Music & Theater

Nel nome dell’odio: GiuRo e la generazione bannata dal tempo al Bellini di Napoli

In scena al Teatro Bellini di Napoli fino al 26 aprile, GiuRo Libera Gioventù Bannata dal Tempo, liberamente “shak-ispirati” al dramma del Bardo, scritto, diretto e interpretato da Mimmo Borrelli, trova luce sulla scena in una nube ferina che plasma, evoca e avvolge un’azione scalpitante.
Ciò che ha rapito l’attenzione, prima ancora che le luci in sala si siano spente o meglio, prima ancora che sia stata varcata la soglia del foyer, è senza dubbio la durata atipica dello spettacolo, che sfiora le quattro ore: il testo è infatti imponente, ma si costituisce come l’esoscheletro di qualcosa che va ben oltre la parabola sfortunata dei due sempiterni infelici amanti. 
L’opera originale viene anzitutto smembrata per rigenerarsi in un mondo post-apocalittico che odora di zolfo, cenere e sangue infetto. Attraverso Romeo e Giulietta Mimmo Borrelli esplora lo scontro generazionale che intercorre tra padri e figli in un inferno flegreo dove l’amore è un feto nato morto. L’azione è ambientata a Vacua, la Verona di un mondo estinto dove, da un sommovimento tellurico di carne e polvere, si muovono i residuati di una rivoluzione fallita, messa in atto da un algoritmo impazzito, allo scopo di epurare la società da coloro che l’avevano corrotta, gli over50.
Risulta lampante quanto il distopico nucleo tematico che alimenta il dramma sia frutto di un processo fortemente empirico: Borrelli osserva i giovani, i suoi attori, che per tre anni ha formato alla Bellini Teatro Factory, oggi divenuta Compagnia, e vi riconosce i suoi “figli artistici”. Ne intercetta paure e contraddizioni. Si tratta di una generazione a cui viene negato un diritto essenziale alla crescita: quello di sbagliare; perché senza errore non può esserci evoluzione, tanto quanto senza possibilità di scelta, non esiste responsabilità. Una società che non rischia e non accetta il fallimento è una società che si spegne.


La Compagnia Bellini Teatro Factory Greta Bertani, Sofia Celentani Ungaro, Filippo D’Amato, Daniela De Riso, Miriam Giacchetta, Cristoforo Iorio, Tarek Ismail, Valeria Martire, Gaia Napoletano, Matteo Ronconi, Giuseppina Ruggiero, Luigi Savinelli, Umberto Serra, Lucia Straccamore – è una vera tribù scenica: giovani attori che, in maniera instancabile, vestono compiutamente i panni di personaggi che, in un processo di decostruzione dello statuto eroico originario, approdando a una configurazione antieroica, attraversata da ambiguità e fragilità identitarie. La violenza è infatti concreta: attraversa insistentemente la lingua e si manifesta in una gioventù insoddisfatta, affamata di senso, che spesso trova nella sopraffazione l’unico linguaggio possibile. Risulta particolarmente illuminante il ribaltamento che subisce proprio la figura di Romeo: lontano dall’impulsivo amante assoluto che impera nell’immaginario popolare, ma una creatura fragile, che passivamente subisce la condizione di una nascita a quanto pare imperfetta, anch’essa infettata e corrotta dagli effluvi tossici del magma radioattivo di Vacua. Allo stesso modo, quelli che nel poema shakespeariano sono i suoi più fedeli sodali, ora mal tollerano le debolezze e il mal de vivre dell’erede Romei. 
GiuRo vuole essere un giuramento e insieme una condanna: un patto tra padri e figli che si è spezzato. Se i primi sono i mostri da cui bonificare il mondo, gli ultimi non sono sicuramente gli eroi, ma piuttosto un esperimento tentato e, inevitabilmente, degenerato. Borrelli costruisce un impianto drammaturgico feroce, soprattutto nel linguaggio: le migliaia di versi che compongono lo spettacolo vengono di volta in volta sputati, biascicati, urlati, grugniti in un sabba vorticoso di dialetti e lingue diverse, dal veneto al latino, dal siciliano all’inglese. 


E quando si piega a quel modello tossico, la tragedia esplode. È qui che la voce di ‘Onnaffonzo, il prete-soldato interpretato da un brillante Gennaro Di Colandrea, si fa lama e coscienza collettiva: “Questa guerra è così inutile. Sta generando un mondo violento e fascista”. E ancora, come un manifesto inciso nella cenere: “In anarchia con Dio e in rivoluzione con l’uomo”. Una frase che rifiuta ogni struttura imposta, divina o sociale, per provare a ricostruire un’etica nuova, più umana.
Ed è qui che lo spettacolo compie uno dei suoi gesti più potenti. Romeo non è Romeo. Non è maschio, non è femmina. È altro. Un’identità che sfugge, che rifiuta le etichette, che esiste e basta in un mondo che fatica a comprenderla. E allora arriva ancora ‘Onnaffonzo, a squarciare ogni schema: “Non divido l'umanità in generi. Per me c'è un solo genere, il genere umano che non conosciamo”. Non è una battuta: è una dichiarazione politica. Teatro che prende posizione senza paura, senza compromessi, restituendo complessità, dolore, sacralità.
Tra le macerie arrivano anche le parole dell’Abbadante, che sembrano uscire da una saggezza popolare antica ma colpiscono dritte nel presente: “Femmina senza amore, rosa senza odore”. “L’uomo senza vizi è tale quanto la minestra sciapita insaporosa di sale”. Frasi semplici che diventano filosofia da campo di battaglia: senza amore e senza imperfezione, si perde l’essenza stessa dell’umano.
Il paesaggio è quello dei Campi Flegrei trasformati in incubo: il risveglio del Gigante, il terremoto, lo tsunami. Dalle ceneri nasce Vacua, una città senza legge né morale. Qui la sopravvivenza genera mostri: clan, guerre civili, cannibalismo. E soprattutto “L’Algoritmo”, che trasforma i giovani in soldati, in figli costretti a uccidere i padri. È la distopia più brutale: non solo la fine del mondo, ma la fine del legame umano.
Le scene, articolate e stratificate, tra cui l’abisso al centro del palcoscenico e le versatili torrette mobili steam-punk, sono state realizzate dagli allievi dell’Accademia Belle Arti di Napoli della Cattedra di Scenografia Luigi Ferrigno. 
Le rimarcabili musiche, realizzate in scena dal polistrumentista Antonio Della Ragione, costituiscono una presenza costante e strutturante dell’azione scenica. Esse si integrano pienamente nel dispositivo drammaturgico, di cui non costituiscono un semplice accompagnamento: seguono, sostengono e caratterizzano lo sviluppo delle dinamiche. Attraverso una ricca varietà di timbri ed effetti sonori, la componente sonora concorre in modo determinante al processo significante della scena, con atmosfere arcaiche ed estatiche. 
GiuRo è senza dubbio uno spettacolo che divide: può stancare, può travolgere, può respingere, ma si imprime decisamente e con forza nello spazio che attraversa. Borrelli firma un’opera che è insieme accusa e confessione, preghiera laica e testamento artistico. Un lavoro archetipico che parla di figli, di padri, di amore e di distruzione.