Music & Theater

Desert Films al Piccolo Bellini: moderni Icaro nel cielo di Hollywood

Al Piccolo Bellini, fino al 26 settembre, il progetto scritto e diretto da James Franco (con Peter Gold) mette in scena il prezzo psichico della celebrità, evocando l’Uomo Misterioso di Strade perdute che si fa giudice, carnefice e specchio.

La performance teatrale Desert Films si sviluppa intorno all’interrogativo volto ad esplorare cosa rimane dell’individuo quando il desiderio di celebrità finisce per fagocitarne l’identità. 
Al centro della vicenda, il rapimento di un giovane attore, tenuto prigioniero da una misteriosa figura, che rivela progressivamente la propria identità: un’inquietante evocazione di Robert Blake, in un esplicito rimando a Strade perdute di David Lynch. 
Disvelate le origini dei due personaggi, ciò che si ingenera è un cortocircuito multidimensionale e metateatrale che destabilizza le coordinate della rappresentazione.
Da questa premessa, prende forma un confronto serrato sulle dinamiche coercitive e corrosive dello star system hollywoodiano, sulle sue promesse seduttive e sulle derive di un desiderio di riconoscimento, fatalmente mortificato nelle fasi fondamentali della costruzione del sé, capace di trasformarsi in dipendenza. 
Nell’universo costruito da James Franco la bramosia di fama e l’aspirazione alla visibilità si intrecciano al rischio di smarrire sé stessi, arrivando a riconoscere l’interezza della vita in tutto ciò che sta fra le parole «action» e «cut!». 
Uno dei principali dispositivi espressivi di Desert Films è la contaminazione dei linguaggi, in cui il confine tra teatrale e cinematografico si fa labile e sottile. La commistione di mezzi e tecniche non si limita ad arricchire formalmente l’azione teatrale, ma ne rivela una più profonda natura. Per tutta la durata dell’azione, Franco impugna una videocamera realizzata con uno smartphone e un sistema di ottiche capaci di alterare e deformare la ripresa, proiettata in tempo reale alle spalle dell’azione. Il continuo oscillare della moderna camera a mano, schiacciata sui volti provati, diventa un perturbante veicolo di senso drammaturgico, nevrotico, ansante e compulsivo. In maniera eminentemente cinematografica, l’andamento della camera e la sua ripresa intervengono attivamente sulla percezione dell’azione, alternandone le proporzioni e modificandone le possibilità espressive. La manipolazione che investe l’immagine dei corpi, come l’affascinante sdoppiamento elicoidale della cantante lirica Elli Papadiamanti, nel corso della rappresentazione si rivelerà altrettanto impattante sulle identità che abitano quegli stessi corpi. 
A rinsaldare il dialogo tra linguaggio cinematografico e teatrale concorre la presenza in scena del pianista Konstantinos Diminakis e della già citata Elli Papadiamanti, le cui incursioni musicali incorniciano l’inizio e la conclusione della rappresentazione: una colonna sonora che anziché restare confinata fuori campo, si manifesta, corporea, nella concretezza della scena. Inoltre, anche la musica, così come le modalità di ripresa, contribuisce a definire una cornice percettiva dell’azione, soprattutto nella distonia fra il lirismo virtuoso e tenue di Blue Velvet e il discioglimento di profonde oscurità interiori. 


La riflessione di Franco sulla fama assume la propria centralità nel confronto tra Blake e il giovane attore rapito, interpretato da Blaine Kern III: il Mistery Man di Strade perdute affronta il potere seduttivo di Hollywood e i suoi effetti più distruttivi, mentre il rapimento diventa metafora di una relazione asimmetrica, nella quale il giovane attore è costretto a confrontarsi con una possibile immagine di sé nel futuro, attanagliata dalle conseguenze di un’ambizione logorante.
Il monologo di Blake ricostruisce l’origine di un desiderio atavico, che trova le sue radici in un’infanzia invisibile, durante la quale, però, scopre precocemente la sensazione piacevole e adrenalinica che deriva dall’essere finalmente osservati, riconosciuti. In questa tensione tra presenza e immagine, il confronto tra i due personaggi attraversa gli effetti deleteri, coercitivi e corrosivi della celebrità, tornando continuamente alla necessità di essere riconosciuti. A questo punto, la corsa alla fama emerge nella sua duplice natura: possibilità di affermazione individuale e rischio di una progressiva erosione dell’identità. 
La ricerca bulimica d’approvazione, il desiderio di lasciare una traccia rilevante, emergono poi nei numerosi nomi evocati da Blake, Walter Huston, John Garfield, Robert De Niro, figure della storia di Hollywood, che qui diventano frammenti della genealogia di un’ossessione. L’individuo cerca nello sguardo degli altri la conferma della propria esistenza e, incapace di autodeterminarsi, ne finisce per diventare dipendente; in maniera paradossale, ciò che dovrebbe liberarlo dall’anonimato, restituendogli privazioni identitarie che lo hanno marcato sin dall’infanzia, finisce per imprigionarlo dentro un’identità pubblica.
In quest’ottica emerge la figura della moglie di Blake, Bonny Lee Bakley, la cui presenza emerge come un’ulteriore, violenta caratterizzazione dello sfaccettato diamante della fama. Il suo tentativo di ritagliarsi uno spazio dentro la patina dorata della celebrità viene ricostruito, dalle parole di Blake, come un’appropriazione dell’immagine altrui: il desiderio di posizionare la propria esistenza accanto a quella di un uomo già consacrato allo sguardo pubblico finisce per sovrapporsi, fino a fagocitarla, un’identità già dolorosamente segnata. 
Nelle note di regia, James Franco dichiara il proprio interesse per le storie di coloro che, attratti irresistibilmente dal «calore» di Hollywood, finiscono per esserne consumati. È una metafora che sembra racchiudere il nucleo più profondo di Desert Films: la prossimità alla celebrità come esperienza tanto seducente quanto potenzialmente fatale. Da questa immagine affiora la suggestione del mito di Icaro, figura emblematica di un’ascesa alimentata dal desiderio di avvicinarsi al sole, ma destinata a scontrarsi con i limiti della propria fragilità. I giovani attori fagocitati dalle regole volubili e labili dello star system possono allora apparire come moderni Icaro, attratti da una promessa di elevazione che rischia di trasformarsi nella causa stessa della loro caduta.