La fotografia appesa in salotto, Jannacci e Massini al Bolivar di Napoli

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La fotografia appesa in salotto, Jannacci e Massini al Bolivar di Napoli

Sul palco del Teatro Bolivar di Napoli è andato in scena L'Uomo nel Lampo, lo spettacolo di teatro-canzone con Paolo Jannacci e Stefano Massini, affiancati dalla tromba e dal flicorno di Daniele Moretto, nato dall'omonima canzone presentata al Festival di Sanremo 2024 e cresciuto nel tempo fino a diventare un vero e proprio spettacolo teatrale, portato in tournée in tutta Italia. Non è un semplice concerto o un convegno sul lavoro, è difficile da definire, è una storia corale, fatta di tante storie, che parla di chi ogni mattina esce di casa per guadagnarsi da vivere e a volte non torna.
Emozionante verso la fine dello spettacolo, in cui Stefano Massini racconta di una donna che gli ha mandato una fotografia dopo Sanremo. Si vede un televisore acceso in un salotto, una bambina davanti allo schermo, e il messaggio è di poche parole: "Anche mio marito è morto. Mia figlia stasera vi ha visti e mi ha detto: parlano di papà". In quel momento il Teatro Bolivar di Napoli è rimasto in religioso silenzio, quasi con le lacrime agli occhi. 
Lo spettacolo si apre con Paolo Jannacci al pianoforte. Attacca Alla Ricerca di Qualcosa, brano tratto dal suo album Canterò, che parla di fragilità, di un mestiere difficile, di un mondo che non ti lascia parlare né sperare. Jannacci canta con quella voce calda e spigolosa allo stesso tempo, accompagnato dalla tromba di Daniele Moretto, che per tutta la serata sarà una presenza scenica preziosa.


Poi il palco cambia umore. Massini prende la parola, il suo primo monologo. Comincia con una mattina di traffico, la sua automobile ferma, e all'improvviso una colonna di polvere che sale tra i palazzi di Firenze. È il crollo del cantiere di via Mariti, cinque operai morti sotto i pilastri di un outlet in costruzione, operai con contratto da metalmeccanico, non da edile, perché il contratto da edile costa di più a chi ti fa lavorare. Massini racconta con quella precisione chirurgica che è la sua firma: non urla, non accusa, lascia che i fatti parlino da soli. E mentre racconta, torna indietro nel tempo, a un nonno che dava le carezze solo con la mano sinistra. Perché la destra, quella la teneva nascosta. Una fresa in una fabbrica, anni prima, gliela aveva presa. Il capo gli aveva detto: "Massini, acqua a bocca. Eri qui per caso, sei scivolato sulle scale". Nessun risarcimento, una pacca sulla spalla. "Forse è per questo", dice Massini a voce bassa, "che ogni volta che sento parlare di qualcuno rimasto schiacciato, qualcosa si muove dentro di me".
Paolo Jannacci sempre seduto al pianoforte. Ma questa volta fa qualcosa di insolito: picchietta le dita sulla struttura in legno interna che regge la tensione delle corde, percuotendola quasi come fosse un oggetto da lavoro. E attacca Costruzione, la traduzione italiana che Enzo Jannacci fece del capolavoro di Chico Buarque de Hollanda. La storia di un muratore che sale l'impalcatura, mangia pasta scotta come fosse un principe, beve e singhiozza come fosse un naufrago, poi inciampa nel cielo e cade giù come un pacco. "È morto contromano disturbando il traffico". 
Massini riprende la parola e fa una cosa apparentemente bizzarra: parla delle prime schedine Sisal del dopoguerra. Spiega che dietro ogni schedina c'era l'obbligo di scrivere la propria professione, non per ragioni burocratiche, ma perché in quell'Italia nessuno, nessuno poteva concepire di vivere senza lavorare. Racconta di Venanzio Righi, operaio emiliano convinto di aver vinto una fortuna, che quella sera chiama tutti i colleghi a bere in birreria e poi litiga ferocemente con la moglie: lui vuole fare l'albergatore, lei vuole aprire un negozio. A nessuno dei due viene in mente di smettere di lavorare. La storia fa sorridere, ma la coda è amara: oggi i gratta e vinci si chiamano Turista per la vita e hanno una spiaggia dei Caraibi sulla facciata. "Oggi il lavoro lo odiamo", dice Massini. "È diventato un Far West dove ognuno combatte". E poi, quasi sottovoce: "Molto spesso mi succede di guardare dal finestrino tutti gli altri che vanno a lavorare. E sento la voglia di dire a tutti: buon lavoro".
È qui che lo spettacolo cambia ritmo e diventa qualcosa di diverso, più vicino alla poesia civile, quasi a un rap. Massini attacca con la filastrocca che un anno fa recitò a Bologna all'assemblea delle assemblee, quella che comincia con "Buongiorno Italia sul lavoro fondata, ma quale lavoro? Te lo sei domandata?" È una litania feroce e ironica che passa in rassegna ogni figura del lavoro contemporaneo: il precario, il rider, la donna che chiede l'aumento e se lo sente rispondere "a pacche sul culo", il giovane che non può chiedere quanto verrà pagato perché "se lo chiedi vieni scartato", il cinquantenne che è già troppo vecchio, la macchina che ha rubato il posto. Il ritmo cresce, le parole si accumulano, il pubblico si riconosce. La filastrocca finisce con una parola sola: dignità. E il teatro applaude.


Jannacci riprende il pianoforte e canta L'alfabeto muore, dal repertorio del padre. È una delle canzoni più dure della serata, una sequenza di morti simboliche: "quando un muratore muore, quando il socialismo muore, quando si comincia a odiare il lavoro", che si concludono tutte con la stessa sentenza: "Allora è tardi, forse un po' troppo tardi, anche per un trapianto di cuore".
Massini torna ai ricordi d'infanzia. Una storia personale, quella di Alessio e della fabbrica: un racconto di amicizia e disuguaglianza che sfocia nella brutalità dei licenziamenti via WhatsApp. Subito dopo, Jannacci canta 70 persone, un brano di Enzo che restituisce dignità e dolore a una collettività invisibile che si addormenta "sotto un palmo di terra".
Con il quinto monologo, Massini racconta la storia del sabotaggio, da sabot, lo zoccolo che le operaie francesi incastravano nei telai a vapore per fermare le macchine che rubavano il loro mestiere. Il progresso corre, ma lascia indietro l’uomo. E allora Jannacci intona Vincenzina e la fabbrica, fotografia struggente di una vita sospesa tra sicurezza e alienazione, canzone che il padre Enzo scrisse con Beppe Viola per il film di Monicelli del 1974, Romanzo popolare.
Massini porta in scena Andrea Raia, ucciso in Sicilia perché si batteva per i diritti dei lavoratori. Porta Peppino Impastato e la sua metafora dei condomini costruiti dalla speculazione di Ciancimino: la gente ci mette i gerani sul balcone e smette di sentire la bruttezza. La stessa cosa accade con i diritti negati: ti abitui, smetti di fare domande, accetti. Poi porta il Primo Maggio del 1947, Portella della Ginestra, ottocento colpi di mitraglia sparati sui contadini che chiedevano diritti. "Sono passati ottant'anni", dice Massini, "e oggi i lussi si chiamano diritti e i diritti si chiamano lussi".
Jannacci canta La fotografia, altra canzone di Enzo, quella del bambino di tredici anni ucciso davanti a una saracinesca di Palermo, un bambino-soldato della mafia che non aveva scelto. "Guarda la fotografia, sembra neanche un ragazzino”.
Massini prosegue raccontando del dottor Alessandro Leccese e della verità sacrificata in nome del progresso. È uno dei momenti più politici dello spettacolo. Leccese viene incaricato di firmare una relazione sull'impatto ambientale della nuova fabbrica Italsider a Taranto. Dopo due mesi di misurazioni: foglie, terra, acqua, sangue, consegna una relazione che dice: questa polvere rossa è cancerogena, questa fabbrica porterà morte. Lo convocano subito, lo attaccano sul giornale locale. Lui cita il giornale per danni. A difendere il quotidiano si presenta il futuro presidente della Repubblica Giovanni Leone. E, qui Massini fa una pausa, il dottore Leccese vince. Un tribunale italiano gli dà ragione: la relazione era vera. Ma il giorno dopo la fabbrica apre lo stesso. Leone, uscendo dall'aula, si toglie la gardenia dall'occhiello e gliela dà: "È fresca stamattina, ma stasera appassirà e domani la butterò via. Mi stia bene, dottore".La relazione di Leccese sparisce in un cassetto. Oggi l'incidenza di cancro nell'area intorno alla fabbrica supera del 314% la media nazionale. Massini non aggiunge altro. Non serve. Jannacci risponde con Sfiorisci bel fiore, una ballata antica e dolente, che sembra un lamento universale. Uno dei brani più antichi del repertorio di Enzo, del 1965


Massini arriva all'ultimo racconto con una voce diversa, più quieta. Racconta di un uomo di 27 anni, Michele si chiama suo figlio, nato da poco. Quest'uomo va a lavorare in fabbrica una mattina e durante il turno c'è un bagliore fortissimo, "qualcuno ha detto che sembrava un lampo", e lo vedono correre verso di esso con le braccia aperte, quasi volesse abbracciarlo. Non torna. Da quel giorno è solo una fotografia appesa in salotto, l'unica in cui è insieme al figlio neonato. E poi Massini racconta della donna che dopo Sanremo gli ha scritto: "Mia figlia vi ha visti e mi ha detto: parlano di papà".
E infine Paolo Jannacci e Stefano Massini eseguono L'Uomo nel Lampo.