Music & Theater

Nayt porta l’autenticità sul palco dell'Ariston con “Prima che”

C’è una generazione che ha imparato a parlare per slogan, a sentirsi per emoji, a misurarsi in like. Poi c’è Nayt, che entra a Sanremo per la prima volta e fa esattamente il contrario: toglie, spoglia, scava. Prima che è una canzone che non aggiunge nulla, semmai sottrae. Convenzioni, ruoli, identità preconfezionate. Tutto via. Restano due persone che provano a guardarsi davvero.
Tra le penne più autentiche della sua generazione, Nayt (nome d’arte di William Mezzanotte) porta sul palco dell’Ariston un rap crudo e incalzante, sostenuto dalla produzione essenziale ma progressivamente orchestrale di Zef. È una scelta quasi controcorrente nel contesto sanremese: niente concessioni pop, niente ritornelli accomodanti. Solo parole, ritmo e una tensione emotiva che cresce fino a farsi confessione collettiva.
Il brano, contenuto nel nuovo album io Individuo (in uscita il 20 marzo), nasce da una domanda radicale: cosa resta di noi quando cadono tutte le strutture sociali? “Finché sai cosa prendi non lo sai cosa perdi”, ripete Nayt come un mantra amaro. Il senso è chiaro: viviamo anestetizzati dall’abitudine, dal ruolo, dal consumo di relazioni preconfezionate. Ma nel momento in cui perdiamo qualcosa, o qualcuno, comprendiamo ciò che davvero contava.


Prima che è costruita tutta su questo paradosso temporale: prima dell’esperienza, prima della caduta, prima della disillusione. Un ritorno all’origine che però non ha nulla di nostalgico. È piuttosto una tensione verso l’autenticità. Nei versi che evocano social, post e identità performative (“Prima che tu faccia un post / Prima che controlli i like”) Nayt fotografa con lucidità la fragilità relazionale dell’oggi: esistiamo attraverso lo sguardo altrui, ma non sappiamo più guardarci.
La forza del pezzo sta proprio qui: nel legare l’inquietudine individuale a una dimensione universale. Il ritornello, “La realtà non si vede finché io non ti vedo / finché tu non ci vedi me”, suggerisce che l’identità non è un monolite interiore, ma qualcosa che prende forma nella relazione. Io esisto davvero solo se tu mi riconosci. È una dichiarazione quasi filosofica, ma scritta con la lingua semplice e diretta del rap.
Non a caso l’intero progetto io Individuo ruota attorno alla costruzione dell’identità: già il singolo “Un uomo” poneva la domanda “com’è che si fa ad essere un uomo?”, spostando l’attenzione dal genere al senso di sé. Nayt prosegue così il suo percorso artistico: unire radici urban e sensibilità cantautorale, restando coerente ma superando i confini dei generi.
A Sanremo lo vedremo anche nella serata cover insieme a Joan Thiele sulle note di La canzone dell’amore perduto di Fabrizio De André: un accostamento tutt’altro che casuale. Anche lì, al centro, c’è l’amore che sfugge quando lo si crede eterno.
Prima che allora diventa qualcosa di più di un debutto sanremese: è una dichiarazione poetica di sottrazione in un tempo saturo. Nayt ci ricorda che sotto gli strati di immagine, paura e difesa, esiste ancora un luogo fragile dove incontrarsi. Prima che sia tardi. Prima che smettiamo di vederci. Prima che diventiamo solo profili senza volto.
E in quell’istante sospeso, quasi sussurrato, “come vorrei che tu vedessi me”, c’è tutta la verità disarmante della canzone: il desiderio più antico e più umano di tutti. Essere visti. Davvero.