Music & Theater

Il Canto delle Sirene: Dietro le sbarre donne trans che chiedono ascolto

Il canto delle Sirene è il titolo del progetto che l' Associazione Dramadonna di Cinzia Mirabella, ha presentato all'Istituto Penitenziario "Pasquale S.Mandato" di Secondigliano; con la partecipazione delle detenute in transizione di genere che si trovano presso il Reparto Infermeria nella Sezione Sirene che dà il nome al progetto. L'intento del progetto è stato quello di dare voce alle detenute attraverso le loro storie di resilienza e di fantasia per fare pace col passato e restituirci la loro idea di futuro, quella che ognuna ha sviluppato dentro di sé. 

C'è una parola che la regista Cinzia Mirabella preferisce a docufilm: documento pubblico e Il Canto delle Sirene vuole testimoniare una realtà in uno dei luoghi italiani più disturbanti e opachi: la sezione transgender del Centro Penitenziario di Secondigliano, a Napoli.
Le riprese nascono all'interno di un laboratorio di teatro. Non c'è una storia scritta da seguire: ci sono prove, scene in costruzione, corpi che cercano le parole giuste per dire quello che hanno vissuto. Ed è proprio questa incompletezza, questa forma aperta quasi processuale, a dare al documento filmato la sua forza peculiare. Il teatro è un paravento, dice Mirabella, dietro al quale ci si può finalmente permettere di essere capite: Isabella Guitierrez, Melissa (Andrea Ambrosio), Carmen (Carmine  Esposito), Puca (Raffaele Puca), Barbara (Ilcho Drummev) sono le donne trans attrici che portano su di sé quello che la letteratura sociologica chiama doppio stigma: essere detenute e, al tempo stesso, essere in transizione. Due condizioni che, sommate, non fanno il doppio della sofferenza, la moltiplicano. 
Nelle carceri italiane, l'identità non è riconosciuta come femminile ma come maschile, come l'uso del nome di nascita o l'errata attribuzione del genere. La segregazione in sezioni "protette", ufficialmente pensata per tutelare, produce invece forme di isolamento affettivo, di privazione relazionale, di esclusione da quelle opportunità educative e lavorative che potrebbero davvero contribuire al reinserimento.


Il Canto delle Sirene mostra questo senza didascalie. Lo mostra nei silenzi durante le prove, nelle risate improvvise che si spengono, nelle frasi che si interrompono a metà. Entrare sole, uscire sole. Fuori non c'è famiglia che aspetta. C'è un'esclusione che precede il carcere e che il carcere radicalizza.
Una delle rivelazioni più potenti del film è la semplicità dell'intuizione pedagogica al suo cuore: con la scrittura creativa, le protagoniste si sono sentite capite. Anche tra di loro. La convivenza forzata nella sezione, spesso segnata da gelosie, rivalità, incomprensioni, trova nel teatro uno spazio inaspettato di comunicazione e unione. La piccola telecamera usata per le riprese cattura parole, immagini, narrazioni emozionanti.
In questo documento pubblico vi è anche un attore non detenuto, che segna un altro momento particolare del film, Antonio Cilvelli che si ispira alla figura della Tarantina, considerato l'ultimo femminiello di Napoli, figura della tradizione popolare partenopea che incarna una femminilità non conforme in modo radicato nella cultura del quartiere, ben prima che esistesse un lessico per nominarla.


L'attore porta in scena il monologo con cui Filumena Marturano si rivolge all’avvocato, davanti ai tre figli, dove racconta la propria vita, quella dell'incontro con un'amica che, con una sola frase sibillina:"Così… così… così…", la introduce alla prostituzione a diciassette anni. Eduardo De Filippo disegna in poche battute il mondo dei bassi napoletani: il freddo che fa battere i denti d'inverno, il caldo irrespirabile d'estate, la famiglia numerosa stipata nel vicolo San Liborio, la forchetta affondata nel piatto comune con il senso di rubare. È da quella miseria che nasce la scelta di Filumena. Ciò che Eduardo mostra, e che l'attore restituisce con una tensione quasi insostenibile, è la paradossale integrità di una donna che la vita ha derubato di tutto tranne della propria dignità. In questo film, quella scena acquista una risonanza ulteriore. Le donne trans che abitano queste mura conoscono la stessa logica di ferro: quando la società ti espelle, il corpo diventa l'unica moneta che resta. Come Filumena, molte di loro hanno attraversato la prostituzione non per scelta libera e custodiscono un'identità che il mondo ha cercato di cancellare, e che nessuna umiliazione è riuscita a spezzare del tutto. E allora Filumena diventa un archetipo che attraversa i corpi, le storie, le notti di chi lotta per esistere. Il teatro nel teatro, qui, non è un omaggio letterario: è uno specchio esatto.
Ciò che emerge dalle voci di queste donne, nelle prove teatrali, nei frammenti di racconto, negli sguardi alla telecamera, non è la fragilità che ci si potrebbe aspettare. È qualcosa di più complesso: rabbia, paura, gelosia, senso di colpa come linguaggi morali, come forme di denuncia indiretta.
La rabbia nei confronti di un sistema giudiziario percepito come iniquo e transfobico. La paura del giorno in cui si esce. Il senso di colpa verso le famiglie che non hanno accettato la transizione, verso i sogni abbandonati per strada, verso sé stesse. E la gelosia tra donne che vivono costrette in uno spazio ristretto, che si contendono simbolicamente la femminilità come unica risorsa rimasta. Queste emozioni non sono qualcosa da correggere o gestire: sono informazioni, segnali da ascoltare. E questo documento lo capisce perfettamente. Non medicalizza, non commisera.


Si chiude su una domanda. Melissa dice: "Posso fare l’uomo, se mi vuoi uomo… o vuoi che sia donna?”. Poche parole che sono macigni. Una domanda che sembra innocente che arriva dopo mille compromessi, dopo mille occhi addosso che ti spogliano ancora prima delle mani. Lei lo sa benissimo che là fuori non cercano lei. Cercano un'idea: più donna per chi vuole illudersi, più uomo per chi vuole trasgredire senza ammetterlo. Un mercato in cui la sua identità viene trattata come merce. In un mondo in cui il controllo sembra sempre degli altri, i clienti, la strada, lo stigma, le istituzioni, lei si ritaglia uno spazio minuscolo ma potentissimo. Decide chi essere, quando, come. È un'autodeterminazione fragile, parziale… E in fondo è proprio questa la verità scomoda che tutto il film ha preparato: quando il mondo ti obbliga a recitare un ruolo, scegliere quel ruolo diventa l'unico modo per non sparire del tutto. Dentro quella scelta, anche se sporca, anche se dolorosa, c'è ancora dignità.

Il Canto delle Sirene è unico nel suo genere tratta un tema difficile in un luogo ameno con le protagoniste come co-autrici del proprio racconto. In un Paese dove la riflessione pubblica su queste vite è praticamente assente, questo film occupa uno spazio che nessun altro ha rivendicato. Non è un film facile da guardare. Perché Il Canto delle Sirene, qui, non è seduzione: è il suono di voci che chiedono, semplicemente, di essere sentite.