Vulcania Swan ospita Heather Parisi e Raiz, dove la periferia smette di chiedere permesso
- di Nicola GarofanoC'è un pino mediterraneo nel giardino della Vulcania Swan Performing Arts Center di Pompei. È lì da prima che iniziassero le lezioni, testimone silenzioso di generazioni di bambine che imparano a contare in otto tempi. Sotto di lui, lo scorso dicembre, ha danzato Heather Parisi. Mercoledì 1° luglio, su quel palco, sarà la volta di Raiz. La periferia pompeiana, da queste parti, non è mai stata solo margine: è stata palcoscenico.
Venticinque bambini. Venticinque allievi di Pompei, saliranno su quel palco con due artisti che hanno attraversato decenni di cultura italiana e internazionale. Il numero è piccolo, e in quella piccolezza c'è tutta la filosofia di Alessandra Sorrentino, classe 1990, fondatrice e anima della Vulcania Swan Performing Arts Center: «a volte la bellezza si deve donare», dice, una posizione quasi sovversiva in un settore dove tutto ha un prezzo, e dove la gratuità è spesso scambiata per mancanza di valore.
Alessandra Sorrentino è nata a Pompei e a Pompei è rimasta, per scelta consapevole e quasi programmatica. Mentre la logica del mondo dell'arte impone la migrazione verso i centri, Napoli, Roma, Milano, lei ha invertito la rotta: «Volevo che fosse il centro a venire in periferia, e non il contrario». È una postura che suona quasi ingenua finché non si legge il curriculum: Biennale di Architettura di Venezia, Bienalsur di Córdoba, collaborazione con i Momix in Connecticut, Ravello Festival, il docufilm sui Pink Floyd nell'anfiteatro pompeiano, e la direzione artistica del video di Raiz per Rosa, girato al Museo Nazionale di Capodimonte, scritto per la quarta stagione di Mare Fuori.
Formatasi con Arnaldo Angelini, già primo ballerino e poi direttore del corpo di ballo del Teatro San Carlo, maestro dei maestri, lo definisce con affetto reverenziale, Alessandra ha sviluppato un linguaggio che supera la danza classica per diventare performance art, videodanza, azione simbolica e politica. Il suo corpo occupa luoghi dimenticati, restituisce voce agli spazi sottratti, porta le donne al centro della scena, letteralmente e figurativamente.
La scuola non è, e non vuole essere, un luogo dove si insegna soltanto a ballare. È una risposta concreta alla marginalità, un'infrastruttura di cura che promuove il dialogo e l'immaginazione collettiva in un territorio che lo sviluppo urbano ha reso anonimo e dispersivo. «Quando un bambino vede che qualcosa di bello nasce accanto a casa sua», spiega Alessandra, «cambia il modo in cui immagina il futuro». Messa così, la Vulcania Swan non è una scuola di danza. È un progetto di architettura sociale.
C'è una narrazione dominante sulla periferia napoletana, e vesuviana più in generale, che ne fa un sinonimo di disagio, abbandono, criminalità. Alessandra Sorrentino la decostruisce ogni giorno, semplicemente aprendo la porta della sua scuola. «La periferia non è una mancanza: è un punto di vista», afferma. «Non sono arrivata nonostante la periferia: sono diventata l'artista che sono proprio grazie a quella scuola di resistenza».
Foto Raiz di Riccardo Piccirillo
È una posizione che risuona con le parole di Raiz, Gennaro Della Volpe, frontman degli Almamegretta, voce di Don Salvatore Ricci in Mare Fuori, che da trent'anni ha fatto del rapporto tra centro e periferia uno dei cardini del suo pensiero artistico: «Lo zoccolo duro degli Almamegretta non sta nel centro storico della città, ma nell'hinterland. La nostra vera fan base è Napoli Nord e Napoli Sud». E poi aggiunge, con quella chiarezza diretta che lo contraddistingue: «Dalla periferia vengono fuori cose sempre interessanti, perché è successo sempre». Porta l'esempio di Sergio Bruni, che arrivava da Villaricca e divenne la voce di Napoli. Porta Geolier, che canta in napoletano e vende più di chiunque altro. «Il sentimento della provincia è diverso da quello della città. Qua c'è una sacca di resistenza di valori che il cinismo della città macina».
Da un certo momento in poi, Raiz e Lea sono diventati un sodalizio sempre più stretto, e la Vulcania Swan di Alessandra Sorrentino, a Pompei, è diventata uno dei loro luoghi. Rosa, scritta per la quarta stagione di Mare Fuori, è nata come canzone per la serie. Ma Raiz è il primo a sapere che le cose non sono andate esattamente così: «Ogni artista, anche quando parla di altro, mette dentro i suoi sentimenti. Alla fine Rosa è anche una canzone scritta da un attore in qualche modo, che sta interpretando un personaggio ma sta parlando di cose sue». La canzone è diventata un atto privato travestito da finzione.
Quando ha dovuto girare il videoclip, Raiz ha scelto Alessandra Sorrentino. La conosceva già, si erano incontrati su un palco condiviso con il pianista Antonio Fresa, per uno spettacolo intitolato L'Arte della Felicità - 6 Emozioni per pianoforte, e ne aveva visto il lavoro, in particolare il video Scugnizzo Liberato: «Mi piaceva molto la sua poetica». Ha poi scoperto che gestiva anche una scuola di danza: «Siccome volevo far studiare mia figlia, ho scoperto che c'era questa scuola qui, c'è una bellissima atmosfera, è gestita in una maniera particolare. Mi ha sempre dato delle bellissime sensazioni».
Il video è stato girato nelle sale del Museo Nazionale di Capodimonte, location scelta e voluta da Alessandra, e racconta un padre e una figlia che danzano insieme. Raiz all'inizio è in posizione fetale nella Sala delle Feste: «L'ho fatto rinascere», spiega Alessandra. Lea interpreta Rosa, la figlia immaginaria della serie. Ma Lea è la figlia vera. «È diventato un video neorealista», dice Alessandra, «perché la vera figlia interpreta la finta figlia di Mare Fuori».
Raiz, vedendo il risultato montato, ha avuto una sola cosa chiara: «Nun ce sta 'na cosa comme pate e figlia, dice la canzone. E alla fine è veramente così».
L'altro grande ospite del saggio del 1° luglio è Heather Parisi. Alessandra la definisce «un mito pop» e non lo dice con leggerezza: «Heather Parisi nasce come danzatrice classica al San Francisco Ballet, è entrata giovanissima, tipo a 12 anni, nel corso dei professionisti. È una danzatrice classica iconica, come Sylvie Guillem. I suoi piedi, le sue gambe: sono impossibili da raggiungere. È disumana».
La scelta non è stata quella di costruire uno spettacolo con lei, né un'intervista pubblica. Alessandra ha organizzato, di sorpresa e gratuitamente, uno stage per le bambine della scuola: «In periferia a volte ci sono delle realtà, ma tutto ha un prezzo. Invece a volte la bellezza si deve anche donare. Solo quando la doni i bambini riescono a riclassificarla quando la rincontrano». Seminare bellezza, non venderla. È una posizione quasi rivoluzionaria nel mercato dell'educazione artistica.
Sull'accusa, che ciclicamente ritorna, di essere una «gallina americana», Alessandra non si tira indietro: «L'ho voluta chiamare proprio per questo motivo. Sono infastidita quando si giudicano i grandi. Ci vuole rispetto del maestro. Solo avendo rispetto dei grandi puoi avere il minimo di possibilità di capirci qualcosa».
Raiz, da parte sua, chiude il cerchio con una confessione inaspettata: «Heather Parisi è stato il mio amore preadolescenziale».
C'è una dimensione della Vulcania Swan che va letta oltre la danza in senso tecnico. Alessandra Sorrentino ha fondato la scuola con un'urgenza che è anche femminista, anche se è la prima a diffidare della parola, «l'hanno riempita di cose», e pedagogica. «Per me non bisogna iscriversi in questa scuola perché pagando tanti soldi avrai dei maestri. Se vieni qui puoi acquisire uno status, non so ancora dove andrà a finire. Ma sono sicura che andrà a finire».
Il mantra che campeggia all'ingresso è semplice e radicale: sei già brava, devi solo fare così. «Bravo, bello, brutto: sono cose superate», spiega. «Le donne partono già con un no, non ce la farò mai. Io do molto di più. Se meritano di meno, do di più, perché hanno bisogno di avere di più». È una pedagogia dell'eccesso compensativo, un ribaltamento consapevole delle asimmetrie. «Già solo il fatto di dare alle donne la possibilità di sentirsi parte di qualcosa è una vendetta personale. È un riscatto sociale».
Le sue allieve la vedono interpretare l'operaio, non la principessa. La vedono girare video alla Biennale, coreografare per i musei, trattare da pari con artisti internazionali. Capiscono che il corpo può essere uno strumento di libertà, non solo di esibizione.
C'è un'ultima cosa che rende il saggio del 1° luglio qualcosa di più di una serata di fine anno. Raiz salirà sul palco non solo come ospite: i bambini della Vulcania Swan danzeranno con lui, sulle note di Rosa. Lo stesso filo narrativo del video, padre, figlia, danza, si allargherà a includere venticinque bambini di Pompei. La performance diventa corale, il privato diventa collettivo.
E c'è già qualcosa che bolle tra Alessandra e Raiz per il futuro. «Stiamo cercando di mettere delle cose insieme», confessa lui. «Un'azione teatrale e musicale, performativa, che racconta l'una con l'altra. Storie semplici. Canzoni semplici». Alessandra annuisce: «Mi piace tutto quello che si costruisce in scena, tutto quello che dal vuoto poi diventa intero».
C'è qualcosa di profondamente giusto nell'idea che questo dialogo nascesse a Messigno, periferia di Pompei, sotto un pino mediterraneo. Raiz lo dice con la precisione di chi ha imparato a leggere i luoghi: «È un bellissimo contenitore. Un bel posto dove stare».