Si è conclusa da pochi giorni, dopo appena tre giornate di apertura, Eravamo notte, ora siamo giorno, la mostra che il PAC – Padiglione d'Arte Contemporanea di Milano ha dedicato all'artista visiva e fotografa Ambrosia Fortuna, curata da Sabato De Sarno. Una durata volutamente breve, quasi un paradosso per un progetto che raccoglie oltre dieci anni di immagini, ma che si è rivelata coerente con lo spirito stesso dell'operazione: una mostra pensata come performance, capace di esistere con la stessa intensità e la stessa fragilità delle vite che racconta. Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Wunderplace Studio, in collaborazione con Orgoglio Porta Venezia Milano e con il sostegno di Levi's, l'esposizione si è inserita nel calendario di Milano Pride 2026, portando dentro le sale di uno dei musei più amati della città un pezzo di storia sociale che raramente trova posto tra le pareti di un'istituzione pubblica.
Il percorso, articolato in tre nuclei, ha attraversato oltre un decennio di vita tra Milano, Napoli e Roma. Belle di notte raccoglieva gli scatti dei primi anni milanesi dell'artista, tra camerini, locali, bagni, ritorni all'alba: immagini nate come gesto urgente, necessario, per trattenere persone e situazioni che rischiavano continuamente di sparire. Casa delle bambole spostava invece lo sguardo verso la dimensione domestica, tra ritratti realizzati in case e spazi privati, dove l'identità non è più solo ricerca o costruzione performativa ma presenza stabile, affetto quotidiano. Chiudeva il percorso Momenti ritrovati, fatto di screenshot, immagini a bassa definizione, frammenti recuperati: piccole sopravvivenze visive di un'intimità che la produzione incessante di contenuti digitali rischia continuamente di disperdere. E, infine, un emozionante estratto dal docufilm, ancora in fase di realizzazione, Coppe in silicone, in cui Ambrosia mette a nudo tutta sé stessa, accompagnata dall'intimità del racconto della voce materna sulla genesi dolorosa, ma pregna d'amore, di un'identità in transizione.

Alla preview, il PAC si è riempito di un pubblico insolitamente trasversale per un'inaugurazione museale: non solo critica e operatori del settore, ma amiche, sorelle, performer e tantissimi artisti che in questi anni hanno incrociato il percorso di Ambrosia. Tra i volti noti che si sono avvicendati nelle sale, anche Elodie e Stefano De Martino, arrivati per sostenere un progetto che per molti dei presenti non era soltanto una mostra da visitare, ma il riconoscimento pubblico di un pezzo della propria storia personale. Un vernissage molto particolare accompagnato da alcune performance artistiche come quella di Dan/Dramna intenta a truccarsi alla sua toilette e vestirsi con l'iconico facekini di pizzo e merletto, e la cantante Francesca Piuma che ha interpretato Il cielo in una stanza, una canzone che simbolicamente si fa colonna sonora dell'intera operazione.
Ad aprire gli interventi è stato l'Assessore alla Cultura del Comune di Milano Tommaso Sacchi, che ha sottolineato la dimensione storica e insieme rivendicativa del progetto, definendolo capace di restituire dignità e voce a una parte importante della comunità cittadina. Sacchi si è detto colpito in particolare dall'ultima sala, dedicata al tema della transizione, e ha insistito sul valore performativo del progetto espositivo: una mostra compatta, limitata nel tempo per scelta, che proprio in questa durata definita trova una delle sue chiavi di lettura più profonde. L'assessore ha scelto inoltre di sottolineare quanto fosse significativo ospitare un progetto come questo in un museo che, ha detto, ama tra i più di sempre: il PAC di Ignazio Gardella, con i Sette Savi di Melotti nel giardino, diventato per tre giorni uno spazio di incontro tra arte, fotografia e riflessione sociale.

Sabato De Sarno, curatore della mostra, ha raccontato un anno di lavoro condiviso con Ambrosia, nato da una conoscenza fatta non attraverso le parole ma attraverso le immagini: foto e video che l'artista gli inviava per raccontargli qualcosa di sé. Nel suo intervento il designer ha voluto ringraziare Diego Sileo, responsabile della programmazione del PAC, che ha sostenuto il progetto fin dal primo incontro, e Carlo Barbarossa con tutto il team di Orgoglio Porta Venezia, con cui De Sarno collabora per il secondo anno consecutivo, oltre a Levi's, partner scelto perché portatore degli stessi valori del progetto. Un passaggio del suo discorso ha toccato in modo particolare la platea: la sera dell'inaugurazione coincideva infatti con l'anniversario della morte di Cloe Bianco, professoressa transgender uccisa dall'odio omotransfobico. De Sarno ha voluto ricordarla proprio in apertura di un evento pensato per fare l'opposto: ribadire quanto contino la presenza, la partecipazione e la possibilità di costruire e abitare insieme spazi di legittimazione artistica, culturale e sociale.

Ma è stata Ambrosia, più di chiunque altro, a dare il senso profondo alla serata. L'artista ha tenuto a precisare, prima di ogni altra cosa, che la mostra non parla di lei ma delle persone che negli anni si sono fidate di lei, le sue sorelle, permettendole di raccontarle. Ha parlato della violenza sottile di essere sempre stata raccontata dagli occhi degli altri, attraverso stereotipi e narrazioni semplificate, e ha rivendicato il diritto, per sé e per la sua comunità, di essere narrate da chi quella storia la vive davvero. Un solo obiettivo, ha detto rivolgendosi al pubblico: aprire negli altri un po' di empatia, una finestra attraverso cui guardare vite raccontate con sincerità e non attraverso filtri esterni. «Il mio unico obiettivo – racconta Ambrosia Fortuna, è quello di poter aprire una finestra nelle persone e poter far sì che la storia delle mie sorelle venga raccontata in modo sincero e in modo autentico, perché tutti noi meritiamo di essere raccontate nella verità che noi vogliamo che venga raccontata».
Particolarmente significativa la spiegazione che Ambrosia ha dato del titolo della mostra, respingendo l'idea che notte e giorno rappresentino un percorso interrotto o una crescita lineare che lascia il passato alle spalle. Per lei, e per molte delle sue sorelle, la notte è stata casa: il luogo dei ricordi più belli legati a Milano, vissuti insieme alla propria comunità. Il giorno, ha spiegato, non sostituisce quella notte ma rivendica qualcosa di diverso e altrettanto necessario: il diritto di esistere alla luce del sole, di partecipare agli spazi pubblici, politici e culturali, compreso un museo. Una lettura che restituisce alla mostra tutta la sua tensione politica, ben oltre la dimensione puramente estetica delle immagini esposte.
È in questa tensione, in fondo, che si trova il vero valore di Eravamo notte, ora siamo giorno. Le fotografie di Ambrosia Fortuna sono indubbiamente belle, costruite con una grazia che non scivola mai nella spettacolarizzazione, ma ridurle alla loro qualità formale significherebbe perdere ciò che le rende necessarie. Sono immagini nate dall'interno di una comunità, non da uno sguardo esterno che osserva e cataloga: per questo restituiscono ai loro soggetti una complessità che la rappresentazione mediatica della scena queer e trans italiana raramente concede, troppo spesso schiacciata su pochi stereotipi ricorrenti. Portare questo archivio dentro un museo civico, in pieno Pride Month, non è un gesto neutro: è la traduzione concreta di ciò che Ambrosia ha chiamato il diritto a esistere di giorno, negli spazi che contano, con la stessa legittimità di qualsiasi altra narrazione artistica. In questo senso la mostra ha funzionato anche come attivismo nel senso più autentico del termine, non perché abbia urlato uno slogan, ma perché ha reso visibile, in una sede istituzionale, una memoria collettiva che fatica ancora a trovare spazio fuori dai margini della notte.

Resta, a mostra ormai chiusa, una sensazione agrodolce, la stessa che Sacchi aveva anticipato durante il vernissage: il dispiacere di smontare un progetto capace di lasciare un segno reale nella città, bilanciato dalla consapevolezza che quella brevità era parte del suo significato. Ambrosia, salutando il pubblico, ha espresso la speranza che la serata non fosse l'ultima occasione per le sue sorelle di ritrovarsi in un museo, alla luce del giorno. Una speranza che, più di ogni recensione, racconta perché questa mostra meritava di essere vista, e perché meriterà di tornare. Per quelle sorelle che danno valore alla vita come Dan/Dramna, Labouttaine, Hellen, la signora Chen, Nicole, Greta, Talona, Sasi. Alexia, Sara e tante altre, bellissime sorelle, che hanno dato corpo e coraggio a questa mostra.
