bene».
Il tuo concerto spazia da Carole King ad Amy Winehouse, da Battiato a Leonard Cohen. Come costruisci un repertorio così eterogeneo: è un processo istintivo o meditato?
«La scaletta la costruisco sempre partendo dai miei ascolti del momento e, in questo caso, anche dagli inediti che sento di voler portare dal vivo, quando mi sento pronta a condividerli sul palco».
Parlami di questi inediti: sono solo musicali o comprendono anche dei testi?
«Assolutamente sì, ci sono anche i testi. In parte sono frutto del mio lavoro, in parte nascono da collaborazioni, perché credo serva una certa maturità per concentrarsi davvero sulla scrittura delle parole. Quando ascolto la musica, penso prima all’armonia che al testo: forse è qualcosa che cambierà in futuro, ma per ora è così. Le canzoni che canto e scrivo sono comunque totalmente personali, basate su esperienze o su ciò che sento di voler raccontare; però, per i testi, di solito mi faccio aiutare da autori che sono anche amici e che stimo molto. Penso che nella musica condivisione e amicizia vadano di pari passo».


Queste canzoni faranno presto parte di un album o stai ancora aspettando la “maturità”?
«Detta così sembra la maturità scolastica, quella l’ho già fatta da un po’. Diciamo che sì, sto lavorando a un disco da anni; forse sto cercando proprio quel livello di maturità necessario per sentirmi davvero soddisfatta dei brani, dei pezzi scritti. È anche il motivo per cui ho iniziato a suonarli molto di più dal vivo: comincio a esserne contenta e sento di avvicinarmi alla chiusura di questo primo capitolo, che porterà appunto a un disco».
Sul palco ti affianca il musicista britannico Mark Glentworth, tra vibrafono e strumenti elettrici. Come nasce questa collaborazione e cosa aggiunge al tuo suono il dialogo con un musicista così diverso per formazione e provenienza?
«La collaborazione nasce dal fatto che passo moltissimo tempo a Londra: mi è sempre piaciuta la scena musicale inglese, è una città piena di musica, completamente multietnica, dove è facilissimo incontrare musicisti di ogni provenienza. Ci siamo conosciuti proprio lì, durante delle serate open mic, quegli eventi in cui ci si prenota, si canta per qualche minuto e si suona insieme, e da quegli incontri nascono spesso collaborazioni. Con Mark è successo così: abbiamo iniziato a scrivere musica insieme e poi a sviluppare lo spettacolo che oggi portiamo in tour. Sul palco ci sono il vibrafono, naturalmente il pianoforte, che in questo caso è elettrico, anche per una scelta sonora che permette più possibilità timbriche, e un lavoro sugli arrangiamenti che racconta molto di me. La presenza di Mark amplia i suoni, apre alla sperimentazione: il vibrafono, in particolare, ha una magia speciale. Il suo timbro, accostato al pianoforte, crea qualcosa di davvero suggestivo. E poi è interessante portarlo in un ambito musicale in cui di solito non è così presente: ci piacerebbe, per esempio, esplorare brani solo vibrafono e voce, una combinazione rarissima. È uno strumento dal suono unico, che secondo me si sposa perfettamente con il piano e con la musica che facciamo».
Ti piace quindi sperimentare e osare. In questo percorso c’è anche la supervisione dei tuoi genitori, di tuo padre o di tua madre?
«Sanno tutto quello che faccio e ascoltano sempre tutto, ma alla fine decido io. Possono darmi un consiglio, suggerire un’idea, però la scelta resta mia».
Hai dichiarato di voler essere semplicemente “Frida”, non la figlia di Stefano Bollani e Petra Magoni. In che momento hai sentito di dare voce solo a te stessa, al di là di cognomi così importanti, anche perché c’è sempre qualcuno pronto a storcere il naso…
«Il tema delle aspettative è un discorso a parte e non è stato il motivo principale di questa scelta. Se ne parlava già da tempo: il desiderio, in futuro, di essere semplicemente Frida c’è sempre stato, e sono stati proprio i miei genitori tra i primi a sostenerlo. I cognomi rappresentano le mie origini, ma la mia identità artistica è un’altra cosa: anche perché sono, in un certo senso, il punto d’incontro tra due musicisti molto diversi, per formazione e per strumento, il pianoforte e la voce. È curioso che io abbia scelto proprio di suonare e cantare: avrei potuto decidere per la chitarra, l’oboe o qualsiasi altra strada, o persino fare un altro mestiere. Ho scelto invece di seguire lo stesso percorso, ma spero di farlo a modo mio».
Quindi una bella commistione: come quando si dice di un bambino che somiglia più al padre o alla madre. Musicalmente, tu somigli a entrambi…
«Sì, somiglio a entrambi, e non solo fisicamente. È vero che probabilmente assomiglio molto a mio papà nell’aspetto, ma dal punto di vista della personalità riconosco in me tratti di tutti e due i miei genitori».


Hai esordito dal vivo nel 2020, in piena pandemia, e da allora hai suonato al Quirinale davanti al Presidente Mattarella, agli Internazionali d’Italia, accanto a Roberto Bolle. A vent’anni, come si fa a non perdere la bussola? E come vivi questo successo?
«Non lo vedo come un “grande” successo: lo vedo come un successo, sì, ma soprattutto come un inizio. Se lo considerassi già enorme, rischierei di montarmi la testa, o forse no, ma comunque non è così che lo percepisco. Lo vivo come un insieme di cose belle che ho fatto, esperienze meravigliose.
Posso raccontare con lo stesso entusiasmo di quando ho suonato al Quirinale o in un piccolo open mic a Londra davanti a quaranta persone: a volte anche i contesti più intimi regalano un’energia e una vicinanza con il pubblico incredibili. Alla fine, che sia una venue minuscola o un grande palco, l’importanza emotiva può essere identica. E poi, in fondo, è tutto molto recente: solo due anni fa ero ancora una ragazzina che doveva fare la maturità».
“You’ve Got a Friend” è tra i tuoi primi ascolti d’infanzia: quanto conta la memoria sonora nel costruire la tua identità artistica?
«Ricordo benissimo gli ascolti della mia infanzia: sono canzoni che porto ancora nel cuore, come You’ve Got a Friend. La memoria sonora conta moltissimo: cerco spesso di imparare e suonare i brani che ho ascoltato da bambina e che continuano a far parte di me».
Hai detto che la musica è la tua luce, che le note hanno sostituito i colori che i tuoi occhi non percepiscono… 
«In realtà, più che dire che la musica è la mia luce, direi che le note sono i miei colori. La luce, infatti, io la percepisco: luce e ombra sono ciò che resta della mia vista. Non è una vista utile per orientarmi nel mondo o riconoscere oggetti, ma mi permette comunque di percepire, per esempio, la luce del sole.
Dico che la musica sono i miei colori perché, se mi dici “rosa”, “rosso”, “giallo”, per me restano parole: so che il rosa è associato al femminile, alla bellezza; il giallo mi piace perché è il colore della crema pasticcera, sono molto golosa, ma sono associazioni concettuali. Non so davvero come siano quei colori, e nessuno può spiegarlo fino in fondo. Non ho mai associato le note ai colori in senso sinestetico: intendo piuttosto che, non vedendo, il mio modo di orientarmi nel mondo è completamente basato sull’udito. Qualsiasi suono della vita quotidiana è, in fondo, una nota: anche mentre parliamo stiamo producendo note, perché ogni suono ha una frequenza, e ogni frequenza è una nota. Io cerco spesso di riconoscere la nota dei suoni che sento: da lì posso capire molte cose, per esempio la voce di una persona o il suono della cassa del supermercato».
Al Quirinale, interpretando La cura di Battiato pochi giorni dopo la sua scomparsa, hai avuto un lapsus ma ti sei ripresa con una pausa. Oggi quella pausa è diventata quasi un tuo segno distintivo sul palco. Quanto può essere prezioso l’errore per un artista?
«Gli errori sono fantastici: da una nota sbagliata, premuta per caso sul pianoforte, possono nascere melodie interessantissime. Si possono trasformare gli errori in risorse. Io, per esempio, in studio terrei tutto: le tracce in cui inizio a cantare e sbaglio, le risate, gli imprevisti. C’è un gruppo che ho amato moltissimo fin da piccola, i The Beatles, che lavorava proprio così: molte idee nascevano da suoni casuali, errori, registrazioni involontarie. È una filosofia che sento molto vicina: spesso dall’errore emerge qualcosa di unico. Mi è capitato anche dal vivo: a un open mic a Londra, con musicisti italiani bravissimi, stavamo suonando At Last di Etta James. Ero al piano, arrivo alla fine… e mi dimentico completamente l’ultima frase del brano. Invece di fermarci, abbiamo continuato: è partito un assolo, poi abbiamo costruito un groove sugli ultimi due accordi e per quasi un minuto ho ripetuto “for you are mine at last”. Una ballad è diventata un finale quasi rock, in crescendo. Da allora, quando suoniamo quel pezzo insieme, lo facciamo sempre così: l’arrangiamento è rimasto quello nato dall’errore. E anche da sola mi piace mantenerlo. Perché, alla fine, proprio quell’imprevisto ha creato un momento magico».
Interpreti spesso “Hallelujah” di Leonard Cohen con un’intensità molto personale: che relazione hai oggi con questo brano, rispetto ai tuoi esordi?
«In realtà oggi lo suono molto meno, non perché mi abbia stancata, ma perché appartiene a un periodo preciso in cui lo ascoltavo e lo eseguivo tantissimo; adesso sento il bisogno di dedicarmi ad altri brani. Capita però che il pubblico, con grande affetto, continui a chiedermelo durante i concerti: allora a volte lo riprendiamo e lo interpretiamo a modo nostro. Sicuramente è cambiato molto il mio modo di suonarlo, anche perché oggi sul palco c’è Mark al vibrafono e, nel frattempo, sono passati cinque anni da quando l’ho cantato a Via dei matti n° 0. In realtà, però, la mia storia con Hallelujah è ancora precedente: lo suonavo già da bambina e l’ho cantato anche al mio primo concerto. Se si ascolta il disco Primo Tour, quello live di cover, alla fine c’è proprio un frammento tratto da quel debutto, che non era nel 2021 ma nel 2020, quando riuscii a far salire entrambi i miei genitori sul palco per cantarlo insieme. Quindi, per molti, Hallelujah coincide con la prima volta in televisione, ma per me ha radici molto più lontane. E quando me lo chiedono ai concerti, mi scuso sempre… però non resisto alla battuta: “Volete l’alleluia? Ma non siamo in chiesa! Quale alleluia? Quella di Händel? Ah, non era quella?”».


Hai anche un rapporto molto diretto con il pubblico. Come percepisci le emozioni delle persone che hai davanti quando suoni?
«Sempre di più sento che si crea un’atmosfera intima, quasi da salotto, anche perché, con il piano elettrico, posso suonare guardando il pubblico in faccia. È come invitare le persone a entrare nel nostro mondo e, allo stesso tempo, accogliere qualcosa di loro: ci si emoziona insieme, si ride, si scherza.
Vorremmo che questo spettacolo diventasse sempre più un concept, una vera e propria storia: amo moltissimo il teatro e l’elemento teatrale sarà sempre più presente. Come una narrazione che ti trascina dentro, vogliamo fare lo stesso con la musica, lasciando anche spazio all’interazione. Il momento più bello è quando si canta tutti insieme, e quando si battono le mani sul due e sul quattro, mi raccomando, non sul tre! È un’emozione enorme, sia per chi è sul palco sia per chi ascolta. Io amo anche essere spettatrice di concerti e so che, quando uno spettacolo è riuscito, ti senti parte di ciò che accade, anche senza salirci sopra. Mi piacerebbe moltissimo poter assistere da spettatrice a un mio concerto: purtroppo non si può, ma avrei tante cose da dire a me stessa, consigli, autocritica, che per me sono fondamentali».
Oltre alla musica, che è anche il tuo lavoro, quali sono i tuoi hobby? Che cosa fai nel tempo libero? Palestra, ascolti musica, collezioni…
«Ascolto tantissima musica, davvero tantissima. E sì, hai ragione: ho iniziato anche ad andare in palestra, da poco. Fa parte della volontà di dare sempre più priorità alla salute, soprattutto perché il tour è un lavoro di ventiquattr’ore al giorno: non è solo il concerto di un’ora e mezza. Per chi lavora dietro le quinte, i tecnici, per esempio, è ancora più impegnativo: montare, smontare, caricare, guidare… Io ovviamente non guido e non faccio tutto questo, ma resta comunque una routine intensa. Si viaggia, si arriva in un posto nuovo, che per una persona non vedente non è mai scontato imparare, si fa il soundcheck, si cena, ci si prepara, si suona, si aspetta, si incontra il pubblico. È un lavoro meraviglioso perché sempre diverso e imprevedibile, nel senso migliore.
Proprio per questo richiede energia fisica e mentale: la voce è legatissima all’umore e alla salute, perché nasce da dentro di noi. La palestra rientra in questa nuova attenzione al benessere. Collezioni? In realtà no, a parte i carillon che raccoglievo da bambina: quella collezione esiste ancora. Ogni tanto i miei genitori me ne regalano qualcuno, perché sanno che non finirà mai. Anche lì, in fondo, c’è la musica: il suono dei carillon è tra i più magici che esistano».