Vittorio Matteucci: “Frollo non si interpreta, si vive”. Intervista
- di Nicola GarofanoNotre Dame de Paris continua a vivere, a distanza di oltre vent’anni dal suo debutto italiano nel 2002, mentre corre verso il traguardo simbolico del venticinquesimo anniversario nel 2027. Un’opera popolare che non conosce usura, capace ancora oggi di macinare numeri impressionanti, oltre 350.000 biglietti venduti a poco più di un mese dall’inizio del tour, e di trascinare il pubblico in un rito collettivo che mescola musica, poesia e vertigine emotiva.
Dal 17 aprile lo spettacolo approderà al PalaSele di Eboli, portando con sé tutta la potenza di un progetto monumentale firmato da Riccardo Cocciante, con i testi in italiano di Pasquale Panella sull’adattamento originale di Luc Plamondon, tratto dall’immortale romanzo di Victor Hugo. Al centro, la storia tragica e ardente di Esmeralda e Quasimodo, sospesa sotto le ombre gotiche della cattedrale di Notre-Dame.
Dentro questo viaggio, da oltre due decenni, c’è la voce e il corpo di Vittorio Matteucci, un Frollo che non si limita a essere interpretato, ma vissuto, incarnato, consumato sera dopo sera. Nato a Livorno nel 1963, Matteucci porta in scena quella miscela di ironia guascona e profondità emotiva che affonda le radici nella sua storia personale: un artista cresciuto tra teatro amatoriale, chilometri macinati tra piano bar e palchi improvvisati, e una passione “lacerante” per il mestiere che non ha mai smesso di guidarlo.
È una passione che si nutre di tutto: della musica, da Modugno a Pino Daniele, da Stevie Wonder ai Beatles, del cinema, con un amore dichiarato per Totò e Charlie Chaplin, della letteratura contemporanea, fino alle arti più intime e silenziose come il disegno, la pittura e perfino il bricolage. Ma è soprattutto una passione che resiste, ostinata, alla precarietà e alla fatica, trasformando ogni spettacolo in un atto necessario.
E allora Frollo diventa qualcosa di più di un personaggio: è uno specchio, un compagno scomodo, un’ombra che evolve insieme all’uomo che la incarna. In quest'intervista, Matteucci racconta proprio questo, il peso e il privilegio di abitare un’anima tormentata, il confine sottile tra disciplina e istinto, il teatro come forma di verità e di salvezza.
Tornare nei panni di Frollo dopo tanti anni è un ritorno o una resa dei conti? Quanto è cambiato il tuo rapporto con questo personaggio così oscuro e umano insieme?
«Non è cambiato, in effetti: il rapporto si è evoluto. È cambiato perché sono cambiato io. Rispetto all’inizio ho venticinque anni in più e porto con me un bagaglio di esperienze che, senza dubbio, incide sull’interpretazione del personaggio.
Frollo è un caro amico che ogni volta si ripresenta: lo è per me, come attore. Certo, se lo si dovesse giudicare per le sue azioni, sarebbe meglio non vantare un’amicizia del genere. Però hai ragione quando lo definisci estremamente umano: è un personaggio che rivela, in tutto e per tutto, le debolezze e le fragilità dell’uomo».
Frollo è ossessione, fede, potere e desiderio: qual è la sua crepa più pericolosa secondo te, quella che oggi parla di più al pubblico contemporaneo?
Penso che la sua crepa più pericolosa sia proprio quella che lo rende, paradossalmente, molto simile al figlio adottivo. Parliamo di due esseri umani opposti, ma uniti da un elemento comune: entrambi sono “quasimodo”, cioè incompleti, non realizzati, per motivi diversi. Uno lo è per la propria diversità, per come è nato e per la sua storia; l’altro per ciò che gli è stato imposto, per l’impossibilità di costruire una propria identità. Lui stesso lo dice nello spettacolo: è qualcuno che ha seguito solo la religione come scelta di vita e che, improvvisamente, viene travolto da un amore passionale. Entrambi, in fondo, non sono pienamente realizzati come esseri umani: vivono una vita a metà».
La tua interpretazione è sempre stata intensa, quasi viscerale: c’è una scena o un momento dello spettacolo che ogni volta ti prosciuga emotivamente?
«Tutto. Perché lo sento così umano che è impossibile non entrare nelle sue contraddizioni. È impossibile non dar loro voce, non vivere fisicamente e psicologicamente ciò che lui attraversa. Non c’è un momento preciso: si parte subito. Già dalla prima battuta: “A voi Febo di Chateaupers”, è un ordine che io do al capitano degli Arcieri del Re di sgombrare la piazza da questi sporcaccioni, dai clandestini, un secondo dopo è già dramma. Entra la zingara, lui viene assalito, gli si accendono le orecchie: e lì, per me, è già tutto. Devi essere vero, reale, sentire il tuffo al cuore. E da quel momento in poi è una picchiata continua, che non può che finire come deve finire. Perché è già scritto nella prima scena».
Se dovessi raccontare Frollo a qualcuno che non ha mai visto lo spettacolo, lo definiresti “uomo” non “mostro”?
«Per nulla un mostro. È un uomo che cerca di barcamenarsi tra ciò che sa e ciò che non ha mai saputo. Certo, rappresenta anche l’arroganza del potere, e le cronache di oggi ne sono piene, ma resta profondamente umano. Lo definirei un uomo incompleto. C’è un momento, “Parlami di Firenze”, che è l’unico davvero più leggero: lì ritrova sé stesso, in una discussione accademica, quasi puntigliosa, con Gringoire, l’unico al suo livello culturale. È uno scambio in cui riemerge il suo mondo, quello della speculazione della scienza. E quando Gringoire gli prospetta un’alternativa, lui la comprende perfettamente: non è stupido, né gretto. Ma deve mantenere uno status quo. Perché è così, perché quel ruolo lo definisce e non può essere altro da ciò per cui è stato costruito».
Hai una formazione che unisce tecnica e istinto: oggi, sul palco, vince più la disciplina o l’abbandono?
«La base è lo studio, quindi la disciplina è fondamentale. Ma bisogna anche conoscere profondamente se stessi: guardarsi dentro, capire chi si è, come si reagisce. Un personaggio non esiste se non si muove con i tuoi muscoli, se non agisce, se non si emoziona con il tuo grado di emotività, se non parla con la tua voce. Sei tu a dargli la possibilità di esistere. Per questo la consapevolezza di sé è essenziale, così come l’esperienza di vita: è anche per questo che il personaggio evolve insieme a te. Direi quindi entrambe le cose: disciplina e istinto. La disciplina è imprescindibile, lo dico sempre ai ragazzi con cui lavoro: non c’è sicurezza senza studio. Bisogna conoscere, sapere, e poi, piano piano, lasciarsi andare anche a un percorso più istintivo».
Guardando indietro alla tua carriera, fatta anche di precarietà e sacrifici, pensi che quella “passione lacerante” di cui parli sia ancora sostenibile per i giovani artisti?
«Lo spero. Non è detto che tutti debbano viverla nello stesso modo, ma frequentando ragazzi molto giovani, 16, 17, 18 anni, vedo che esiste ancora. Magari non sono tantissimi, ma probabilmente non lo sono mai stati: è una strada complessa, difficile da intraprendere. Però quelli che ci sono, quelli con determinazione, voglia di studiare e di guardarsi dentro, esistono ancora. E mi emozionano».
Hai sempre avuto uno spirito ironico e guascone: quanto ti salva, fuori scena, dopo aver abitato un personaggio così tormentato?
«Sì, tantissimo. Ma, come vedi, non stiamo parlando della vita: stiamo parlando della rappresentazione della vita che, come ha detto qualcuno, a volte è persino più vera della vita stessa. La vita, però, è un’altra cosa. A me piace mettermi in relazione con ciò che conta davvero e, siccome “stiamo a giocà”, come diceva Mastroianni, è giusto ricordarlo: non è un mestiere facile, richiede fatica, ma resta pur sempre un gioco: to play. Non dobbiamo darci più importanza di quella che abbiamo. Il nostro valore sta nel regalare al pubblico due ore di evasione, nel permettere una sorta di purificazione attraverso il teatro, ed è una cosa bellissima. Ma le cose davvero importanti nella vita sono molte altre. Averlo sempre presente significa anche sapersi prendere in giro. Per me l’autoironia è fondamentale: altrimenti ci prendiamo troppo sul serio, diventiamo quelli del “io so, io faccio”. Ma io cosa? Soprattutto per quello che vediamo in giro oggi, è meglio restare con i piedi per terra: ci sono cose, là fuori, davvero inconcepibili».
C'è qualche aneddoto particolare che ti porti appresso negli anni e racconti durante le prove, durante lo spettacolo, sia emozionante, sia divertente...
«Posso dirti una cosa incredibile: dopo 24 anni, siamo entrati nel venticinquesimo di questo spettacolo, l’emozione è ancora altissima.
Continuo a commuovermi, a piangere, soprattutto quando mi specchio negli occhi dei miei colleghi. Vedo lo stesso desiderio: dare vita a un dramma umano che, forse, può essere d’aiuto a qualcuno. Più che un aneddoto divertente, mi porto dietro proprio questo: la forza narrativa dello spettacolo e ciò che riesce a generare, a livello umano, tra chi lo interpreta».
Tu hai iniziato facendo teatro amatoriale…
«Sono stato super amatore, per tanti anni. Sceglievamo i testi: da Dario Fo a Woody Allen, passando per Ray Bradbury e Manuel Puig. Ed era bellissimo non avere niente e riuscire a fare tutto con le parole e la presenza. Scenografie e costumi erano cartone e fodera, ma quella è la vera formazione: gratuita, sostenuta da una passione pura, gioiosa. Non c’è ambizione professionale, solo il desiderio di dire le parole, di emozionare e di emozionarsi. Il primo spettacolo che vidi, avevo meno di dieci anni, fu Antonio e Cleopatra. Sono partito benissimo: il teatro ti entra subito nelle ossa e nelle vene. Io lo farei vedere a tutti i bambini. Anche solo dieci minuti su due ore: è un’esperienza che resta per sempre e li aiuta a crescere. Purtroppo, però, il teatro non rientra davvero nei percorsi educativi dei giovani».
Hai curato diverse regie, hai scritto anche dei testi teatrali, eccetera. Stai pensando a qualcosa dopo Notre Dame?
«Sto lavorando a un progetto che per me è molto bello, e d’altronde faccio solo cose che mi piacciono. È un testo che ho scritto e che sto portando avanti con due licei di Padova, l’artistico e il musicale. Racconta la storia di Amedeo Modigliani e debutterà ai primi di giugno, a scuola. I ragazzi lo porteranno in scena dopo aver costruito tutto insieme a me: scenografie, costumi, anche con il supporto di tutor interni ed esperti esterni. È un progetto di cui sono davvero proprietari. Io li seguo nel poco tempo che mi lascia Notre Dame de Paris, ma sono in continuo contatto con loro. Non vedo l’ora: i ragazzi devono avere questa possibilità. Calcare il palcoscenico, sentire le emozioni, collaborare a una messa in scena, che sia come attori, truccatori, costumisti o macchinisti. Il teatro è una straordinaria metafora della vita».
So che hai un rapporto particolare anche con Napoli, perché ami Totò e hai fatto anche un disco sulla musica napoletana...
«Certo. Io dico sempre che i due genitori della musica italiana sono l’opera lirica e la canzone napoletana. Per questo, realizzare un disco napoletano è stato un obiettivo importante, raggiunto insieme al mio amico Antonio Carluccio e a grandi musicisti. Il disco si intitola Esuli. Mi sento un esule della musica napoletana: è come se mi appartenesse, pur non essendo napoletano. È un patrimonio universale, quasi da UNESCO. Abbiamo scelto i brani della tradizione, quelli della posteggia, con grande rispetto e un’impronta acustica: tre, quattro chitarre e una percussione. Semplice, ma proprio per questo molto intenso».
E su Totò?
«È il più grande di tutti, insieme a Charlie Chaplin. Io ho il busto di Totò a casa, insieme a quello di Eduardo De Filippo. È una lezione continua. Anche nei film meno riusciti, resto ancora a bocca aperta. Ho tutta la sua filmografia, completa. Lo amo perché era un autore raffinatissimo, di una sensibilità incredibile.
Sono pilastri della comunicazione, come Chaplin. Sarebbe bellissimo se i ragazzi tornassero a frequentarli: sono certo che si emozionerebbero profondamente».
Dopo questi 200 spettacoli, come arriverai alla fine del tour? Stremato o felice?
«Stremato e felice. Stremato perché l’impegno è enorme: stare in scena ogni sera con questo spettacolo e questo personaggio è davvero prosciugante. Ma felice per tutti i volti commossi che incontreremo, dalle Alpi alle Piramidi, dal Manzanarre al Reno. Giriamo tutta l’Italia, ed è impressionante.
Ovunque andremo, troveremo gli stessi occhi, la stessa emozione, anche nei bambini più piccoli. Ed è questo che ti riempie il cuore».