Luchè a Sanremo 2026: Labirinto, un debutto tra fragilità, rivincite e visioni internazionali

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Luchè a Sanremo 2026: Labirinto, un debutto tra fragilità, rivincite e visioni internazionali

Per la prima volta in gara al Festival di Sanremo, Luchè porta sul palco dell’Ariston Labirinto, un brano che affonda nelle pieghe più intime della mente e delle relazioni. Nella serata delle cover di venerdì 27 febbraio condividerà la scena con Gianluca Grignani, reinterpretando Falco a metà in una versione ibrida tra rock e rap.

Cresciuto a Marianella, Napoli, Luchè inizia nel 1997 con Ntò fondando i Co'Sang, tra i gruppi più influenti dell’hip hop italiano. Dopo lo scioglimento del 2012, avvia la carriera solista con L1, coinvolgendo realtà come Club Dogo, Marracash e Emis Killa. La reunion dei Co’Sang nel 2024 e il successo dell’album Dinastia hanno rilanciato la sua centralità nella scena. Oggi, dopo 35 dischi di platino, arriva all’Ariston come figura di riferimento del rap nazionale.

«Sanremo è un one-shot: ti metti a nudo davanti a tutti»

In conferenza stampa, l’artista ha raccontato la pressione emotiva del debutto:
«Le emozioni sono difficili da descrivere, perché è un contesto completamente diverso. Anche se ho fatto palchi grandi, sapere che c’è tutta Italia che ti guarda, affacciarsi a un mondo che magari non ti conosce bene, ti carica di un peso: non deludere nessuno. È un one-shot: non hai il pubblico che conosce già la canzone, ti metti a nudo per la prima volta con un brano inedito. Il 90% delle mie energie è andato nel controllare l’ansia e la paura di sbagliare. Però è un’esperienza bellissima, ti fa crescere come artista e come persona».

Il significato di Labirinto: «Entrarci e uscirne più consapevoli»

Sul senso del brano:
«Labirinto è una metafora della vita, di una relazione e anche del mio cervello, da cui alcuni pensieri non riescono a uscire. Credo che nella vita si entri e si esca da questo labirinto più volte: stare dentro di noi ci fa capire molte cose. Se ne esci, devi farlo più grande e consapevole. La consapevolezza è la chiave per risolvere i problemi. La canzone parla di me e di una relazione da cui forse non si vuole nemmeno uscire».

Autotune e critica: «È ricerca di sound, non correzione»

Il rapper ha risposto anche alle polemiche sull’uso dell’autotune — già sollevate nel 2025 da Massimo Ranieri:
«La vivo benissimo. Cantare su quel palco è difficilissimo per chiunque. Io sono un rapper, mi affaccio alla melodia da poco. Nel mio pezzo non c’è solo autotune: ci sono cinque o sei effetti vocali per creare un sound internazionale. Ridurre tutto all’autotune sminuisce il lavoro del fonico e del sound engineer. È una ricerca di suono, non per nascondere difetti».

«Sono venuto a Sanremo per bussare alla porta del mainstream»

Tra i passaggi più personali, la scelta di partecipare:
«Ho fatto una gavetta lunghissima, con tante porte in faccia. I miei singoli erano platino, i concerti sold out, ma i giornali dicevano no. A un certo punto ho pensato: credo nella mia musica, il pubblico mi premia, allora vengo io a bussare a casa vostra. Sanremo mi permette di vivere confronti e attenzioni che spesso agli artisti non arrivano. In Italia ci si accorge tardi di alcuni talenti».

Performance ed emozione: «L’errore umano è bello»

Sul giudizio alla sua esibizione:
«Il mio testo parte pacato, quasi recitato, poi esplode. È un pezzo da interpretare. Non capisco cosa ci si aspettasse: che non mi tremasse la voce? È impossibile. Sono un rapper che canta un po’. L’emozione è normale. L’errore umano è bello».

La cover con Grignani: «Due falchi a metà»

Sul duetto:
«Sarà una sorta di remix: io avrò due strofe rap dentro il brano, lui le sue parti. È nata perché provo grande stima per Gianluca: è un artista spesso frainteso, con fragilità e un’anima enorme. In Italia si cerca di domare le personalità fuori dagli schemi, invece servono per dare ai ragazzi il coraggio di osare. Gli artisti dovrebbero “morire vuoti”, dare tutto quello che hanno dentro».

«Sono romantico, anche se sembro duro»

Luchè ha mostrato il lato più intimo:
«Sono la persona più dolce e sensibile che esista. Ho ricevuto molto odio per anni e ho dovuto tenere tutto dentro. Posso essere sfrontato, ma ho un grande amore da dare».

Il rapporto con Sanremo: «Da mondo lontano a momento centrale»

«All’inizio non lo sentivo mio, vivevo a Londra e non lo seguivo. Negli ultimi anni si è aperto anche ai colleghi del mio genere, e mi ci sono avvicinato. Prima eravamo l’alternativa al pop italiano, ora siamo tutti nello stesso contenitore. È il momento musicale più importante dell’anno: ce ne fossero di più».

«Sanremo non è un circo: è confronto»

«È bellissimo confrontarsi con professionisti diversi. Non ho avuto problemi tecnici: esperienza incredibile. Ma non deve mai essere l’ultima spiaggia per un artista. Bisogna venire quando si è forti e si ha qualcosa da dire».

Il messaggio ai giovani: «Pensare meno, agire di più»

Il consiglio finale:
«I ragazzi devono temere meno il futuro e credere di più in se stessi. L’Italia manda un messaggio di umiltà quasi “sfigata”. Invece bisogna viaggiare, fare esperienze, aprirsi alle culture. Serve più coraggio».

Un debutto che è già dichiarazione di identità

Tra ansia, orgoglio e rivendicazione, Luchè vive Sanremo come passaggio simbolico: dalla controcultura rap al cuore del mainstream. Il suo Labirinto non cerca l’uscita facile: è un luogo dove restare abbastanza a lungo da capire chi si è davvero — e poi tornare fuori più consapevoli, più rumorosi, più vivi.

All’Ariston, per la prima volta, il suo suono entra nella casa di tutti. E non chiede permesso.