Music & Theater

We Want Miles! Marcus Miller riporta Davis tra le rovine di Pompei

Foto di Nicola Garofano

C'è qualcosa di quasi spiazzante nel vedere un basso elettrico riecheggiare tra le pietre di duemila anni. Eppure ieri sera, all'Anfiteatro degli Scavi, Marcus Miller e la sua all-star band hanno trasformato quella distanza temporale in una specie di cortocircuito naturale: da una parte l'archeologia, dall'altra un repertorio che nel 2026 compie appena quarant'anni ma che suona ancora come musica del futuro.
Il progetto si chiama We Want Miles!, e il titolo non è casuale: prende il nome dal celebre live del 1981 che segnò il ritorno sulle scene di Miles Davis dopo anni di silenzio, salute precaria e isolamento. A cent'anni dalla nascita del trombettista (il centenario, come ha ricordato Miller dal palco, cade quest'anno, ma la band ha continuato a girare il mondo per onorarlo), il progetto riunisce alcuni dei musicisti che quella stagione l'hanno letteralmente vissuta: lo stesso Miller al basso e al clarinetto basso, Mike Stern alla chitarra, Bill Evans al sassofono, Mino Cinelu alle percussioni, affiancati dalle nuove leve Russell Gunn (tromba), Brett Williams (tastiere) e Anwar Marshall (batteria).
La scaletta ha ripercorso con intelligenza due epoche diverse della carriera di Davis. Da una parte i brani del periodo elettrico più recente, Tutu, aperta dal celebre ostinato di basso che Miller stesso compose e produsse, e che resta forse il momento in cui il pubblico ha applaudito con più calore, e All Blues, quasi un ponte verso il Davis più classico. Dall'altra il cuore pulsante della serata: i brani di We Want Miles: Aida, Catémbe (scritta dallo stesso Miller), Fat Time, My Man's Gone Now (il celebre standard di Gershwin) e poi il blocco più radicale, quello che Miller ha introdotto raccontando la svolta elettrica di fine anni Sessanta: Hannibal, In a Silent Way (dove Miller ha imbracciato il clarinetto basso, abbandonando per qualche minuto le quattro corde) e infine Bitches Brew, accolta da un boato.


Quello che rende questo tour diverso da un semplice tributo è la voce di Miller stesso, che in alcuni momenti si è trasformato in narratore, quasi in un professore di storia del jazz con il basso a tracolla. Ha spiegato al pubblico come sia nata la svolta elettrica di Davis: «Prima di usare il piano acustico, la base acustica nel 1968/69, Miles stava ascoltando James Brown, Jimi Hendrix, e ha deciso di aggiungere qualcosa di questo alla sua musica». Poi, quasi a scusare in anticipo chi si fosse aspettato un concerto tradizionaleLe persone che amavano la musica di Miles prima, non gli piaceva molto la nuova musica... ma c'erano persone giovani che amavano, amavano, amavano questa nuova musica». Prima di In a Silent Way ha chiesto scherzosamente al pubblico di "mettere il coltello da parte" e di lasciarsi andare, un invito a spegnere le aspettative e ascoltare con orecchie nuove e diventare come i figli dei fiori degli anni 60 rapiti da sostanze inebrianti.
Il momento più toccante, però, è arrivato quando Miller ha raccontato la genesi stessa della band: «Miles Davis non suonò musica per cinque anni... ma nel 1981 decise di tornare. E con chi è tornato? Con questi musicisti. Eravamo tutti molto giovani, 21, 22 anni. Mike Stern era il vecchio della band: 27». Un aneddoto che ha strappato una risata al pubblico e a Stern stesso, chiamato a salutare mentre il resto della band annuiva.
Prima di Catémbe, dedicata al pubblico con un cenno di orgoglio quasi paterno, Miller ha ricordato di aver iniziato a comporre per Davis proprio in quegli anni: «Ho iniziato a scrivere musica per Miles, e mi piacerebbe suonare una canzone che ho scritto».
Al di là dell'aneddotica, sono tre i momenti in cui la musica ha parlato più delle parole. Il primo è l'introduzione di Catémbe costruita da Mino Cinelu con una loop machine: partendo da una singola cellula percussiva, Cinelu ha sovrapposto strati ritmici fino a cancellare il confine tra silenzio e brano, in un crescendo che ha tenuto il pubblico sospeso per interi minuti prima che entrasse il resto della band.
Il secondo è proprio il celebre slap di Miller in Tutu: una tecnica che in molti bassisti diventa manierismo, ma che nelle sue mani resta uno strumento espressivo puro, mai fine a sé stesso, capace di alternare percussività secca e note "cantate" nel giro di una frase.
Il terzo è il fraseggio di Mike Stern in Bitches Brew: chitarra spinta costantemente fuori fase, bending esasperati e un uso della distorsione che accentua ogni spigolo armonico, in netto contrasto con il timbro più rotondo e vellutato del sax di Bill Evans, a creare un dialogo fatto di attriti più che di armonia.


Alla fine, quello che resta non è solo la nostalgia per un'epoca che pochi, tra il pubblico, hanno vissuto davvero. È l'idea, che Miller ha reso esplicita più volte tra un brano e l'altro, che l'eredità di Miles Davis non stia in una serie di note da preservare intatte, ma nel coraggio di continuare a cambiarle. Tra le pietre millenarie dell'Anfiteatro, con Pompei alle spalle e Miles Davis nell'aria, questa band di ragazzi (ormai non più tanto giovani) ha dimostrato che si può essere fedeli a un maestro proprio tradendo, ogni sera, la sua musica.