Music & Theater

Quindici ragazzə con qualche esperienza: Moscato corre a staffetta tra i giovani allievi di Arturo Cirillo

Reduce dal debutto assoluto alla Biennale Teatro di Venezia, dove ha aperto la propria strada nella Sala d'Armi A dell'Arsenale lo scorso 12 giugno, "Quindici ragazzə con qualche esperienza" arriva al Ridotto del Mercadante portando con sé l'energia di una scommessa pedagogica trasformata in spettacolo vero e proprio. Andato in scena il 17 giugno alle 19.00, il lavoro firmato da Arturo Cirillo con gli allievi del secondo anno della Scuola del Teatro di Napoli – Teatro Nazionale torna questa sera, 18 giugno, alle 21.00, per la seconda e ultima recita napoletana all'interno della sezione Osservatorio del Campania Teatro Festival.
Non è un saggio accademico travestito da spettacolo, e non è nemmeno la commemorazione consolatoria che talvolta accompagna gli omaggi postumi. A due anni dalla scomparsa di Enzo Moscato, Cirillo scrive e dirige un'operazione di trasmissione: prende due testi della prima stagione dell'autore napoletano, entrambi concepiti nei primi anni Ottanta, quando Moscato aveva poco più di trent'anni e Napoli si specchiava ancora nelle macerie del terremoto dell'80, e li affida a un gruppo di giovani che quella stagione non l'hanno respirata, chiedendo loro di restituirla non per imitazione ma per attraversamento.
Il primo dei testi scelti, "Festa al celeste e nubile santuario" (1983), racconta due giornate nella vita di tre sorelle nubili di un basso dei Quartieri Spagnoli, accomunate da nomi che rimandano alla devozione mariana e da un culto privato, quasi delirante, per la Vergine. Elisabetta, la maggiore, custodisce con rigidità le regole della virtù e dell'ortodossia familiare; Annina si proclama visionaria, in contatto con lo Spirito Santo, e annuncia un evento prodigioso; Maria, muta e priva di ogni potere decisionale, diventa inspiegabilmente il corpo in cui quell'evento si realizza, fino a una gravidanza che sconvolge gli equilibri delle tre donne. Sullo sfondo aleggia la figura di un uomo, Toritore, mai del tutto visibile eppure decisivo. Il finale smonta pezzo per pezzo l'impalcatura del miracolo, rivelando inganni costruiti nel tempo: un meccanismo che mescola sacro e profano, comico e tragico, con quella lingua barocca e viscerale che è la cifra più riconoscibile di Moscato.
Il secondo testo, "Ragazze sole con qualche esperienza" (1985), si muove in un registro apparentemente opposto, ma non meno radicale. Due travestiti napoletani, Grand Hotel e Bolero Film, coinquilini in un appartamento del centro storico, attendono l'arrivo di due uomini conosciuti tramite un'inserzione su un giornale di annunci. I due ospiti, Gennarino Scialò e Gennaro Cicala, sono in realtà due piccoli criminali appena scarcerati, diventati informatori della polizia e quindi bersaglio di una vendetta della camorra: nella casa di Grand Hotel e Bolero Film cercano un rifugio che si rivelerà una trappola, complice un ordine criminale arrivato per via clandestina. Tra rituali divinatori con un bicchiere d'acqua, un digiuno forzato e un'overdose di erotismo punitivo, la vicenda precipita verso un epilogo violento, dopo il quale i due travestiti tornano, quasi senza scampo, alla loro routine quotidiana. È un testo in cui la lingua, napoletano viscerale, italiano da soap opera, schegge di francese, qualche incursione nel latino, diventa essa stessa personaggio, specchio di un'identità in bilico permanente tra i generi e i registri.
La scelta drammaturgica più interessante di Cirillo è proprio quella che dà il titolo allo spettacolo: niente doppi o tripli ruoli nel senso tradizionale, ma personaggi costruiti per coralità, affidati non a un singolo interprete ma a piccoli gruppi di allievi che si passano la parola e il corpo del ruolo come in una staffetta. Grand Hotel e Bolero Film, per esempio, non sono incarnati da due soli attori ma da due trii, che si alternano nella stessa identità senza mai spezzarne la continuità interna: una soluzione che obbliga ogni allievo a rinunciare alla proprietà esclusiva del personaggio per cercarne invece la precisione nella relazione con i compagni, nell'ascolto reciproco dell'intonazione e del fiato. È un dispositivo che funziona meglio di quanto si potrebbe temere: lungi dal frammentare la scena, la moltiplicazione dei corpi su un'unica figura restituisce proprio quella dimensione "fuori dall'io e dentro il noi" di cui parla Cirillo nelle sue note di regia, e che è anche, in fondo, la condizione naturale di un gruppo classe che sta ancora imparando a fare teatro insieme.
Il titolo stesso, del resto, gioca su questo slittamento: il riferimento a "Ragazze sole con qualche esperienza" si allarga a un gruppo in formazione, e quella schwa finale non è un vezzo grafico ma il segnale di un corpo scenico plurale e mobile. Curiosamente, gli allievi attori in scena sono tredici; se il titolo ne conta quindici è forse perché nel computo entrano anche i due allievi regista, Niccolò Di Molfetta e Isabella Rizzitello, che hanno affiancato Cirillo nella costruzione dello spettacolo: un'inclusione che, sia essa un calcolo preciso o solo una libera suggestione, racconta bene lo spirito collettivo dell'operazione.
Ed è proprio sul piano della prova attoriale che lo spettacolo convince di più. Moscato non perdona: la sua lingua richiede un controllo del fiato e dell'intonazione che mette a dura prova anche interpreti più esperti, e qui la affrontano allievi al secondo anno di formazione, chiamati a tenere insieme registri lontanissimi, il napoletano dei bassi, l'italiano scolastico delle sorelle devote, il linguaggio mediatico e da fotoromanzo di Scialò, le incursioni gergali di Cicala, senza scivolare nella macchietta. Giulia Alfano, Pietro Carfì, Carla D'Avino, Francesco De Fusco, Marco Filosa, Nicole Ester Focacci, Emma La Marca, Fiamma Leonetti, Sara Marzullo, Anna Pimpinelli, Gabriele Romagnoli, Gerardo Sirico e Lorenzo Vacalebre costruiscono un organismo scenico compatto, in cui le singole individualità si piegano volentieri al disegno corale senza annullarsi: si avverte, nei momenti corali, un lavoro di ascolto reale, mentre nei passaggi più scoperti, penso ai deliri linguistici di ascendenza quasi visionaria, eredità diretta della scrittura più sperimentale di Moscato, emergono con naturalezza energie e timbri personali, segno di un lavoro pedagogico che non ha voluto schiacciare le differenze ma usarle.
Le musiche originali di Francesco De Melis accompagnano la materia scenica senza mai illustrarla in modo didascalico tra cui affiora anche la canzone Toledo Suite cantata da Enzo Moscato, mentre il lavoro di Roberto Capasso come regista assistente e di Annalisa D'Amato sul piano della collaborazione artistica si avverte soprattutto nella cura dei passaggi di tono, nel modo in cui lo spettacolo alterna con naturalezza la comicità grottesca e gli affondi più dolorosi senza che il pubblico avverta lo stacco.


Restano, inevitabilmente, alcune asperità tipiche di un lavoro ancora in formazione: qualche transizione vocale meno controllata, qualche momento in cui la materia verbale di Moscato, che è densa, stratificata, costruita per essere quasi cantata, chiederebbe ancora più tempo di sedimentazione. Ma si tratta di asperità che, paradossalmente, si sposano bene con un autore che ha sempre rifiutato la levigatezza, preferendo il rischio della voce non del tutto addomesticata a quello, più sterile, della perfezione accademica.
"Quindici ragazzə con qualche esperienza" funziona, in definitiva, proprio perché non tratta Moscato come un monumento da spolverare ma come materia viva da rimettere in circolazione. Cirillo chiede al pubblico di ascoltare la lingua come corpo, e ai suoi allievi di abitare quella lingua senza il filtro della nostalgia: la scommessa, dopo il debutto veneziano e questo doppio appuntamento napoletano, appare vinta.