Sanremo, teatro, band, solitudine: il viaggio vocale di Silvia Mezzanotte
- di Nicola GarofanoFoto di Ciro Serrapica - Teatro Alfieri di Marano di Napoli
Cinquant’anni di storia della canzone italiana e due protagonisti della stessa vicenda che tornano sullo stesso palco: Silvia Mezzanotte e Carlo Marrale riportano in tour i Matia Bazar con Stasera che sera 50th. Lei, voce iconica del gruppo negli anni Duemila e vincitrice di Sanremo 2002 con Messaggio d’amore; lui, coautore dei maggiori successi della band. Un incontro fortuito nel 2019 a Firenze ha riaperto un capitolo che sembrava chiuso, trasformando una collaborazione artistica in un progetto stabile, oggi arricchito anche dalla lavorazione di nuovi inediti.
Silvia Mezzanotte affronta questo ritorno non come un revival ma come una lettura aggiornata di un repertorio complesso: «La voce cambia, racconta gli anni», spiega. E la nostalgia, per lei, non è un limite ma un dispositivo emotivo da maneggiare senza timore. In bilico tra pop d’autore, teatro e televisione, l’artista ha attraversato una carriera che l’ha vista frontwoman di una band storica, solista, performer, concorrente e interprete, con un approccio che si è fatto più autonomo e determinato: «Sono caduta e mi sono rialzata da sola», dice.
Lo show oggi intercetta un pubblico che cerca ancora la melodia e la parola senza filtri. E questo, Silvia Mezzanotte lo considera un dato culturale prima ancora che musicale: «Chi non si accontenta, viene a teatro». Il resto lo decide il palco, e l’abbraccio finale del pubblico.
Il tour celebra una storia lunga cinquant’anni. Come si canta una memoria collettiva senza rimanere in ostaggio della nostalgia?
«La nostalgia è il sentimento d'amore per qualcosa che ha lasciato un segno profondo nella nostra anima. Perciò esserne ostaggio in alcuni momenti non è un male, aiuta a riconnettersi con una parte di sé, a riprovare emozioni forti e sincere. Perché averne paura?».
La collaborazione con Carlo Marrale è iniziata nel 2021, uno spettacolo che poi è diventato tour, un racconto musicale della storia dei Matia Bazar. Che cosa ti ha convinto a fare questo viaggio con un co-autore storico come lui?
«L'imprinting che gli ho letto negli occhi la prima volta. Una specie di magia che ci ha avviluppati dal primo momento in cui abbiamo cantato insieme».
In tour con Marrale ripercorrete brani nati in decenni diversi. Quando li canti oggi, li senti cambiare sotto la tua voce rispetto a come li vivevi 20 anni fa? Che tipo di trasformazione emotiva succede?
«Nel tempo la voce assume nuove sfumature e nuovi colori. Sono le asperità e i cambiamenti cui la vita ti sottopone. L'interpretazione diventa perciò lo specchio dei tuoi anni, in grado di raccontare in modo più profondo le emozioni che ti attraversano».
La tua voce ha dato una seconda vita a pezzi come Messaggio d’amore e Brivido caldo, e oggi li riproponete in chiave acustica con Marrale. Quale canzone senti tua nel profondo, oltre a essere un classico? E perché?
«La mia voce ha dato proprio vita a quei brani. Sono scolpiti sulle mie corde. Piero Cassano e Giancarlo Golzi le hanno scritte su di me».
Hai raccolto l’eredità vocale di Antonella Ruggiero in una delle band più complesse della canzone italiana e hai portato a casa un Sanremo storico. Qual è stata la sfida tecnica ed emotiva più dura in quegli anni?
«Avere la forza di confrontarmi con un grande repertorio cercando di darne una mia interpretazione senza tradirne la scrittura originale. E poi saper essere front woman della band lasciando un segno».
Dopo anni da front-woman della band e una carriera solista con Il viaggio, Lunatica, Aspetta un attimo… cosa cambiava dentro di te quando tornavi al microfono dei Matia Bazar? Ti sentivi più libera o più sotto i fari delle aspettative?
«Molto più libera, molto più serena. Ogni esperienza alternativa è stato un arricchimento che poi portavo nel gruppo».
La musica leggera italiana vive un momento di grande trasformazione. Che ruolo resta alla “canzone d’autore pop”, quella che mette al centro melodia ed emozione senza effetti speciali?
«La possibilità di scegliere rimane l'unico modo per creare cultura e democrazia. Avviene anche in ambito musicale. Esiste un pubblico che ancora oggi non si accontenta. Forse non trova la musica che cerca nelle classifiche radio o nei fenomeni web, ma cerca altrove, viene a teatro, si emoziona, canta con passione insieme a noi».
Hai iniziato da sola, Sanremo, collaborazioni con De Gregori e Pausini, poi l’ingresso nei Matia Bazar… quando guardi alla tua carriera solista, qual è la cosa che senti di aver imparato solo da te, senza l’ombra di una band? Ci sono stati momenti in cui sei dovuta “reinventare” te stessa? Che lezioni ti ha dato il palco da sola rispetto ai grandi palchi con una band?
«Sono caduta e mi sono rialzata decine di volte. Ho imparato che se non sono io a gestire ciò che mi circonda con determinazione e autorevolezza nessuno lo farà per me a modo mio. È faticoso e stressante, ma è l'unico modo per mettersi al centro della propria esistenza».
Hai spesso alternato musica e teatro (Regine, Perché glielo ho permesso?): c’è un elemento teatrale che porti dentro ogni volta che sali su un palco, anche solo con una chitarra e una voce?
«Il teatro ti permette di esplorare le sfumature. Di dar voce agli stati emozionali più intimi».
Hai anche vinto Tale e Quale Show e fatto collaborazioni intense. Che cosa ti ha lasciato questa esperienza televisiva e cosa ti ha restituito artisticamente?
«C'è un arricchimento in ogni esperienza. Imitare non è mai stato un mio tratto distintivo, ma sotto il profilo tecnico mi ha costretta ad acrobazie vocali che mi hanno messa a dura prova. Tra le collaborazioni certamente quella con Massimo Ranieri mi ha lasciato la consapevolezza di una bellissima esperienza».
Infine, cosa ti aspetti da questo tour? C’è un momento, un brano o una scena che immagini nella mente e che ti sommerge di emozioni?
«La commozione del pubblico che alla fine del concerto ti vuole abbracciare per le emozioni provate».