Ad Agerola Niccolò Fabi trasforma il palco in un viaggio interiore

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Ad Agerola Niccolò Fabi trasforma il palco in un viaggio interiore

Foto di Nicola Garofano e Ciro Serrapica

Mercoledì scorso, nella cornice naturale del Parco Colonia Montana di Agerola, Niccolò Fabi ha portato in scena l'ennesima tappa del suo tour estivo al Festival Sui Sentieri degli Dei. C'è un momento, nei suoi concerti, in cui il rumore della sera si assottiglia e resta solo la voce: quella sera è arrivato più volte, complice una location che il cantautore romano stesso ha definito capace di ispirargli un lessico più ricercato del solito, aulico, ha scherzato, tirando in ballo persino il vocabolario Devoto-Oli per giustificare certe parole scelte apposta per l'occasione.
Questi concerti estivi seguono la fortunata tournée teatrale di presentazione dell'ultimo album Libertà negli occhi, confermando ancora una volta perché la musica di Fabi trovi la sua dimensione più autentica proprio nel rapporto diretto e quasi conversazionale con il pubblico. Sul palco, accanto a lui, i fedelissimi Roberto "Bob" Angelini, Alberto Bianco e Filippo Cornaglia, affiancati da Cesare Augusto Giorgini e Giulio Cannavale, la stessa formazione che ha dato vita al disco nella baita in Val di Sole.
A scaldare il pubblico ci ha pensato lo stesso bassista della band, Alberto Bianco, con un mini-set di tre brani: Assiere, Camaleonte e Filo d'erba, prima di lasciare il palco all'intera formazione.


Fabi apre con La promessa e subito gioca con le aspettative del pubblico, presentando ironicamente il proprio repertorio, fatto in realtà di introspezione e delicatezza: «Benvenuti a questa serata con il cantautore Fabi, con il suo repertorio notoriamente caratterizzato da spensieratezza, allegria, ballabilità. Immagino che siate pronti così a scatenarvi in un reggaeton continuo!». È il primo di tanti siparietti in cui l'autoironia diventa il modo più naturale per presentare la band, dal "cantautorato" diffuso su tutte le assi del palco fino alla battuta su Filippo Cornaglia, non ancora ufficialmente "arruolato" nella compagine dei cantautori.
Dopo Amori con le ali, Fabi ne svela la chiave di lettura: un brano che, dietro l'apparente elenco di mezzi di locomozione, nasconde una piccola ode al movimento e a chi ce lo trasmette, persone o strumenti che siano, spingendoci verso luoghi nuovi.
Il legame tra le parole e il luogo si fa ancora più stretto con Nel blu, da Tradizione e tradimento (2019): la storia di due sconosciuti che si incontrano su una scogliera davanti al mare e si aiutano a compiere un salto, un cambio di vita. Suonarla ad Agerola, con il mare visibile durante le prove, ha regalato, parole sue, un'energia nuova all'esecuzione.
Segue Mimosa, da La cura del tempo (2003): il ritratto di una ragazza appena lasciata, sola con il dolore e i ricordi di una storia resa ancora più struggente da un ultimo, banale rituale d'addio. Per lei, in quel momento, l'unica cura possibile è il sonno, il sogno, la rigenerazione.


Prima di Una somma di piccole cose, Fabi si concede una confessione più intima: quell'album, registrato quasi in solitudine in una casa di campagna, rappresenta per lui uno snodo fondamentale del percorso artistico, il momento in cui ha capito di dover cercare una direzione più tranquilla, una scelta che, dice, ha finito per definire meglio ciò che sente di poter offrire a se stesso e al pubblico.
Non a caso, è proprio a quel disco che Fabi collega Libertà negli occhi: copertine quasi identiche nella grafica, principi comuni, un lavoro che, spiega, difficilmente sarebbe esistito senza la spinta del suo predecessore. Da lì nascono Casa di Gemma, L'amore capita e Nessuna battaglia.
Il momento più toccante arriva quando Fabi introduce una canzone scritta oltre quarant'anni dopo il suo primo brano in assoluto, per raccontare l'inizio di una seconda vita: quella di un genitore alla nascita di un figlio. Per anni non l'ha più suonata, perché gli eventi l'avevano legata a una perdita anziché a una nascita. In questo tour, racconta, ha scelto di restituirle il significato originario: Attesa e inaspettata, dedicata alla figlia Olivia, "Lulù", scomparsa nel 2010 a soli 22 mesi. Un ricordo che Fabi e la compagna Shirin Amini hanno trasformato in impegno concreto fondando la onlus Parole di Lulù, a sostegno dell'infanzia disagiata e degli ospedali pediatrici in Italia e in Africa. Sul palco, il pubblico ha accolto il brano in un silenzio quasi sospeso.
Dopo Solo un uomo, Fabi si concede una breve parentesi leggera sull'estate complicata dal caldo per chi fa musica dal vivo, cita, sorridendo, un concerto in Sardegna vissuto "sulla graticola", prima di virare di nuovo verso il sentimentale, terreno che ammette di frequentare volentieri. È il preludio a Al cuore gentile, brano che nasce come piccola parafrasi del "dolce stil novo" di Guido Guinizelli, quasi un modo per fare pace con un periodo della vita in cui l'amor cortese lo aveva conquistato senza più lasciarlo andare. Seguono Filosofia agricola, Io sono l'altro e Oriente.


Seduto al piano, Fabi regala una delle sequenze più intense della serata con Scotta, Vince chi molla e Una mano sugli occhi, prima di chiudere il corpo centrale del concerto con Costruire e Una buona idea. Il bis, con Lontano da me e Lasciarsi un giorno a Roma, chiude una serata che ha unito leggerezza e profondità con un equilibrio raro. Un concerto di Niccolò Fabi non è un semplice ascolto, ma un viaggio interiore a tratti doloroso. Le sue parole riescono a contorcere le nostre emozioni, piegando ogni nostra difesa fino a farci guardare dentro, per poi rimetterci in sesto con una delicatezza disarmante.