“Week-end”: Sabrina Scuccimarra e l’abisso domestico al Piccolo Bellini
- di Nicola GarofanoAl Piccolo Bellini di Napoli, fino al 19 aprile, Week-end di Annibale Ruccello torna a inquietare e sedurre sotto la regia di Martino D’Amico. Non è un ritorno nostalgico: è un’incursione chirurgica dentro una solitudine che ancora oggi pulsa, scomoda, riconoscibile.
Scritto nel 1983 e ultimo tassello della trilogia del “teatro da camera”, insieme a Notturno di donna con ospiti e Le cinque rose di Jennifer, il testo è spesso considerato uno dei vertici più compiuti della drammaturgia ruccelliana. Eppure resta, curiosamente, uno dei meno frequentati. Forse perché non consola. Forse perché costringe a guardare troppo da vicino.
Al centro, Ida, professoressa di lingue, meridionale trapiantata a Roma, corpo segnato e identità fratturata. Una donna sola, “zitella” per etichetta sociale prima ancora che per destino, che nel chiuso della sua casa costruisce un teatro parallelo: fatto di rituali grotteschi, fantasie, pulsioni e desideri che sfuggono a ogni norma. Il suo weekend diventa così uno spazio sospeso, dove realtà e rappresentazione si confondono fino a implodere.
La regia di Martino D’Amico sceglie la via della sottrazione. Nessuna enfasi, nessun compiacimento dell’orrore: tutto accade come sotto pelle. La tensione si accumula nei dettagli, nei silenzi, nei vuoti. È uno spettacolo che non urla mai, ma ti resta addosso come un pensiero insistente alle tre di notte.
Sabrina Scuccimarra costruisce un’Ida magnetica e disturbante, evitando ogni trappola caricaturale. Il suo è un lavoro stratificato: fragile e feroce, vittima e carnefice, reale e immaginata. Non cerca empatia facile, e proprio per questo la ottiene. La sua solitudine non è mai un cliché, ma una materia viva, che si trasforma scena dopo scena in qualcosa di struggente.
Accanto a lei, Manuel Severino e Matteo D’Incoronato abitano con precisione un sistema relazionale instabile, fatto di attrazioni ambigue e dinamiche di potere sotterranee. I loro personaggi non esplodono mai davvero: si incrinano lentamente, e in quella crepa si consuma il vero dramma.
La casa, unico ambiente della pièce, diventa estensione mentale della protagonista. Le scene di Alessandra Solimene disegnano uno spazio essenziale ma carico di tensione, mentre le luci di Marco Linari isolano i corpi, li intrappolano, li espongono come reperti emotivi. È un interno che respira malinconia, ma anche un sottile senso di minaccia.
Ruccello gioca apertamente con lo spettatore. Lo seduce, lo rende complice, poi lo tradisce. Quello che sembra un racconto di perversione e violenza si rivela, progressivamente, un esperimento sullo sguardo: sul nostro bisogno di giudicare, di classificare, di spiare. E quando pensiamo di aver capito tutto, il finale arriva come uno schiaffo. Non spiega: disorienta.
Tra Mozart e i Duran Duran, tra dialetto e italiano, tra memoria e allucinazione, Week-end costruisce un paesaggio emotivo in bilico, dove l’identità è sempre sul punto di cedere. Ida non è solo un personaggio: è una crepa. Dentro di lei convivono il Sud perduto, la città ostile, il corpo rifiutato, il desiderio negato. E in quella crepa si infiltra qualcosa di più universale: la paura di non appartenere a niente.