Terzopoulos e Le Baccanti: Il Pompeii Theatrum Mundi si apre con un atto di guerra estetica
- di Nicola GarofanoC'era qualcosa di inevitabile nel silenzio che ha preceduto l'inizio. Poi, lacerante, ha squarciato la notte una sirena di allarme antiaereo. Non un suono antico. Il suono del nostro tempo. Ed è così che Theodoros Terzopoulos ha aperto la nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi, scegliendo per il Teatro Grande del Parco Archeologico di Pompei, con repliche oggi venerdì 19 e domani sabato 20 giugno, alle 21.00, una prima assoluta de Le Baccanti di Euripide che è, già dalle prime battute, un atto di guerra estetica e civile. Lo spettacolo non è ancora iniziato, eppure si ha già la certezza di essere presenti a qualcosa che solo il teatro può offrire: il palcoscenico si rivela subito come una zona di confine, quella dell'essere e dell'esistenza umana, dove la lotta tra la vita e la morte prima turbina, poi assume una forma dinamica e inesorabile.
Quando il pubblico entra si trova davanti a una scena sinistra che immediatamente cattura l'occhio, è quella di Cadmo. Enzo Vetrano giace dentro una bara di plexiglass trasparente, visibile in ogni suo dettaglio come una reliquia o uno specimen anatomico. Il vecchio re di Tebe è tenuto in vita da sacche di sangue che pulsano, rossastre, collegate al suo corpo da tubi, e da due grandi bombole di ossigeno. È un’immagine potente: quella metafora nero-rossa svela tutta la condizione dell'uomo contemporaneo. Siamo tutti Cadmo, tenuti artificialmente in vita da trasfusioni di senso che non produciamo più da soli. Terzopoulos, con la consueta maestria, utilizza simboli raffinati ma limpidi per rappresentare la necrofilia della macchina bellica, e l'immagine del vecchio re-corpo-reliquia in quella teca di plexiglass diventa il sigillo visivo dell'intera serata.
Le Baccanti, scritta tra il 408 e il 406 a.C. durante il soggiorno di Euripide a Pella in Macedonia, è l'ultima grande opera del poeta che Aristotele definì «il più tragico tra i poeti tragici». Dioniso, dio dell'estasi e della sovversione, scende a Tebe per imporre i riti del suo culto. Re Penteo si rifiuta di riconoscere questa nuova, perturbante divinità. La sfida tra i due è il motore dell'azione: istinto contro logos, corpo contro ragione, il dio straniero contro l'ordine della polis. La fine è orribile e necessaria: Penteo morirà sulle cime del monte Citerone, dilaniato dalle Baccanti in preda al delirio sacro, e sarà la madre stessa, Agave, a portarne la testa, ignara del crimine commesso. Dioniso proclama il suo trionfo.
Questa è la settima volta che Terzopoulos mette in scena il testo di Euripide, nella traduzione di Edoardo Sanguineti, e la sua fedeltà ossessiva a questa materia non è ripetizione: è scavo. Ogni allestimento svela uno strato più profondo della roccia. Il conflitto tra Dioniso e Penteo, per dirla con le stesse parole del regista, è quello tra istinto e logica: «Quando nessuno dei due riesce a moderarsi, ciò ha conseguenze crudeli per l'umanità». E ancora dichiara: «È di estrema importanza proporre Baccanti in questo momento, laddove Dioniso incarna l'archetipo del rifugiato, partito da Tmolos tremila anni fa, ha viaggiato nelle zone di guerra del Medio Oriente, per finire, oggi, nel mar Mediterraneo, sulle coste di Creta o Lampedusa».
Ed è qui che lo spettacolo assume la sua dimensione più urgente. Dioniso è lo straniero. È colui che arriva da Oriente, che porta con sé una forza che seduce e sconvolge, che incrina le certezze della polis. Terzopoulos non lo dice a parole: lo incarna nella texture stessa della performance. Le parole non vengono pronunciate ma scagliate fuori dal corpo come un'eruzione. Il corpo dell'attore, formato secondo il celebre metodo biodinamico elaborato in decenni di lavoro con l'Attis Theatre, non è veicolo del testo: è il testo stesso.
Roberto Latini è un Dioniso di magnetismo freddo, ambiguo, inquietante. Non seduce attraverso la bellezza: seduce attraverso la certezza. È il dio che sa. Sa già come andrà a finire, e questa consapevolezza silenziosa che filtra in ogni sua mossa è la cosa più perturbante che abbia prodotto il palcoscenico del Teatro Grande. Alvia Reale costruisce un'Agave straziante, che porta nel corpo i segni della possessione prima ancora di parlare: quando, al ritorno dal delirio, comprende ciò che tiene tra le mani, il silenzio che la avvolge è più lacerante di qualsiasi urlo. Completano il quadro con rara intensità e forza espressiva Stefano Randisi, che incarna un Tiresia al confine tra trance e profezia, e Paolo Musio e Gemma Carbone, Corifeo e Corifea, che guidano il coro con sicurezza e presenza scenica. Giulio Germano Cervi e Rocco Ancarola, nei ruoli del Primo e del Secondo Messaggero, restituiscono con intensità drammatica quei momenti in cui la parola diventa annuncio di orrore.
Marco Cacciola è un Penteo che comincia come tiranno militare, vestito con una tuta mimetica nera, una cintura porta-granate in vita, un giubbotto antiproiettile sul petto e un berretto da legionario infilato nei pantaloni, Penteo entra in scena come un paracadutista che emerge da un elicottero: il potere militare nella sua forma più arrogante e gretta. Poi accade la caduta. Quando Dioniso penetra nella sua ragione e gli permette di avvicinarsi alle Baccanti, l'aspetto maschile del re si trasforma in femminile: il guerriero che desidera ardentemente una visione del dio senza esserne stato iniziato si tramuta in un libertino che si aggira sui tacchi alti, con rossetto e calze. È una metamorfosi grottesca, che Terzopoulos usa come lente per guardare le contraddizioni del potere contemporaneo. E le scarpe rosse di Penteo non sono un dettaglio innocente: rimandano direttamente al gesto dell'artista messicana Elina Chauvet, che per la prima volta utilizzò scarpe rosse lasciate in luoghi pubblici per rappresentare le vittime di femminicidio, il vuoto lasciato dalla perdita di una donna, il colore del sangue e del sacrificio. In quelle scarpe rosse ai piedi di un tiranno che crolla si condensa tutta la violenza di genere che attraversa i secoli.
Il coro, dodici giovani coristi: Francesco Cafiero, Bianca Cavallotti, Brigida Cesareo, Riccardo Dell’Era, Davide Giabbani, Federico Girelli, Bianca Mangelli, Marica Nicolai, Nicoletta Nobile, Giorgio Ronco, Matteo Sangalli, Magdalena Soldati, a torso nudo i ragazzi, in reggiseni attillati le ragazze, tutti con pantaloni neri, è il protagonista collettivo assoluto. Formato secondo il metodo del regista, volteggia, crolla e risorge seguendo i ritmi pulsanti della musica originale di Panayiotis Velianitis. Potentemente ritualistico nelle sue disposizioni geometriche e nella sua forte fisicità, questo coro è un corpo politico letterale: soffre, insieme, a causa di un capo arrogante. La ritualità funge da meccanismo di coesione sociale, e gli spettatori seduti tra le pietre di Pompei diventano parte di un rito millenario che ha perduto la sua dimensione di finzione.
Terzopoulos firma anche scene, luci e costumi, fedele alla sua concezione di teatro totale. La piattaforma ciclica, cuore della composizione scenica, genera un movimento orizzontale che amplifica l'energia dei corpi. Il vapore che si sprigiona dagli attori nella notte di giugno rende visibile quell'intensità interiore che è il marchio di fabbrica del suo teatro, il Prothanatos: l'anticamera dell'Ade, il luogo tra i vivi e i morti, dove il teatro di Terzopoulos ha sempre eletto la propria dimora.
Vale infine una riflessione sul luogo. Le rovine di Pompei non sono una cornice: sono un interlocutore. Una città che il Caso ha cristallizzato in un istante di catastrofe, che conserva le impronte di chi è morto senza preavviso. Portare qui un testo che parla di distruzione improvvisa, di ebbrezza collettiva e di potere che si autodistrugge, significa fare teatro nel senso più profondo: non rappresentare, ma evocare. Terzopoulos lo sa. E lo spettacolo che ha aperto questa nona edizione di Pompeii Theatrum Mundi ne è la prova più alta degli ultimi anni.
Lo spettacolo è una produzione Emilia Romagna Teatro ERT/Teatro Nazionale, Teatro di Roma–Teatro Nazionale, Attis Theatre Company. Dopo il debutto al sito di Pompei Le Baccanti andrà in scena il 25 e 26 giugno al Teatro Ostia Antica Festival e, per la Stagione 2026/2027, al Teatro Storchi a Modena dal 22 al 25 ottobre e al Teatro Arena del Sole a Bologna dal 8 al 11 aprile.