Carlo Marrale: cinquant’anni di canzoni che non invecchiano
- di Nicola GarofanoFoto di Ciro Serrapica - Teatro Alfieri di Marano di Napoli
Carlo Marrale, ex componente e cofondatore dei Matia Bazar, è tra i protagonisti più significativi della storia del pop italiano. Autore musicale di molti brani che hanno definito una stagione straordinaria: da Stasera che sera a Vacanze Romane, fino a Ti sento, Marrale ha contribuito a portare il gruppo genovese in una dimensione internazionale.
Cinquant’anni dopo il debutto di Stasera che sera (1975), torna sul palco con Silvia Mezzanotte per il tour celebrativo Stasera che sera 50th, che rilegge quel repertorio in chiave acustica, mettendo al centro la struttura delle canzoni e la loro tenuta nel tempo. Nel corso dell’intervista, Marrale ripercorre le tappe principali della sua carriera: la scena musicale genovese degli anni Settanta, il lavoro creativo dentro la band, l’uscita dal gruppo nel 1993 e l’evoluzione dell’autorialità in un’epoca in cui la musica cambia rapidamente. È un racconto che restituisce non solo la memoria di un pezzo di storia italiana, ma anche l’attitudine di un artista che continua a guardare avanti, tra nuovi brani e nuove collaborazioni.
“Stasera che sera” compie cinquant’anni: oggi, con un arrangiamento acustico, ne mette a nudo l’essenza melodica. Cosa resta immutato in quel brano e cosa invece hai voluto ripensare?
«Per i cinquant’anni dall’uscita di “Stasera che sera” era doveroso omaggiare questa bella e fortunata canzone, che ha dato il via alla carriera dei Matia Bazar. La scelta di ridurre all’essenziale l’arrangiamento nasce dalla volontà di esaltare la semplicità melodica e armonica della canzone, nella sua forma più pura, così come nascono le mie canzoni».
La tua scrittura musicale ha definito un pezzo di storia del pop italiano, da “Vacanze Romane” a “Ti sento”. Hai mai avuto la sensazione di anticipare l’epoca o, al contrario, di dover rincorrere i cambiamenti di gusto del pubblico?
«È una domanda cruciale, perché tocca il nodo tra creazione e tempo. Provo a rispondere senza fingere una voce che non mi appartiene, ma restando fedele allo spirito di chi quei brani li ha davvero scritti. Chi ha firmato canzoni come “Vacanze Romane” o “Ti sento” ha raccontato più volte — anche implicitamente — una sensazione precisa: non quella di “anticipare” per strategia, né tantomeno quella di rincorrere il gusto del pubblico, ma piuttosto di seguire un’urgenza interna, accettando il rischio. Anticipare l’epoca? Quando esce “Vacanze Romane”, non sembra futurista in modo vistoso. È spoglia, emotivamente fredda, quasi antipop. E proprio per questo arriva prima: perché intercetta una sensibilità che il pubblico non sa ancora di avere, ma riconosce appena la sente.
“Ti sento” fa qualcosa di ancora più radicale: il testo è minimale, quasi astratto, l’erotismo è sensoriale, non narrativo; il suono guarda più all’Europa che alla tradizione italiana. Chi scrive così non pensa di essere avanti. Pensa: “questa è l’unica forma onesta che ho adesso”. Se poi il tempo la conferma, è una conseguenza, non un obiettivo.
Rincorrere il pubblico? La sensazione di rincorrere nasce solo quando si smette di ascoltarsi. Nei Matia Bazar migliori questo non succede quasi mai. Ci sono fasi diverse, certo, ma non c’è mai la resa al gusto dominante puro. Anzi, spesso è successo il contrario: il pubblico arriva dopo, la canzone viene capita con gli anni, diventa “classico” qualcosa che all’inizio era spiazzante.
La verità, forse, è questa: scrivendo quei brani non ho anticipato il tempo, ho accettato di non coincidere perfettamente con il presente. E questa è la condizione più fertile per la musica pop che dura: abbastanza dentro il suo tempo da essere ascoltata, abbastanza fuori da non consumarsi con lui. Il paradosso è che solo chi non rincorre davvero finisce, a volte, per sembrare avanti».
Il ritorno condiviso con Silvia è nato da un incontro quasi cinematografico. Artisticamente, cosa vi siete portati l’uno dall’altra che non avevate prima?
«Silvia è una grande professionista: seria, preparata e molto tenace. Questa, in particolare, è una sua dote che apprezzo molto, ed è bello fare musica insieme».
Da autore, cosa rende un brano immortale? È questione di melodia, arrangiamento, testo… o semplicemente un mistero che non va profanato?
«È una domanda bellissima, perché non ha una sola risposta, ed è proprio questo il punto. Un brano “immortale” nasce quasi sempre dall’incontro di tre livelli, più un quarto che sfugge al controllo.
La melodia - È il primo gancio emotivo. Una melodia immortale è inevitabile: sembra esistere da sempre, come se l’artista l’avesse solo scoperta. Non deve essere complessa, ma memorabile, cantabile anche senza accompagnamento. Se puoi fischiettarla dopo anni, ha già vinto.
L’arrangiamento - È il vestito del tempo. Alcuni brani diventano immortali perché l’arrangiamento è così essenziale o così visionario da non invecchiare. Altri, invece, sopravvivono nonostante l’arrangiamento, perché la struttura sotto è indistruttibile (e infatti funzionano anche spogliati, voce e chitarra).
Il testo - Non deve essere perfetto, ma vero. I testi immortali parlano di qualcosa di personale in modo universale, o di qualcosa di universale in modo personale. Spesso sono aperti, non spiegano tutto, lasciano spazio all’ascoltatore per abitarli.
Il mistero (quello che non va profanato) - Qui tocchi qualcosa di fondamentale. C’è sempre una parte che non è replicabile né spiegabile: il momento storico, la voce giusta, una fragilità irripetibile, o semplicemente l’allineamento casuale di emozioni collettive. Quando si cerca di “spiegare troppo” un brano immortale, spesso lo si impoverisce.
Un brano è immortale quando la tecnica è al servizio dell’emozione, e l’emozione resta comprensibile anche quando il contesto cambia. E sì, una parte di mistero va rispettata. Non perché non si possa analizzare, ma perché non tutto ciò che conta può essere smontato senza perdere magia».
Penserete a un duo o a una band da formare… state lavorando a brani inediti. Che direzione sonora e narrativa immagini per questo nuovo capitolo?
«Sì, stiamo lavorando senza fretta alla realizzazione di nuove canzoni inedite, che per fortuna non mancano. Si dovrà trovare il giusto equilibrio tra narrativa e sonorità vocali».
Nei primi anni dei Matia Bazar, tra Genova, i Jet e l’esplosione pop, c’è un aneddoto legato a un concerto o a un incontro con altri musicisti (come De André o altri della scena genovese) che ti ha dato una sorta di “scossa creativa”?
«Erano tempi bellissimi. Tutto il nostro mondo di adolescenti era centrato sulla musica. C’era una costante frequentazione con altri amici musicisti: i New Trolls, i Delirium, Ivano Fossati, Fabrizio De André e tanti altri. Questa atmosfera coinvolgente di creatività era nell’aria e ci coinvolgeva tutti».
La band ha attraversato epoche, mode, generazioni e persino rivoluzioni tecniche nella produzione. C’è un brano dei primi Matia Bazar che, riascoltato oggi, ti sorprende perché era “avanti” per quei tempi? Perché?
«In un certo senso, quasi tutte le canzoni dei Matia Bazar risultavano avanti, perché nascevano da un’esigenza artistica e non dall’assillo delle classifiche. E, come diceva Jorge Luis Borges: “Durano nel tempo solo le cose che non furono del tempo».
Quando siete entrati nei Matia Bazar, c’era una dinamica creativa precisa tra te, Aldo Stellita e Piero Cassano. C’è un episodio divertente o inaspettato, in sala prove, in tour o in studio, che oggi ti fa sorridere ma all’epoca vi fece sudare freddo?
«Accadde al Festival di Sanremo nell’83. Curiosamente, sul palco non era stato previsto lo spazio per un gruppo musicale e la casa discografica voleva ritirarci dalla competizione. Per fortuna si trovò all’ultimo momento una soluzione: farci suonare sul tetto del palcoscenico. Una situazione che poteva essere penalizzante si rivelò invece un colpo di fortuna. La nostra apparizione televisiva fu qualcosa di magico: quasi sospesi nell’aria, sembravamo non in gara ma superospiti arrivati da un’altra galassia… con una meravigliosa canzone: “Vacanze Romane”».
Hai lasciato il gruppo nel 1993 anche per contrasti interni, in particolare legati alla sostituzione di Antonella Ruggiero. Guardando indietro, cosa diresti al “Carlo di allora” riguardo a quei momenti difficili?
«Di essere più flessibile».
Molte tue canzoni sono state reinterpretate da artisti incredibilmente diversi, dai Pet Shop Boys a Mina. Hai mai ascoltato una cover che ti abbia davvero spiazzato, nel bene o nel male?
«Sì, una versione della mia canzone “Odissea”, interpretata dai due tenori Salvatore Licitra e Marcelo Álvarez, rimasta a lungo al secondo posto nelle chart statunitensi di musica classica, e successivamente ripresa dalla band americana Queensrÿche. Alla domanda di Billboard sul perché reinterpretare in chiave rock una canzone di impianto classico, la risposta fu: “Perché è una bellissima opera in quattro minuti”. Sono piccole soddisfazioni».
Oltre alla musica, ti dedichi anche alla pittura e alla fotografia. C’è un’opera visiva che senti in qualche modo “collegata” a una canzone dei Matia Bazar? Che storia ha?
«Ci sono opere visive che sento profondamente legate a certe canzoni dei Matia Bazar, per affinità emotiva e non illustrativa. Se dovessi sceglierne una, direi Giorgio De Chirico e “Vacanze Romane”. Non un quadro specifico, ma l’intero universo di De Chirico: i silenzi, le città svuotate, hanno la stessa qualità di “Vacanze Romane”. Un’intimità fredda ma intensissima, una malinconia che non chiede spiegazioni, il senso di qualcosa che è già ricordo mentre accade.
La voce di Antonella Ruggiero in quel brano è come la luce nei dipinti di Edward Hopper: taglia lo spazio, non lo riempie, ma lascia un’eco enorme.
Un’altra associazione, più astratta, è tra fotografia minimalista e luce artificiale per “Ti sento”. Qui non vedo una scena, ma un corpo immerso nel suono, come nelle fotografie anni ’80 dominate da colori saturi, buio controllato, superfici lucide: presenza e assenza insieme. “Ti sento” è quasi un’installazione sonora: non racconta una storia, crea una condizione sensoriale. Potrebbe dialogare perfettamente con una fotografia concettuale in cui il soggetto non è visibile, ma percepibile».
Infine, in questo tour celebrativo di “Stasera che sera”, c’è un momento del live in cui guardi Silvia, guardi il pubblico e pensi: “Ecco, questo è ciò per cui valeva la pena fare tutto questo”? Qual è quel momento, e perché?
«Nel tour celebrativo di “Stasera che sera”, quel momento non è l’applauso più forte, né il ritornello cantato in coro. È subito dopo. Quando il brano finisce, la musica si spegne per un istante, il pubblico non applaude ancora… respira. È un silenzio breve, ma densissimo. In quel silenzio c’è tutto: le vite diverse sedute una accanto all’altra, il tempo passato (per chi c’era allora), il tempo scoperto adesso (per chi la canzone l’ha incontrata dopo). Se “guardi” Silvia in quel momento — anche solo simbolicamente — non vedi una cantante che interpreta un classico. Vedi una custode: di una canzone che non è più solo della band, ma di chi l’ha portata dentro per anni. E se “guardi” il pubblico, non vedi fan. Vedi persone che si riconoscono nello stesso istante emotivo, senza bisogno di spiegazioni. Ed è lì che “Stasera che sera” smette di essere una canzone… e diventa un luogo condiviso, per pochi secondi, ma veri».