Music & Theater

Lungo viaggio verso la notte al Bellini, la sapienza di Lavia incontra il buio di O’Neill 

In scena al Teatro Bellini fino al 22 marzo, Lungo viaggio verso la notte di Eugene O’Neill, nella traduzione del dramaturg Bruno Fonzi e con l’adattamento di Chiara De Marchi, è un autentico esercizio di profondità psicologica e di magistrale interpretazione attoriale. Gabriele Lavia firma uno spettacolo di intensa verità, un “viaggio all’indietro” nella memoria e nelle ombre della famiglia Tyrone, specchio impietoso della vulnerabilità umana. 
Lungo viaggio verso la notte rappresenta l’apice della produzione teatrale di Eugene O’Neill, oltre che il suo testo più intimo e personale. Composto tra il 1941 e il 1942, il dramma debuttò sulle scene soltanto nel 1956, a Stoccolma, ottenendo l’anno successivo il Premio Pulitzer, assegnato postumo all’autore. L’opera conobbe anche una trasposizione cinematografica nel 1962, diretta da Sidney Lumet, con interpreti d’eccezione come Katharine Hepburn e Ralph Richardson.
La regia di Gabriele Lavia si distingue per la capacità di creare un equilibrio sottile tra rigore e abbandono emotivo. La scena unica, concepita da Alessandro Camera, è un salotto borghese del Connecticut che è, inequivocabilmente, una prigione: librerie altissime cariche di volumi, tappeti sparpagliati, una mobilia improvvisata, un pianoforte scordato. E soprattutto, delle cancellate che ne delimitano un interno claustrofobico, metafora della prigione mentale in cui i personaggi sono rinchiusi e intrappolati. Non fuggono perché non possono, ma soprattutto perché non vogliono. La casa li tiene, li nutre nel loro stesso veleno. Le luci di Giuseppe Filipponio, radenti, soffuse, con rare lampade a rompere un buio quasi metafisico, trasformano il salotto in un limbo senza orari, dove il tempo scorre solo perché il whisky si svuota e la morfina chiama. Il disegno sonoro di Riccardo Benassi, con quel rintocco ossessivo della sirena antinebbia, è il metromo della condanna: un promemoria implacabile che fuori c'è un mondo, e che loro hanno scelto di non appartenergli più. I costumi Andrea Viotti contribuiscono in maniera sottile ma decisiva alla costruzione del senso. Se per gran parte dei personaggi si scelgono abiti originali d’epoca, segni concreti, quasi reliquie di un tempo che insiste e non passa, per Mary, invece, si compie uno scarto significativo. I suoi abiti, realizzati ex novo da Viotti, non sono semplicemente ricostruzioni filologiche, ma evocazioni. I suoi costumi diventano così proiezione di una memoria idealizzata, di una femminilità perduta, di una purezza che si ostina a sopravvivere nella deformazione del ricordo.


Ma è sul piano della recitazione che lo spettacolo trova la sua vera ragione d’essere. Un lavoro di attori, prima di tutto, un privilegio raro assistere a una recitazione così umana e necessaria.
Gabriele Lavia offre un James Tyrone di fragile umanità, un ex attore imprigionato nel rimpianto e nell’avarizia, che alterna autorità e smarrimento con un naturalismo struggente. Il suo Tyrone è un uomo che ha già bruciato tutto, il talento, le ambizioni, la famiglia, e che gestisce le rovine con la stanca dignità di chi sa di essere colpevole e non riesce, o non vuole, ammetterlo fino in fondo. Le citazioni dal repertorio classico, che il personaggio declamava un tempo da palcoscenici più gloriosi, affiorano nella sua voce con una sfumatura quasi demente, come bagliori di gloria lontanissima che riemergono in riflessi confusi: più malinconico fantasma di sé stesso che grande attore di teatro. È una scelta che rivela la complessità del personaggio meglio di qualsiasi enfasi avrebbe potuto fare. Tyrone non è un villain: è un uomo che ha avuto paura, che ha sbagliato per avarizia e vanità, e che porta il peso di aver trascinato nella propria caduta chi amava. Lavia restituisce tutto questo con un naturalismo avvincente, con una presenza scenica che non ha bisogno di alzare la voce per dominare lo spazio. Quando condivide il palco con i figli, e in particolare nel duetto notturno con Edmund, whisky e confessioni, la notte che avanza inesorabile, o quando guarda la moglie con quegli occhi in cui convivono amore irrisolto e rifiuto di ammettere la propria parte di responsabilità, è semplicemente magistrale. Una lezione di recitazione silenziosa e devastante, di quelle che si vedono di rado.
Accanto a lui, Federica Di Martino è una Mary Tyrone di dolorosa bellezza, che attraversa la scena oscillando tra lucidità e delirio. Mary è forse il personaggio più ingrato dell'intera drammaturgia americana del Novecento: una donna che mente a sé stessa con tale ostinazione da trasformare l'autoinganno in una forma distorta di sopravvivenza, che incolpa tutti, il marito, i figli, i medici, il destino, tranne sé stessa per una dipendenza che la sta consumando davanti ai nostri occhi. Di Martino costruisce questo personaggio strato dopo strato, con una calibrazione emotiva notevole: il suo viso, progressivamente scolorito dal dolore nel corso della serata, racconta in silenzio la deriva lenta e irreversibile, e la scena finale in cui Mary reinterpreta, avvolta nel candore di un abito da sposa e in un'allucinazione indotta dallo stupefacente, la cerimonia nuziale che forse fu il suo unico momento di felicità. Il pronunciare "Fui molto felice…" sembra provenire da un'altra vita, ed è un momento di autentica grazia teatrale, quasi mistica, che Di Martino raggiunge senza forzature, lasciandosi trasportare dal personaggio. Federica Di Martino trasforma l’“a parte” in un vero flusso interiore: Mary non dialoga più, ma si rifugia nei propri ricordi, tra innocenza e smarrimento. La parola diventa fragile, spezzata, attraversata da vuoti e improvvise illuminazioni.
“Dare l'a parte” qui non è una rottura, ma un atto di verità: il personaggio sembra dissolversi mentre emerge il pensiero nudo. E così il teatro smette di essere confronto tra personaggi e diventa ascolto di una coscienza che lentamente si perde.


Ian Gualdani, nel ruolo di Edmund, presta al figlio malato e idealista una sensibilità febbrile e sincera: la sua recitazione ha una mobilità nervosa che cattura la tormentata vitalità del personaggio, riuscendo a dare voce all’alter ego dell’autore, O'Neill, il testimone attraverso cui l'autore ha scelto di guardare la propria infanzia senza affetto: e Gualdani non tradisce questo privilegio difficile, donando al personaggio una sensibilità che sa farsi specchio senza diventare superficie. Jacopo Venturiero, nei panni del fratello maggiore Jamie, sceglie la rassegnazione come cifra, una rassegnazione sorniona, attraversata da un cinismo che è la maschera imperfetta di un dolore molto più antico. È un uomo che ha già capitolato, che non combatte più neanche la propria rovina, e che tuttavia, nel rapporto con il fratello minore, lascia trapelare squarci di un affetto reale e di una lucidità spietata su sé stesso e sugli altri. Beatrice Ceccherini interpreta la cameriera Cathleen con una leggerezza che non è ingenuità ma funzione drammaturgica precisa, e lo spettacolo ne ha un bisogno assoluto. Come ha osservato Federica Di Martino, Cathleen rappresenta la vita, tutto ciò che esiste al di fuori di quella casa e di quella famiglia ingabbiata nelle proprie ossessioni. Ogni sua apparizione è un elemento di rottura, uno squarcio d'aria in un ambiente in cui l'ossigeno si è fatto da tempo irrespirabile. Ceccherini abita questo ruolo con discrezione e precisione: non invade, non rivendica spazio che non le appartiene, ma la sua presenza, solare, estranea al veleno che circola tra i Tyrone, ha il valore di un contrappunto necessario. È il mondo là fuori che bussa, che per un momento si affaccia, prima che le inferriate tornino a chiudersi e la famiglia riprenda il suo inesorabile viaggio verso la notte.


Gabriele Lavia guida il suo ensemble con mano ferma ma non autoritaria, lasciando lavorare il silenzio e l’immobilità tanto quanto la parola. La recitazione non cerca mai l’urlo, ma scava nei sottotoni, nei sospiri, nei gesti apparentemente insignificanti che diventano detonatori di senso. È teatro che respira, che si lascia abitare dai suoi interpreti. 
L’adattamento di Chiara De Marchi, che concentra la durata in due parti, contrappunta l’originale con misura, preservando la densità emotiva e l’equilibrio dei contrasti. La drammaturgia dialoga costantemente con la memoria del testo di O’Neill, ma anche con la fragilità contemporanea dell’uomo, sempre condannato a fare i conti con i propri fallimenti affettivi. In questo Lungo viaggio verso la notte, la grandezza del testo incontra la sapienza di un maestro del palcoscenico e la coesione di un cast che agisce come un corpo unico.