Agerola omaggia Carmen Consoli: musica, memoria e Premio alla Carriera
- di Nicola GarofanoFoto di Nicola Garofano
Carmen Consoli è stata la protagonista della XV edizione di Sui Sentieri degli Dei – Festival dell’Alta Costiera Amalfitana, ieri, 16 luglio 2026, al Parco Colonia Montana di Agerola. Un concerto speciale, capace di entrare in sintonia profonda con il manifesto di questa rassegna: la bellezza intesa non come semplice privilegio estetico, ma come un diritto fondamentale, una forza capace di generare comunità, rispetto, ascolto e condivisione.
La cantautrice siciliana ha così interpretato pienamente il concept di questa quindicesima edizione, Che bellezza!!!, ideato da Paolo Logli: un invito a riconoscere la bellezza ovunque essa si manifesti, nel paesaggio e nella cultura, ma anche nelle relazioni, nell’incontro e nelle esperienze che, quando vengono condivise, diventano patrimonio comune.
Sul palco, accanto alla Consoli, una band ridotta all'osso ma di rara qualità: Massimo Roccaforte a chitarra e mandolino, Emilia Belfiore al violino, Claudia Della Gatta al violoncello. Una scelta che è già un'affermazione estetica: niente sovrastrutture, niente muro di suono a coprire il racconto. Con questi tre strumenti, la voce di Consoli, che dal 1996 di Due parole ad oggi ha attraversato rock, cantautorato e sperimentazione, ha potuto muoversi libera tra i generi, dal folk mediterraneo al rock più graffiante.
Si parte con Eco di sirene, titolo che è anche quello dell'album dal vivo del 2018, quasi una dichiarazione d'intenti: qui si canta, e si racconta. Il concerto prosegue con AAA Cercasi, brano pubblicato nel 2010, nato in un momento particolarmente delicato della storia politica e mediatica italiana, quello dello scandalo Ruby che coinvolse l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. La canzone, tuttavia, prendeva spunto da un’altra vicenda di cronaca; come ha spiegato la stessa artista, il suo significato si è poi «esteso automaticamente» anche a quella storia, finendo per assumere una forza e un’attualità ancora più ampie.
Prima di Piccolo Cesare Consoli ha introdotto il brano come la parabola di un dittatore, un uomo che si investe di potere senza alcun contrappeso e finisce per credersi una divinità, un "re sole" che diventa, alla fine, un re solo, tormentato dai rimorsi per l'obbedienza pretesa con la forza. Le parole, pronunciate senza nominare nessuno in particolare, si prestavano a più di una lettura sull'attualità politica internazionale, lasciata volutamente aperta all'interpretazione di chi ascoltava.
Uno dei momenti più intimi della serata è arrivato dopo Fiori d'arancio: appena conclusa la canzone, Consoli ha introdotto il brano successivo, Mandaci una cartolina, con un ricordo del padre, un uomo affettuoso ma poco avvezzo a dire "ti voglio bene", cresciuto nell'idea che certe parole fossero "cose da femmine". Consoli ha raccontato l'ultimo scambio con lui, e la promessa, mai mantenuta nel senso letterale ma custodita in ogni suggestione che ancora le arriva, di mandarle una cartolina dopo la morte. Un aneddoto che dà a Mandaci una cartolina, raccontato così, tutt'altro peso.
Dopo Bonsai #3, l'artista ha presentato Γαλάτεια (Galáteia), tratta dal suo ultimo lavoro Amuri Luci, disco scritto interamente in siciliano e costruito come una vera e propria indagine archeologico-filologica sulle radici personali e insulari di Consoli. È un disco che rifiuta ogni logica di mercato per rivendicare un legame ancestrale con la Sicilia, terra bellissima e insieme percorsa da un pianto elegiaco antico. Il riconoscimento è arrivato puntuale pochi giorni prima del concerto, con la Targa Tenco 2026 per il Miglior album in dialetto.
Prima di La notte più lunga Consoli ha proposto una delle immagini più nette della serata: il Mediterraneo, "mare nostrum", trasformato da decenni in un "mare monstrum", una fossa comune per chi tenta la traversata, mitigato solo dal gesto di chi, pescatore o semplice isolano, tende ancora una mano. Un modo per ricordare che la bellezza del paesaggio, tema portante del festival, non può essere disgiunta dalla responsabilità verso chi quel paesaggio lo attraversa in cerca di salvezza.
Dopo Pioggia d'aprile, Orfeo (brano che nell'album Stato di necessità del 2000 ne rappresenta il vero manifesto artistico, la svolta verso un suono più acustico dopo gli anni del rock più elettrico), Mio zio e Geisha, la band lascia il palco e Consoli resta sola. È qui che la serata tocca il suo apice di intensità: Blu notte, brano che porta nel titolo un omaggio dichiarato a Blue di Joni Mitchell e che in origine era stato pensato per la voce di Tosca, e Confusa e felice, il singolo che nel 1997 la portò per la prima volta a Sanremo, prima di essere eliminato alla prima serata, eppure capace, quasi trent'anni dopo, di suonare ancora fresco e urgente.
Va detto, per chi non conosce a fondo il repertorio: Mio zio, cantata poco prima, non è la ballata nostalgica che il titolo potrebbe suggerire. È un brano durissimo, capace di affrontare il tema degli abusi sui minori in famiglia con un'ironia tagliente che nel 2010 valse a Consoli il Premio Amnesty International Italia, riconoscimento che la stessa cantautrice, unica artista, ha vinto per ben due volte.
L'ultimo bacio, tratta sempre da Stato di necessità, riporta alla mente la colonna sonora dell'omonimo film di Gabriele Muccino, in cui Consoli comparve anche in un piccolo ruolo davanti alla macchina da presa. Poi Parole di burro e Venere, quest'ultima uscita anch'essa nel 1997 su Confusa e felice, un ritratto metaforico di una Venere azzoppata che all'epoca fu un piccolo caso radiofonico e resta, ancora oggi, uno dei momenti più delicati del suo repertorio.
Prima dei bis, la cerimonia: il giornalista PierMaurizio Foderaro e il sindaco di Agerola Tommaso Naclerio hanno consegnato a Consoli il Premio Agerola alla Carriera, motivato, nelle parole del sindaco, come gratitudine per "una carriera costruita con coraggio e straordinaria coerenza artistica". Un riconoscimento che arriva a stretto giro dalla Targa Tenco appena vinta, e che la cantautrice ha accolto con parole semplici, di gratitudine per l'accoglienza e per i ragazzi che, ha raccontato, avevano cucinato per lei e per la band prima dello show.
Il fuori programma più leggero della serata è arrivato proprio in questo intermezzo: gli auguri per l'onomastico. Carmen Consoli è nata il 4 settembre, giorno di Santa Rosalia, e si sarebbe dovuta chiamare Rosalia, ma l’intervento di nonna Carmelina ha avuto la meglio, anche se la mamma veneta rifiutò il nome "Carmela" e la chiamò Carmen. E la lezione, tra il serio e il faceto, su come si mangia correttamente l'arancino quello piramidale. «Il barista ve lo da e osserva attentamente se voi lo tenete alla base, oppure, lo mettete come cono gelato. Se lo mettete come cono gelato massimo rispetto!».
A chiudere, tre bis che disegnano un arco lunghissimo nella carriera dell'artista: Sud Est, In bianco e nero (presentata proprio a Sanremo nel 2000 e apripista di Stato di necessità) e infine Amore di plastica, che riporta indietro fino al 1996 e al debutto sanremese di Due parole. Chiudere con il primo singolo della carriera, trent'anni dopo, in un festival dedicato alla bellezza dei luoghi e delle comunità, ha avuto il sapore di un cerchio che si chiude senza però esaurirsi.
Il concerto di Agerola ha confermato una cosa che il pubblico di Consoli sa da tempo: la sua è una delle scritture più coerenti della canzone d'autore italiana, capace di tenere insieme impegno civile, memoria familiare, mitologia e critica del potere senza mai perdere la tensione melodica. In una cornice come il Parco Colonia Montana, con il mare della Costiera a fare da quinta naturale, la serata ha reso concreto, con la musica prima ancora che con le parole tra un brano e l'altro, il senso stesso del festival: la bellezza non come vezzo estetico, ma come pratica quotidiana di ascolto e di comunità.