Pupazzi, silenzi e traumi: La classe di Fabiana Iacozzilli a Napoli

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Pupazzi, silenzi e traumi: La classe di Fabiana Iacozzilli a Napoli

Foto di Valeria Tomasulo

Dal 19 al 22 marzo 2026 il Teatro Nuovo di Napoli accoglie La classe, spettacolo scritto e diretto da Fabiana Iacozzilli, che si muove su un terreno fragile e potentissimo: quello della memoria infantile. Non una semplice rievocazione, ma un dispositivo scenico che scava, scompone e restituisce al pubblico ciò che resta, anche quando crediamo di aver dimenticato.

Definito dalla compagnia un “docupuppets”, La classe fonde teatro di figura, racconto documentario e autobiografia. Il risultato è un’esperienza ibrida, dove linguaggi diversi convivono senza mai neutralizzarsi: i performer – Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni e Marta Meneghetti – condividono la scena con marionette di legno che incarnano gli adulti di oggi, un tempo bambini.

Sono proprio questi corpi lignei, realizzati da Fiammetta Mandich, a portare il peso più grande: quello del tempo. Figure rigide, apparentemente immobili, che invece vibrano di ricordi, come se ogni gesto fosse una scheggia rimasta incastrata nella pelle. Non è nostalgia: è memoria viva, disturbante, che si muove sotto traccia.

L’immaginario dello spettacolo richiama esplicitamente il teatro visionario di Tadeusz Kantor e la scrittura tagliente di George Tabori. Come ne La classe morta o ne I cannibali, anche qui il palcoscenico diventa un luogo rituale, dove il passato non viene raccontato ma evocato, quasi evocato come un fantasma ostinato.

Al centro della narrazione c’è un’aula scolastica che si trasforma in un archivio emotivo: tavolacci che ricordano banchi, ma anche tavoli operatori o da macello. Intorno, il silenzio. Rumori minimi, matite che scrivono, respiri trattenuti, costruiscono una tensione sottile e costante.

E poi c’è lei: Suor Lidia. Figura dominante, severa, quasi mitologica. È l’unico personaggio interpretato da un corpo umano, ma resta invisibile sia ai pupazzi che agli spettatori. Una presenza che non si vede, ma si sente. E forse è proprio questa la chiave dello spettacolo: il potere interiorizzato, quello che non ha bisogno di mostrarsi per esistere.

La materia narrativa nasce dai ricordi personali della regista, legati agli anni trascorsi presso l’istituto “Suore di carità”. Un’infanzia segnata dalla paura, quella, semplice e brutale, di “buscarle”, ma anche da un momento fondativo: quando la stessa Suor Lidia affida alla giovane Fabiana la regia di una recita scolastica. Un gesto ambiguo, che oscilla tra controllo e rivelazione, e che forse accende una vocazione.

La classe si inserisce nella “Trilogia del vento”, progetto con cui Iacozzilli attraversa tre età della vita: l’infanzia (La classe), la maturità (Una cosa enorme) e la vecchiaia (Il grande vuoto). Un percorso che mescola biografia e testimonianze, costruendo un mosaico di esperienze condivise.

Premiato con riconoscimenti importanti, tra cui il Premio Ubu 2019 per il miglior progetto sonoro e il Premio della Critica ANCT, lo spettacolo si conferma come una delle proposte più incisive della scena contemporanea.

Perché La classe non è solo teatro: è un piccolo esorcismo collettivo. Ti siedi, guardi, e a un certo punto capisci che quei pupazzi non sono “loro”. Sei tu. Siamo noi. E quei ricordi, anche se li abbiamo messi in fondo a un cassetto, non hanno mai smesso di respirare.