«Il nudo in scena è un altro costume»: Federica Carruba Toscano, torna al Bellini con Immacolata Concezione
- di Nicola GarofanoDa domani al Teatro Bellini di Napoli, fino al 18 ottobre, torna Immacolata Concezione di Vuccirìa Teatro, a dieci anni dal debutto. Lo spettacolo, con drammaturgia e regia di Joele Anastasi, è prodotto da Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini ed è il primo capitolo della retrospettiva Tre riti sull’amore, che proseguirà a gennaio al Piccolo Bellini con Io, mai niente con nessuno avevo fatto e Battuage.
Siamo nella Sicilia del 1940: Concetta, barattata dal padre con una capra gravida, finisce nel bordello di Donna Anna e diventa, senza volerlo, il simbolo che incrina l’ordine di un’intera comunità. Accanto ad Anastasi e a Enrico Sortino ci sono due nuovi ingressi, Eduardo Scarpetta e Fabrizio Milano. A raccontarci com’è cambiato lo spettacolo è Federica Carruba Toscano, interprete di Concetta e ideatrice del progetto: «Concetta è un personaggio atipico, costruita sulle azioni e sulle reazioni verso gli altri: è come se non avesse desideri suoi, ma la capacità di trasformare i desideri altrui». Nell’intervista parla del rapporto con il corpo in scena («il nudo è un altro costume»), del cambio di cast e del tema del patriarcato, che lo spettacolo affronta anche con ironia.
Dieci anni dopo, che cosa non riconosci più di te stessa nella Concetta che avevi immaginato allora? E che cosa, invece, ti accorgi di non essere mai riuscita ad abbandonare?
«Sicuramente continuo a rintracciare, forse con un pizzico di nostalgia, qualcosa che apparteneva a quando ero più piccola, quando ero molto piccola: la capacità di stare in ascolto delle cose in maniera pura e pulita. Questa è senz'altro la matrice di Concetta. È un personaggio atipico perché, contrariamente ai classici personaggi teatrali per antonomasia, scritti a partire dai propri desideri e obiettivi e quindi in contrasto con quelli degli altri, dinamica da cui nasce il teatro stesso, Concetta viene costruita sulle azioni e sulle reazioni verso gli altri. È come se non avesse dei desideri specifici suoi, ma piuttosto una capacità di trasformare i desideri altrui.
Questo aspetto lo rintraccio molto in me stessa di tanto tempo fa. A volte sento che, come esseri umani, rischiamo di perdere questa capacità di ascolto. Quindi, se mi chiedi cosa mi manca oggi, forse è proprio questo, ed è il motivo per cui trovo ancora così stimolante andare in scena con questo spettacolo».
Hai detto in passato che "Immacolata Concezione" nasce anche da materiale autobiografico. Dieci anni dopo, ti senti ancora di definirlo tale, oppure pensi che alcune esperienze, una volta trasformate in teatro, smettano di appartenerci per diventare patrimonio comune? E rispetto a questo, c'è una scena o un aspetto di Concetta che senti di aver trasformato o diversificato completamente in tutti questi anni?
«Credo fermamente che, per non essere ombelicali e ripiegati su sé stessi, soprattutto quando uno spettacolo parte da una matrice autobiografica, sia necessario fare il possibile per permearlo delle esperienze altrui, così che possa diventare davvero di tutti e di tutte. È proprio quello che è successo ed è il motivo per cui, oltre al fatto che non sono una drammaturga, ho preferito affidare la scrittura a Joele. Oltre a considerarlo un assoluto genio della scrittura, sapevo che avrebbe reso la storia decisamente più universale, staccandola dai nostri appunti personali o dal vissuto individuale. Ed è andata esattamente così. Oggi che sono più grande e col passare del tempo, trovo stupendo il fatto che a volte quasi non ricordi i legami con la mia vita privata: me ne dimentico e mi sembra semplicemente una favola. Se c'è qualcosa che ho lasciato trasfigurare completamente da Joele? Sì, tante cose. Una fra tutte è sicuramente il rapporto con la maternità. Io non ho figli, non ho avuto gravidanza né aborti, quindi non ho mai avuto un rapporto reale con la maternità dal punto di vista biologico, pur avendolo avuto, e molto, sotto altri aspetti. Di conseguenza, pur essendo nato da entrambi il desiderio di parlarne, lo sviluppo del personaggio e la sua relazione con la maternità appartengono totalmente alla finzione».
Dici che in teatro “qualunque azione portata fino in fondo è bella”. Nei momenti più crudi dello spettacolo, qual è l'azione che per te risulta più difficile da portare fino in fondo?
«L'azione più difficile da portare fino in fondo è il ricongiungimento con Turi dopo lo stupro. Quello è un momento veramente difficile e delicatissimo, che richiede grande cura anche in fase di prova, soprattutto adesso che c'è stato un cambio e l'attore è diverso. Penso che per qualunque donna sia un momento da affrontare con estrema delicatezza, anche se chiaramente in quel caso parliamo di teatro. Riavvicinarsi a qualcuno dopo un evento del genere, realizzando insieme a lui che in quel momento è stato abusato tanto quanto lei, è un'azione complessissima. E per risultare organica, specialmente per i tempi che corrono, deve essere portata fino in fondo, nei tempi giusti e con il tempo che serve: non la si può assolutamente accennare».
Hai parlato anche di una sacralità “completamente dimenticata”. Se ti chiedessi dove la vedi sopravvivere oggi, al di fuori del teatro…
«La vedo nella natura. Sono cresciuta in campagna in mezzo agli animali, e questo fa parte anche di Concetta, e oggi che vivo in città e facendo viaggi in luoghi incontaminati, ci ho pensato più volte nell'ultimo periodo: l'ultimo baluardo di contatto con il sacro è proprio la natura. In questo senso non possiamo farci nulla: possiamo anche distruggerla, ma resterà sempre il primo contatto che l'essere umano ha avuto con ciò che possiamo chiamare "l'altro", con quello che c'è oltre noi. La natura in tutte le sue forme: animali, astri, fauna, flora, piante ed eventi meteorologici, mi sembra oggi l'unica reale possibilità di sacralizzare ancora».
A proposito di sostituzioni, tra i nuovi ingressi c'è Eduardo Scarpetta, che so che vide lo spettacolo e ha voluto fortemente farne parte. Come vi siete rapportati, come sta andando il lavoro durante le prove?
«L'immagine delle prove in un certo senso è un po' "falsata", perché Eduardo è uno dei miei più cari amici, quindi per noi significa giocare in casa. Essendo molto legati, andiamo sempre a vedere tutto ciò che fa l'altro: lui era venuto a vedere lo spettacolo e ha ritrovato molto di sé nella poetica di Joele. Uno dei miei sogni era proprio che si incontrassero artisticamente, perché li vedevo molto affini, anche insieme ad Enrico, l'altro collega fondatore di Vucciria. È stato un incontro fortunatissimo, fortemente voluto da Eduardo, da me e da tutti, e sta andando benissimo proprio come immaginavo. Facendo questo mestiere da un po', penso di avere naso per le collaborazioni e avevo intuito che si sarebbero trovati bene; non è mai semplice integrarsi nella poetica di una compagnia così salda da tanti anni. Eduardo però è una persona fuori dall'ordinario: oltre a essere un attore di straordinaria bravura, ha la capacità di mettere tutto da parte quando lavora, di lasciarsi andare e di fidarsi del regista e dei colleghi. Credo sia un compagno di lavoro eccellente, come raramente ne ho trovati, e penso che tutta la compagnia condivida questo pensiero. Inoltre, c'è l'altra sostituzione: Fabrizio Milano, un attore originario di Agrigento, anche lui straordinario. È entrato nella poetica della compagnia con un tocco delicato, ma profondo ed estremamente preciso. Questa volta siamo stati davvero fortunati, perché ti garantisco che non è facile: Joele ha una grammatica registica molto specifica. Invece, quando le cose devono andare bene, vanno bene».
Cosa cambia in uno spettacolo quando cambiano i corpi in scena? Si ritrova lo stesso rito oppure è più difficile? E il fatto che Eduardo sia un tuo amico ha reso le cose più facili?
«In realtà è cambiato molto, ma in senso del tutto positivo: è semplicemente diverso. Non si tratta di "meglio" o "peggio", perché gli attori di prima erano straordinari tanto quanto loro ed erano le persone con cui lo spettacolo era nato. C'è sempre un timore iniziale di fronte al cambio, perché i personaggi sembrano cuciti addosso agli attori originari. Poi però ci si rende conto che, e questo varrebbe anche per me se un giorno non potessi più farlo, la bellezza sta proprio nello stare in ascolto di ciò che accade: quando cambia un attore o un'attrice, tutto lo spettacolo deve riassettarsi. Non sono mai stata favorevole alle sostituzioni fatte per pura imitazione di movimenti e battute, e Joele men che meno: è un regista molto preciso e ha voluto impostare un lavoro ex novo con i due nuovi attori. Quando cambiano i corpi, specialmente in uno spettacolo fisico come Immacolata Concezione, c'è ovviamente bisogno di un tempo di rispetto e di conoscenza reciproca, anche se nella vita si è intimi. Il teatro modifica il modo di stare in scena. Lavorando in molti contesti mi rendo conto che non tutte le compagnie offrono questa "zona franca", questo spazio protetto in cui potersi dedicare davvero al processo; e poi dipende molto dalla disponibilità del collega. In questo caso credo siano cambiate proprio le energie all'interno dello spettacolo e, a livello relazionale, ci siamo dati il tempo giusto per sentirci a vicenda e capire come far incontrare davvero i personaggi».
Nel vostro teatro il corpo sembra arrivare prima delle parole. Nel caso di Concetta, è contemporaneamente lavoro, merce, desiderio, identità e luogo di relazione. Ti sei mai chiesta dove finisca il corpo del personaggio e dove inizi quello dell'attrice? C’è un filo sottile?
«Me lo sono chiesta molte volte, anche perché ho iniziato a recitare da giovanissima e mi è capitato fin da subito di fare dei nudi di scena: ne ho fatti parecchi. La fase iniziale è stata difficilissima perché all'epoca ero una ragazza estremamente chiusa e timida. È stato un lavoro quasi filosofico, un percorso interno per comprendere che il nudo in scena è, a tutti gli effetti, un altro costume. Non è un nudo reale: è un abito. Comprendere questo ti protegge e ti aiuta, perché nel caso di Concetta il corpo non può e non deve avere resistenze, un aspetto fondamentale per un'attrice. È stato un processo difficile e stimolante al tempo stesso: bisognava trovare un modo pratico e teatrale, fatto di azioni e non di soli pensieri, che permettesse al corpo di abbattere le difese che avrebbe nella vita quotidiana. E lo puoi fare solo se immagini che quello sia un costume: il corpo è il tuo, ma il modo in cui sta in scena appartiene a un altro abito. La tua domanda tocca il tema centrale del teatro: il personaggio non esiste di per sé, esiste solo nell'incontro tra il testo e il corpo dell'attore. È quel punto di fusione a rendere la linea così sottile. Come donna ho bisogno di pensare che quello in scena sia un meraviglioso costume».
All'interno dello spettacolo c'è una canzone, con un passaggio molto intenso. C'è una frase in particolare che ami e che vuoi far arrivare con forza al pubblico?
«Sì, è la Ninna Nanna di cui ho scritto il testo, poi musicato da Davide Paciolla, un cantante e musicista straordinario. Contiene un'immagine che ho sempre trovato meravigliosa e che recita: “da questo silenzio il giorno nascerà, quando il primo uccello senza paura canterà”. È la figura del primo uccello che trova il coraggio di cantare all'alba, al termine di una notte silenziosa.
Nella canzone è sintetica, ma racchiude un significato profondo che per me sintetizza l'intero senso dello spettacolo: il fatto che alcune grandi rivoluzioni nel mondo nascano proprio dal piccolo, piccolissimo coraggio di un essere di cui, a volte, non sappiamo nemmeno che sia esistito».
È una domanda che forse ti avranno fatto spesso, ma qual è stato il germe originario di "Immacolata Concezione"? Da quale tua idea, intuizione o percezione è nato il desiderio viscerale di far scrivere quest'opera?
«Immacolata è nata da un pensiero piccolo che poi è diventato una vera e propria ossessione, e non sto esagerando: mi svegliavo la notte con questi sogni. Tutto è iniziato da un'immagine molto chiara: la sensazione di essere "aritmica", non in sincronia con il mondo, vissuta quando ero molto più giovane, tra la fine dell'infanzia e l'adolescenza. Riguardava il mio rapporto con quello che, in quanto eterosessuale, vedevo come un potenziale partner sessuale. Con gli altri cercavo sempre un rapporto di profonda intimità, ma mai di pura sessualità. Questo ha spinto molte persone nel tempo, amici, compagni di scuola, e più tardi colleghi d'accademia, a chiedermi se fossi "normale". All'inizio non ci facevo caso, pensavo semplicemente di essere fatta così. Poi ho iniziato a pormi il problema, chiedendomi se dovessi sentire cose diverse o sviluppare un tipo di malizia differente. La sensazione di essere "aritmica" rispetto al resto del mondo in realtà ci accomuna tutti: nessuno è così speciale, ognuno di noi la vive per aspetti specifici. Col tempo ho capito che in me non c'era nulla di sbagliato o strano: ero fatta così fin da quando avevo memoria. Questa percezione non coincideva con la purezza assoluta o con una "santità del corpo", e questa è la parte di me che si è riversata in Concetta: nello spettacolo Concetta non è affatto una santa nel corpo. Ha una fortissima energia sessuale, ma affiancata a una fortissima energia di intimità. Per me la differenza tra dimensione intima e dimensione sessuale era ovvia fin da piccola, mentre per gli altri non lo era affatto, e da me ci si aspettava una reazione diversa. A questo si è aggiunto un legame molto stretto che avevo da bambina con la figura della Madonna. I miei genitori non erano praticanti, ma mia nonna paterna era molto cattolica e la sua fede aleggiava in casa. Recitavo moltissimi rosari al giorno e parlavo con una statuetta che avevo in camera. Tuttavia, pur non essendo cattolica, ancora oggi porto un grande rispetto per la figura della Madonna, la trovo meravigliosa. Del dogma dell'Immacolata Concezione non mi affascinava l'idea dell'essere nata senza peccato, quanto la forza straordinaria di questa donna di fronte alla morte del figlio: è l'aspetto umano e femminile che mi interessava».
Mi colpisce molto un altro aspetto: Concetta finisce per farsi carico dell'intera comunità. Quanto è pericoloso, per una donna, diventare il luogo in cui un gruppo deposita le proprie paure, i propri desideri e persino la propria redenzione. Oggi vediamo spesso donne forti emergere nella società, ma spesso in negativo, non con la carica "combattente" e generosa di Concetta.
«Credo che la matrice di questo tema sia sempre la stessa, che poi si sviluppi in positivo o in negativo. Quando si sviluppa in negativo, è la diretta prosecuzione dell'energia patriarcale da cui nasce il problema. Ma anche quando si sviluppa "in positivo", cioè quando una comunità si appoggia interamente sulla capacità di sostegno della femminilità, credo non sia mai un processo davvero sano, è sempre una stortura. Non a caso Immacolata Concezione è ambientato nel periodo dell'entrata dell'Italia nella Seconda Guerra Mondiale. Lavorando e studiando su questo testo, ho riscontrato un'assonanza precisa: la Seconda Guerra Mondiale ha creato uno spartiacque irrimediabile e un punto di non ritorno, specialmente con l'avvento della bomba atomica. Ha cambiato radicalmente la proporzione delle relazioni umani: siamo passati dal rapporto 1 a 1, o 1 a 100, al rapporto "1 a n" numero di persone che ho davanti a me o a distanza, o 1 a X, la dinamica per cui premi un pulsante qui e la bomba esplode dall'altra parte del mondo. È esattamente ciò che accade oggi con i social network, dove ci si rivolge a una massa indefinita. Questa incapacità di restare nell'intimità del rapporto a due crea un profondo sbilanciamento nella comunità. Questo è un tema centrale per Concetta così come per la femminilità in generale. Il nostro è uno spettacolo che continua inesorabilmente a parlare di patriarcato, anche con ironia, perché Joele ha la magia di raccontarlo in tono brillante. Mostra come la struttura sociale patriarcale sia concepita in modo tale che la donna, se non è direttamente utilizzabile, diventa uno scarto; oppure viene elevata alla santità. Non c'è mai una via di mezzo. Nel momento in cui Concetta diventa il punto di incontro e di sostegno per gli uomini, se lei manca loro perdono ogni riferimento. Ma invece di riconoscerne il valore reale, la sparano nell'iperuranio trasformandola in un feticcio. Questo è un tema caldissimo oggi: non sappiamo relazionarci con la realtà e con la vera forza di una donna. Ed è da questa incapacità che nascono le distorsioni di certi modelli femminili odierni, che dovrebbero essere simbolo di forza e invece non lo sono per niente».
Oltre a Vucciria Teatro, so che hai fondato anche un'altra realtà teatrale, un collettivo. Ce ne vuoi parlare?
«Si chiama Collettivo Soma ed è nato a Bolzano insieme ad altri due artisti: Gianluca Bazzoli di Trento e Sara Pantaleo di Bolzano. Lavoriamo e continuiamo a operare molto sul territorio del Trentino-Alto Adige. Il nostro primo spettacolo trattava una tematica storica e sociale estremamente specifica di quella regione: il periodo delle "Opzioni", quando la popolazione di lingua tedesca e italiana in Alto Adige si trovò profondamente divisa fino al conflitto mondiale. Ci siamo interrogati molto sul concetto di confine, tema quanto mai attuale oggi e lo spettacolo s'intitolava La Finestra / Das Fenster. In seguito abbiamo realizzato uno spettacolo tratto dal romanzo Sana di Désirée Carruba Toscano, incentrato sui disturbi del comportamento alimentare: un monologo con un'unica protagonista interpretata da Sara Pantaleo. Oggi loro due fanno base a Bolzano mentre io vivo a Napoli, ma la nostra collaborazione rimane sempre attenta e attiva, incastrandosi tra le rispettive disponibilità e la distanza geografica».