Il processo che non ci fu, Ezra Pound torna in scena al Mercadante
- di Nicola GarofanoUn processo che non ha mai avuto luogo. Un uomo che chiede giustizia dalla scena. È questo il cuore pulsante di Ezra in gabbia o il caso di Ezra Pound, lo spettacolo scritto e diretto da Leonardo Petrillo che va in scena al Teatro Mercadante di Napoli fino al 26 aprile, con la straordinaria presenza di Mariano Rigillo nel ruolo del controverso poeta americano, affiancato dalla voce evocativa di Anna Teresa Rossini.
Lo spettacolo si apre con una dichiarazione che suona come un atto d'accusa rovesciato: "Ezra Weston Loomis Pound contro gli Stati Uniti d'America". Petrillo compie una scelta dramaturgica precisa e coraggiosa: fare del palcoscenico l'aula che la storia non ha mai concesso. Ezra Pound, arrestato nel 1945, rinchiuso per venticinque giorni in una gabbia metallica all'aria aperta nel campo di Metato, vicino Pisa, poi internato per quasi tredici anni nel manicomio criminale di Saint Elizabeths a Washington, non ebbe mai un processo formale. Venne dichiarato "spiritualmente confuso", pazzo. La scena gli restituisce quella parola che gli fu sistematicamente sottratta.
Il testo di Petrillo, liberamente tratto dagli scritti e dalle dichiarazioni di Pound, costruisce un monologo fiume in cui il poeta ripercorre le stazioni della propria via crucis: le trasmissioni radiofoniche da Roma, l'arresto partigiano, la gabbia sotto il sole cocente di Pisa, il viaggio in aereo militare verso Washington, i medici che lo interrogavano con trabocchetti, l'internamento in una corsia senza finestre, tra i pazzi criminali che sbattevano la testa contro i muri. Una discesa all'inferno che, non casualmente, echeggia il primo Canto, la catabasi odissiaca nell'Ade: "Noi venimmo al limite delle acque profonde, / alla terra dei Cimmeri, e città popolose, / sovra tessuta nebbia fitta".
Mariano Rigillo interpreta Pound con quella rara capacità di fare della parola non una declamazione ma un organismo vivo, pulsante, a tratti spezzato. La sua gestualità, segnalata dallo stesso regista come cifra ideale, non illustra il testo ma lo incarna: il peso delle mani, le pause in cui il silenzio si fa più eloquente del discorso, la voce che oscilla tra l'oratoria e il bisbiglio, tra la provocazione e la confessione. Non è un monologo apologetico, e questo è il merito maggiore dell'interpretazione: Rigillo lascia che le contraddizioni di Pound respirino senza risolverle. L'ossessione per l'usura, la difesa delle trasmissioni radiofoniche fasciste, l'ammirazione per Mussolini: "sapevo che la guerra era persa, ma Salò mi sembrava che potesse realizzare un'idea platonica", vengono dette senza sconti, eppure senza condanna preventiva. Il pubblico è chiamato a giudicare.
"Se un uomo non è disposto ad affrontare qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono niente, o non vale niente lui", questa frase, densa come una pietra, è il manifesto di una vita intera. Rigillo la pronuncia con la sobrietà di chi sa che certe verità non hanno bisogno di sottolineature.
Se Rigillo è il corpo storico e polemico di Pound, Anna Teresa Rossini ne è l'anima poetica. Il suo compito è arduo e prezioso: evocare i Cantos, il poema epico di centosedici canti che Pound lavorò per sessant'anni e che definì "la Divina Commedia del nostro tempo". "Poi scendemmo alla nave / e la chiglia tagliò il mare divo", la traduzione rinascimentale del decimo libro dell'Odissea con cui si apre il primo Canto risuona come un’elegia e insieme come un programma: scendere tra i morti per ottenere una profezia, portare sangue ai fantasmi perché acquistino "una parvenza di vita." Rossini, secondo le note di regia, "rende bello il difficile": non è un elogio generico ma la descrizione di un compito quasi impossibile, quello di avvicinare al pubblico una poesia che Pound stesso invitava a leggere "con l'enciclopedia accanto", avvertendo: "Non vi fate prendere dall'aspettazione di voler capire tutto subito. Vanno letti, riletti e letti ancora".
Le note di regia dichiarano un'estetica della sottrazione: "La scena è spoglia, a eludere sé stessa. La musica è distorsione del reale. I video montano e smontano il concetto stesso di materico, come un bimbo che gioca a creare". Petrillo sceglie di non illustrare, di non decorare. Ciò che rimane è "solo la parola, ghianda di luce", immagine che riprende una delle metafore più suggestive del copione, laddove Pound invita a "rompere il guscio e a entrare nella ghianda di luce" dei Cantos.
Il silenzio finale, "finale e definitivo", è descritto come il momento in cui si apre "la memoria finalmente alla danza della vita" e si restituisce al poeta "dignità e libertà." Una redenzione scenica, non politica. Il teatro non assolve né condanna: offre il luogo.
Ezra in gabbia non è uno spettacolo su Pound: è uno spettacolo con Pound come specchio. Le ossessioni del poeta, l'usura come "malattia del nostro mondo", la finanza che genera denaro dal nulla, i governi "camerieri dei banchieri", i giovani che non trovano lavoro né casa, risuonano con una pertinenza che disturba. "Il tempo mi sta dando ragione", dice il personaggio. Il disagio del pubblico, di fronte a un uomo capace al tempo stesso di intuizioni profetiche e di adesioni moralmente insostenibili, è esattamente il disagio che uno spettacolo onesto dovrebbe produrre.
Il teatro, dice Pound a un certo punto rivolgendosi direttamente agli spettatori, "è il luogo della libertà. Voi siete qui questa sera perché lo avete scelto. E alla fine, giudicherete anche voi liberamente: Ezra Pound, colpevole o innocente?"