Dignità Autonome di Prostituzione: 18 anni di resistenza teatrale

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Dignità Autonome di Prostituzione: 18 anni di resistenza teatrale

Foto Nicola Garofano

Mi risulta complicato recensire uno spettacolo come Dignità, pieno di riferimenti, rimandi, citazioni di opere e di testi propri, tra monologhi e canzoni inedite. Andiamo con ordine. Dignità Autonome di Prostituzione (DAdP) è uno spettacolo di Luciano Melchionna, dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna, con regia dello stesso Melchionna; produzione Ente Teatro Cronaca – Fondazione Teatro di Napoli/Teatro Bellini. In scena al Teatro Bellini di Napoli, format ideato nel 2007, inossidabile successo da diciotto anni. Replica fino all'11 gennaio. Una trentina gli interpreti coinvolti, oltre venti i testi messi in gioco.
Il pubblico entra in platea e viene travolto da un'immagine: un affresco umano, un tableau vivant fatto di corpi nudi, stanchi, accatastati. È la Zattera della Medusa (Théodore Géricault, 1818-19, Louvre) che prende vita: corpi vicinissimi, sospesi tra abbandono e attesa, bellezza e decomposizione, che non raccontano un mito, ma un fatto di cronaca trasformato in tragedia universale: uomini qualunque, naufraghi senza gloria, sospesi tra morte e speranza. Corpi ammassati, pallidi, sconfitti eppure ancora tesi verso un miracolo di salvezza, mentre il mare e il potere li hanno già abbandonati. È un'immagine di precarietà assoluta, di umanità lasciata alla deriva, dove l'eroismo non nasce dal trionfo ma dalla semplice, ostinata resistenza.
Il pubblico si accoglie a terra, nei palchetti o alle poche poltrone lasciate in platea. In audio, in loop, il monologo di Amleto, Essere o non essere, in varie lingue, fino a irrompere imperante in italiano. Il monologo dell'Essere o non essere entra nello spettacolo come una ferita ancora aperta: Amleto non è solo il principe del dubbio, ma l'uomo contemporaneo schiacciato da guerre, poteri corrotti e paura dell'ignoto. In Dignità, quelle parole diventano atto politico e intimo insieme: la domanda sulla vita e sulla morte si trasforma in riflessione feroce sull'immobilità, sul peso di sopravvivere in un mondo che chiede resistenza ma offre solo incertezza. Shakespeare ci guarda dritto negli occhi e chiede, senza anestesia, se restare vivi oggi sia un atto di coraggio o di resa.


E, dopo man mano gli artisti di Dignità, irrompono con alcuni brani tratti dall'Opera da tre soldi di Brecht e Weill: Jenny dei pirati, La canzone dei cannoni emergono come relitti sonori di un Novecento che non è mai finito, anzi: ha solo cambiato divisa, linguaggio, canale televisivo.
Quando risuona “Voi che alla retta vita ci esortate", il bersaglio è chiarissimo: la morale predicata dall'alto, la retorica dell'ordine rivolta a chi non ha strumenti, risorse, voce. Brecht inchioda l'ipocrisia di un potere che chiede decoro mentre produce miseria, che invoca sacrifici mentre prospera sulla pelle degli altri. Inserito in Dignità, quel coro diventa radiografia del presente: un tempo in cui la cultura è invitata a essere composta, educata, possibilmente muta, mentre intorno infuriano guerre, si normalizza la violenza e la politica si riduce a gestione cinica dell'esistente. Prima viene la sopravvivenza, poi la morale: dirlo oggi è ancora scandaloso. Ed è proprio per questo che funziona.

Jenny dei pirati è il cuore visionario e sovversivo din questa linea brechtiana. Jenny, sguattera in fondo alla scala sociale, non chiede redenzione: immagina il crollo. La sua ballata non è vendetta, ma immaginazione politica. É il sogno di chi non ha mai avuto diritto di parola e se lo prende immaginando la fine del mondo così com'è. Dentro Dignità, Jenny diventa la metafora di un'arte trattata come servizio accessorio, sottopagata, emarginata: eppure sotto quegli stracci si nasconde una forza che fa paura, quella di smascherare e ribaltare. Poi arriva La canzone dei cannoni: la guerra non è eroica né tragica, è meccanica, ripetitiva, quasi allegra nella sua mostruosità. I cannoni “cantano” e proprio per questo fanno più paura. In scena diventa lo specchio di un’epoca che ha trasformato la violenza in rumore di fondo da consumare. Le guerre ci attraversano senza scandalizzarci, mentre l’arte rischia di ridursi a intrattenimento anestetico.
Ma Dignità non addolcisce, non consola, non pacifica. Usa Brecht per ricordare che l’arte, quando smette di disturbare, ha già perso. Che la morale senza giustizia è propaganda. Che quando l’immoralità impera, nella politica, nell’economia, nella cultura, il silenzio non è neutralità: è complicità.
A questo punto tutti gli attori si affacciano dai palchetti del teatro: presenze sospese, coscienze in balconata. Non esiste protagonista: la parola si frantuma e si passa di bocca in bocca, ogni attore una frase, un frammento… Il teatro diventa cassa di risonanza collettiva: il pubblico al centro, osservato dall’alto, chiamato in causa senza via di fuga. Il monologo si fa rosario laico, litania disperata che invade lo spazio e lo riempie mentre parla di vuoto. È un tempo stanco nominato da corpi stanchi ma ancora in piedi, “a petto nudo”, senza protezioni. La scena non urla: accusa. Il testo è un’autopsia del presente. Il “tempo vuoto” non è tempo senza cose, ma tempo pieno di niente: vetrine, lusso, banconote, offerte da supermercato della fede. Un mondo che ha perso il desiderio, la pietà, perfino il dolore autentico. Devoti cialtroni: inginocchiati senza fede, in preghiera solo per ottenere, spettatori pavidi mentre il potere si ingozza. Eppure dentro la disfatta resta una scintilla tragicamente umana: siamo stanchi, stanchissimi, ma ancora in campo. A petto nudo. Senza alibi. Senza armature morali. Un monologo che non chiede applausi, chiede responsabilità. Non consola, non salva, non assolve. Ti guarda e dice: questo tempo è anche tuo.

Poi Riccardo Ciccarelli arriva sulla zattera e canta Per carità di Statodi Moltheni: un j'accuse poetico e disperato. L'Italia appare come corpo malato, sporco di ipocrisia, governato male, finto reattivo mentre affonda tra volgarità, media e potere famelico. Sotto la denuncia politica pulsa una ferita intima: l'Italia è anche un “io” che racconta la propria rovina.


Segui il video dei Muppets: Ringing of the Bells. Animal, il cuoco svedese e Beaker tentano di condividere la gioia delle feste con un'allegria goffa e rumorosa.
Poi in scena arrivano Daniele Russo, Priscilla e Veronica D'Elia che spiegano le regole della “casa”. DAdP ha una formula consolidata: gli attori, rigorosamente in vestaglia, come prostituta, adescano gli spettatori/clienti che, muniti di “dollarini” rilasciati all'entrata del teatro, contratteranno il prezzo delle “pillole di piacere”: monologhi classici e contemporanei scritti perlopiù dallo stesso Melchionna. Un'esperienza che vuole divertire, emozionare e far riflettere. «Un teatro che non è autocelebrativo o ermetico, ma prima di tutto magia e sogno», dice Luciano Melchionna.
Gli attori in scena sono circa trenta: Raffaella Anzalone, Maria Avolio, Antonio Barberio, Carlo Caracciolo, Federica Carruba Toscano, Betta Cianchini, Riccardo Ciccarelli, Enzo Colursi, Cinzia Cordella, Marika De Chiara, Giampiero De Concilio, Valentina De Giovanni, Dario Di Pietro, Veronica D'Elia, Alessandro Freschi, Priscilla, Martina Galletta, Luciano Giugliano, Irene Grasso, HER, Vincenzo Leto, Maldestro, Claudio Marino, Dolores Melodia, Raffaele Milite, Daniele Russo, Irene Scarpato, Simona Seraponte e Totò Casanova.
Lo spettatore riesce ad assistere al massimo a tre o quattro monologhi, distribuiti nei vari anfratti del Bellini e perfino all'esterno, in qualche negozio o nel camper di Anya , la stella cadente interpretata da Betta Cianchini. Al centro della platea rimane sempre la zattera , un palchetto che ospita le esibizioni degli attori-cantanti, in attesa che il pubblico contratti con le prostitute/attori per conquistarsi il proprio piacere  teatrale.
Come The Cloves Magazine siamo riusciti a vedere quattro monologhi, quello interpretato da Lia, la Direttrice (Daniele Russo), che dà voce a un personaggio marginale che vive doppia vita per necessità: di giorno uomo “normale”, lavoratore precario e padre; di notte travestito che si prostituisce per sopravvivere. Testo crudo e ironico che denuncia ipocrisia sociale, pregiudizio, precarietà economica, omofobia interiorizzata. Il teatro come maschera e verità: travestirsi è condanna e libertà. In fondo è un monologo sulla dignità: quella da salvare quando tutto sembra volerla calpestare.
PICCOLAPICCOLAGRANDE, monologo interpretato dalla palermitana Federica Carruba Toscano, è un flusso di coscienza: camminata fisica e mentale dentro la fragilità di chi vive d'arte e di sensibilità, pagando tutto sulla pelle. Camminare è restare vivi. Il cuore del testo è la dignità cercata nei lavori, negli incontri minimi, nei gesti di umanità pura. “Piccola” perché vulnerabile, “piccolissima” perché spaventata, ma “grande” perché non smette di credere, creare, bruciare. Le canzoni non decorano: amplificano. Dichiarazione d'amore disperata e lucida alla vita e all'arte. Federica durante lo spettacolo ha anche interpretato la canzone La ballata di Carini  tratta da "L'Amaro caso della Baronessa di Carini" sceneggiato televisivo Rai del 1975.
Ancora, Sensibile, il monologo interpretato da Alessandro Fré Freschi,  un viaggio a cuore scoperto dentro una sensibilità senza protezione: figlio cresciuto tra amore assoluto per la madre, assenza del padre, scoperta precoce della “diversità”. Identità, omosessualità, sopravvivenza emotiva fino alla metafora dell'“IO” ferito ma vivo. 
Fré, durante lo spettacolo finale ha cantato un suo inedito Luisè: che parla di una solitudine che cola rabbia: prima di sparare al mondo, chiede un abbraccio. Una mente instabile che cede, un io narrante sull'orlo del collasso, scambia amicizia per appiglio e dolore per identità. Deriva reale di chi perde il centro.
Infine, Ma che ne so, io?, il bellissimo monologo di HER, che parla della profonda solitudine di una ragazza una critica feroce verso sé stessa e verso le altre donne e ce lo racconta lei stessa: «Parla della solitudine profonda di una ragazza con dei problemi lievi di tipo psichico, che è stata lasciata a se stessa. È stata abbandonata dalla famiglia, in una sorta di dolce esilio. Una persona che vive in un monolocale, vive di espedienti, nel senso che ha sempre cercato l'affetto dei genitori, in particolare del padre, che si è completamente distaccato; perciò è alla ricerca di attenzioni e lo fa nelle maniere più disparate, avendo rapporti un po' con tutti. Però è sempre critica: è una che si concede ma, allo stesso tempo, critica le donne disinibite, “le donne che stanno col culo da fuori”, come dice lei. Questa è un'amara considerazione sulla solitudine di un certo tipo di femminile, che è una femminile molto intimo, molto adolescenziale, cristallizzato a causa di una lieve malattia psichica, che la rende molto irascibile, divertente a tratti e, a tratti, drammatica. Ed è tratta da una storia vera, perché è una persona che conosco, ma non posso ovviamente specificare. È di certo una storia romanzata, anche con l'ausilio di Luciano Melchionna: lui ha introdotto anche del suo».


Dopo essere riusciti a vedere i vari monologhi si rientra in platea sulla zattera dove avviene lo spettacolo finale, fatto di grandi interpretazioni e ogni sera viene anche invitato un ospite diverso. Luk canta Criminali, tratta dal suo album Sanità, mentre sul palco una struggente danza di  Cinzia Cordella. Criminali racconta un amore che salva e trasforma: due “criminali” non perché sbagliati, ma perché fuori norma, aggrappati l'uno all'altro come unica casa possibile nel caos del mondo. È una dichiarazione fragile e potentissima: scegliersi ogni giorno diventa un atto di resistenza emotiva, l'unico modo per non sentirsi mostri davanti allo specchio. E poi HER con una pazzesca Rumore della Carrà rivisitata; un'intensa Fragole infinite , cantata da Irene Isolani; un omaggio alla Vanoni di Valentina De Giovanni con  Domani è un altro giorno ; una maestosa  Alexander Platz e tante altre.
Poi una grande rappresentazione di Priscilla (Mariano Gallo) sul conflitto israelo-palestinese e sulle guerre che continuano a deflagrare nel mondo: performance politica, dolorosa e senza veli, sulle note di Earth Song di Michael Jackson, nella versione reinterpretata dalla cantautrice britannica Jessie J. Il lamento si fa gesto, la voce diventa denuncia e rito funebre insieme: non c'è ideologia, c'è solo la constatazione di una violenza che non smette mai di ritornare, come un marchio sulla pelle dell'umanità.
Le canzoni sono molteplici, le performance altrettanto. DAdP si rivela per ciò che è: un circo sacro e profano, un carosello di artisti ognuno più incisivo dell'altro. Questa è la sua forza: un caleidoscopio vivente, uno spettacolo straordinario capace di tenere insieme estetica, politica, ferita e puro piacere scenico. Teatro che intrattiene senza smettere di mordere. Teatro che non si vergogna di essere corpo, voce, canto, sudore, pensiero.