Music & Theater

«Siamo figli di un sistema immeritocratico». Intervista al cantautore Marco Iantosca

La compagnia delle Indie, il nuovo brano del cantautore campano Marco Iantosca, sta per conquistare l’estate 2019 con un featuring d’eccezione il rapper veneto Hot Ice.
Un brano ironico che racconta l’incontro tra un cantautore on the road e un rapper non del tutto mainstream che, anche diversi geograficamente, infatti, uno del nord l'altro del sud, si riscoprono affini sul loro concetto di musica. E tra citazioni e sfottò, i due nuovi amici descrivono lo scenario del panorama musicale indipendente di oggi, che offuscato da talent, sponsorizzazioni e Spotify sembra non avere vie d'uscita per nessuno.
Tanti sono i musicisti che hanno collaborato a questo progetto come Pasquale Tomasetta, Simone Vignola, Marco Ruggiero, Roberto Romano, Mario Barbati.
Il singolo fa da apripista al nuovo album di Marco IantoscaTra Social e Realtà” in uscita nel 2020 dove la collaborazione tra Marco e Hot Ice sarà sicuramente riproposta.
Un singolo estivo "La Compagnia delle Indie" con un featuring particolare il rapper veneto Hot Ice. Come vi siete conosciuti e chi ha convito chi a fare un pezzo insieme?
«Tutto è nato circa due anni fa al Trapani Pop Festival, dove sia io sia Hot Ice eravamo tra i dieci artisti emergenti selezionati in tutta Italia. Nonostante le evidenti diversità, durante i giorni (e le notti!) a Trapani avemmo l’opportunità di raccontarci a vicenda, riscoprendoci incredibilmente non così lontani. Sempre al Festival, grazie al Direttore Artistico Gianni Errera, ci fu l’opportunità di ospitare in “Controvento” (brano col quale partecipavo), proprio il rap di Hot Ice. La cosa lasciò piacevolmente sorpresi sia il pubblico sia gli addetti ai lavori. In seguito fu proprio Giacomo (Hot Ice) a propormi di scrivere insieme qualcosa che parlasse dell’incontro/scontro tra un cantautore e un rapper, per la serie “tratto da una storia vera”… la nostra!».
Il brano è uno sfottò al panorama musicale di oggi, che è offuscato dai talent, dalle sponsorizzazioni, da Spotify, come nasce questa idea?
«Come dicevo eravamo già orientati a scrivere qualcosa che parlasse del nostro incontro, partendo da quest’idea si è aperto un mondo, fatto di luoghi comuni da sfatare e tanta ironia. Nelle due strofe c’è una sorta di confronto tra il rapper e il cantautore, ma a unirli ci sono i ritornelli, dove cantano di essere parte della “stessa compagnia”, fatta di tanti altri artisti (emergenti?) che tra cloni, produttori “farlocchi”, talent e social non riescono a venir fuori. Per quanto il testo parla esplicitamente del mondo discografico, rappresenta anche una metafora sulla vita di tutti i giorni, dove ognuno di noi colleziona porte in faccia, figli di un sistema tristemente “immeritocratico”».


...non ti sei mai proposto, quindi, per un talent?
«Ovviamente no, ogni artista è giudice di se stesso prima ancora dei vari giudici e delle commissioni dei talent. Nel mio caso, la reputo una scelta inopportuna: “Così è deciso l’udienza è tolta!”. Non riuscirei a essere me stesso e così sarebbe controproducente esibirmi in certi contesti. Sono certo che verrebbe fuori il peggio di me e non voglio correre neanche lontanamente questo rischio. Non è un discorso generale, ma strettamente legato al mio modo di essere e di vivere la musica».
Il brano è molto provocatorio, dove sono citati anche degli artisti molto amati, non hai paura delle conseguenze?
«In realtà tra le citazioni ci sono molti omaggi ad artisti che amo, in primis Vecchioni e De André, il resto è pura ironia. Quando scrivo di “Maria e del vecchio professore”, oltre che scherzare sulla De Filippi e i suoi “Amici”, cito tra le righe l’arresto di Vecchioni, accusato di aver passato uno spinello a uno spettatore durante un suo concerto sul finire degli anni settanta. Credo che ormai lo ricordi soltanto lui… forse. Accennare poi, riff compreso, “Vivo o morto X” per “sparlare” dell’altro talent (indovinate quale?!?) mi ha davvero divertito».
Come si è arrivati, oggi, secondo te, a far prevalere il personaggio sulla qualità musicale?
«È cosa nota che siamo diventati tutti molto più superficiali, la qualità viene dopo l’immagine, così come l’apparire prima dell’essere. É lo stesso meccanismo dei talent: prima il personaggio e poi, eventualmente, la musica se c’è… Coez dice di no!».
 I talent sono molti e ogni anno ci sono nuovi concorrenti, per poi finire nel dimenticatoio, spesso puntano magari sul gossip piuttosto che sul talento, cosa ne pensi di tutto ciò?
«Molte volte fa tutto parte del Marketing ed io, pessimo pianificatore o stratega, non so giudicare se questa sia una scelta opportuna, ma visti i risultati concreti dopo il rumore mediatico, credo che tutti possano farsi un’idea in merito».

                       
Al brano hanno collaborato dei musicisti importanti, come nascono le collaborazioni?
«Tutto nasce attraverso la Musica, grazie alla quale, nel corso dell’ultimo decennio, ho avuto la possibilità di fare esperienze diverse e conoscere sia artisticamente sia umanamente i musicisti che hanno collaborato con me. Ci sono tante storie e legami preziosi che hanno reso migliore il disco cui stiamo lavorando e in parte anche la mia vita».
Il videoclip è stato girato al Lago del Salto vicino a Rieti, com’è stata questa esperienza? Che aria si respirava sul set?
 «Un’esperienza bellissima da tutti i punti di vista, con una location incredibile e tanti professionisti che hanno contribuito ulteriormente a rendere il risultato finale unico. Il regista, Marko Carbone, aveva già le idee chiare sul da farsi e molte sono state le sue intuizioni spettacolari. Le immagini col drone e la scelta del pullmino anni ’60, rappresentano un chiaro esempio della sua genialità. Molto ha inciso anche l’entusiasmo e la curiosità di tutti gli abitanti di Fiumata, il piccolo borgo che ci ha ospitati in maniera esemplare. Impossibile non emozionarsi e divertirsi con un cast e un set del genere».
Questo singolo anticipa l'album in uscita, ci saranno ancora collaborazioni tra voi e come sarà questo disco?
«Considerando che saranno ben dodici i brani di “Tra Social e realtà”, statisticamente credo che le possibilità di risentirci o rivederci (chissà?) siano buone, per il momento non aggiungo altro. In generale, il disco è un lavoro molto atipico per un artista indipendente, infatti, è stato registrato sia qui in Italia al Sound Design di Marco Ruggiero, dove ancora stiamo lavorando, sia in Venezuela al VP Studio di Victor Paredes, da grandissimi musicisti con i quali ho suonato sia in studio sia dal vivo, su tutti il chitarrista Rolando Núñez. L’esperienza venezuelana è stata importantissima perché mi ha permesso di scrivere brani come “Controvento”, in cui parlo della forza di “sorridere al dolore” che ha questo popolo straordinario e nello stesso tempo di miscelare il sound sudamericano al mio, generando qualcosa di letteralmente unico e impensabile per un piccolo cantautore indipendente. Le tematiche sviluppate sono molto più rivolte al sociale rispetto al passato, non disdegnando però argomenti (forse) più leggeri, come l’amore. Musicalmente, come da tradizione ci sono aperture a molteplici influenze che vanno dall’elettronica al funk e al reggae, gravitando sempre intorno al cantautorato pop».

                             
Solitamente avrei chiesto un consiglio per tutti i giovani che vogliono affermarsi nella musica, in questo caso aggiungerei un consiglio per chi vuole affermarsi nella musica senza passare per Talent, Social e YouTube...
«Impossibile non passare per almeno uno di questi tre elementi. Credo che, chi fa musica in maniera sincera, abbia delle cose da dire e l’esigenza di buttarle fuori, quindi, l’unico consiglio valido, che posso dare è di essere sempre se stessi. Fingersi ciò che non siamo porta alla fine di tutto, così come pensare di poter fare a meno dei social o eventualmente dei talent… se è proprio necessario!? Ovunque siate non perdete l’onestà intellettuale barattandola con dei like».