Music & Theater

«Alla fine io perdono sempre la musica». Intervista al giovane cantautore Cannella 

Cannella, Enrico Fiore all'anagrafe, è un giovane cantautore romano che inizia a soli 13 anni a scrivere i primi brani. Inizialmente si fa notare postando video con il nome di Eden, dove si avvicina al genere musicale Hip Hop.

Chiuso questo capitolo decide di dare una svolta alla sua carriera musicale e da qui nasce il nome Cannella e la rivoluzione del suo genere prettamente indie-pop.

Nel 2019 arriva tra i finalisti di Sanremo giovani e il 24 maggio scorso è uscito il suo primo album Siamo Stati L'America per Honiro Rookies.

È uscito il tuo primo album "Siamo stati l'America" un progetto che nasce circa due anni fa…

«Siamo Stati L'America é il mio primo album, un progetto che ha preso vita oltre due anni fa, appunto, in maniera del tutto indipendente e uscito in seguito per Honiro Label. É un disco intimo, dentro c'é un po' tutto il mio mondo, la mia quotidianità, la mia città e le persone che mi circondano, ascoltarlo é un po' come affacciarsi sulla mia vita, una come tante altre ed é facile rispecchiarsi. La semplicità e la sincerità con cui sono raccontate le cose, è sicuramente il suo punto di forza, forse anche l'aspetto di cui vado maggiormente fiero. Le produzioni sono state lavorate da Matteo Costanzo e Prod By Enemies, che hanno valorizzato le canzoni nel migliore dei modi senza calpestare le mie idee e le mie influenze, sono riusciti a capirmi e a capire le mie esigenze musicali».

I tuoi brani raccontano in modo semplice, diretto la tua vita, come riesci a trasferire in musica i tuoi stati d'animo?

«É un processo difficile da spiegare, avviene in maniera molto naturale, se vivo delle cose che mi segnano in qualche modo, se provo emozioni forti, negative o positive che siano, a me viene automatico scriverci una canzone. Non mi sono mai chiesto perché succede ciò o perché la faccio, prima di essere una passione che ho scelto di perseguire é sempre stata un'esigenza, mi aiuta anche a metabolizzare».

L'album è prodotto dall'etichetta discografica Honiro. Come nasce la collaborazione?

«Con James Honiro ci conosciamo da una vita, quand'ero più piccolino partecipavo sempre ai contest che organizzava con l'etichetta, quindi, il nostro rapporto é nato così. Successivamente ci siamo un po' persi di vista perché avevo completamente cambiato ambiente, poi casualmente mi scrisse per invitarmi a suonare un paio di brani a una serata che aveva organizzato, ho cantato due canzoni chitarra e voce e pochi giorni dopo mi ha chiesto di vederci nel suo studio. É nata così la collaborazione».

                 

Quando nasce, invece, la tua passione per la musica?

«Mi sono avvicinato alla musica che ero molto piccolo, 8 anni circa, per merito di mio padre. Ricordo che mi comprava tantissimi dischi, soprattutto di musica italiana, ed io li ascoltavo dalla mattina alla sera e li imparavo a memoria a forza di cantarci sopra. Verso i 13 anni, poi, ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni e da lí non ho più smesso».

C'è stato un momento, dove hai capito che la musica era la tua strada?

«No, non c'é mai stato un momento in cui ho effettivamente realizzato questa cosa, é sempre stata parte della mia vita da che ho memoria. Dentro di me sapevo che fosse la mia strada, anche quando ero più piccolo. Da quando ho iniziato a scrivere canzoni, non ho mai pensato di voler fare altro, é sempre stato tutto molto chiaro».

Ci sono stati momenti che hai pensato di mollare tutto?

«Ci sono stati tantissimi momenti di down, anche di recente, sicuramente è una strada che ti dà tanto, ma che allo stesso tempo può farti star male. Non ho mai pensato di mollare tutto, però alla fine io la perdóno sempre la musica, anche quando mi fa incazzare (ride)».

C'è un cantante che ha segnato il tuo percorso musicale?

«Sicuramente ce ne sono tanti. Provengo dal mondo del rap, ho passato tutta la mia adolescenza a sentire solo canzoni di quel genere, quindi, direi Fabri Fibra e Marracash, mi hanno proprio cresciuto. Invece, nel mondo del pop ti dico Cesare Cremonini e anche Coez, magari quest'ultimo può sembrare un'artista di nuova generazione, però lo ascolto da quando ho ricevuto la mia prima delusione d'amore a 15 anni, all'epoca faceva rap anche lui e poi ha cambiato completamente stile, l'ho sempre apprezzato in tutte le sue forme, é un pioniere tanto quanto Cremonini».

                    

Cosa ne pensi della discografia del momento e dell'influenza dei talent?

«Di discografia non me ne intendo così tanto, sono sincero (ride), mi soffermo molto di più sulla musica che sul resto. Comunque vedo che stanno nascendo tante etichette indipendenti, che seguendo un po' le orme di quelle più navigate stanno lanciando artisti molto interessanti. Penso che a oggi non sia più necessario firmare per una major per emergere e questa é una cosa figa. Ricollegandomi a questo discorso direi che non serve neanche più partecipare a un talent per emergere. C'é stato un periodo in Italia in cui i nuovi artisti del momento uscivano solo dai talent, era una cosa tristissima. A oggi il talent é sicuramente un acceleratore, ma anche un'arma a doppio taglio, sicuramente se fai bene esci da lí con un sacco di seguito e quello che ti pare, ma ormai é chiaro a tutti che i cantanti dei talent sono per lo più stagionali, a parte qualche raro caso. Mi sembra una visione della musica molto "usa e getta" e non si sposa per nulla con la mia».

C'è una canzone del tuo album alla quale sei particolarmente legato e perché?

«Sono legato un po' a tutte, ovviamente, ma se ne devo scegliere una direi "Venerdì". É la canzone che parla di più cose, ci sono tante immagini e ogni volta che la ascolto, mi fa tornare a quel periodo, parlo anche di situazioni famigliari, di solito mi viene molto difficile. É anche l'unica canzone che ho scritto un po' per volta, ci ho messo diversi mesi e chiuderla, di solito le canzoni fin dal momento in cui le inizio le chiudo in tempi molto più brevi».

Il messaggio che vuoi portare con la tua musica?

«Non mi sono mai posto il problema del messaggio, in realtà, ho sempre parlato della mia vita, delle mie emozioni, delle mie cose. Non penso ci sia un messaggio dietro il mio disco, l'obiettivo é sempre emozionare, fare in modo che le persone possano rivedersi nelle mie canzoni, essere diretto e sincero. Non ho toccato la sfera sociale di proposito, é un disco che parla esclusivamente della mia vita, in ogni sua sfaccettatura, mi é venuto naturale scriverlo e sono felice cosí».