Hamnet e il rischio del cinema importante. Recensione
- di Nicola GarofanoHamnet è uno di quei film che si muovono sul filo sottilissimo tra espansione emotiva e svuotamento. C’è chi ne esce “allargato”, come dicono alcune recensioni entusiaste, e chi, come me, ne esce un po’ anestetizzato e annoiato. Il film vuole essere un’esperienza totalizzante sul lutto, ma finisce per somigliare a un esercizio di compostezza, dove ogni lacrima è prevista, ogni silenzio calibrato, ogni emozione incastonata con cura quasi liturgica.
Chloé Zhao ambienta tutto in un’Inghilterra del XVI secolo in cui la morte è ovunque: la peste sulle maniglie, i denti che tremano, i corpi fragili, la vita appesa a un filo. E l’idea di fondo è potente: i secoli passano, ma la vita emotiva resta identica, riconoscibile, ostinata. Il dolore non migliora con la pratica. Eppure, proprio questa consapevolezza, invece di esplodere, viene distillata fino a diventare rarefatta. Il film osserva il lutto con una solennità continua che, a lungo andare, smussa gli spigoli invece di affilarli.
Il cuore del racconto è la perdita di Hamnet, figlio undicenne di Agnes Hathaway e William Shakespeare. Ma Hamnet, paradossalmente, resta più simbolo che presenza. Zhao dedica moltissimo tempo all’infatuazione, al corteggiamento, alla costruzione mitica di Agnes, donna-terra, donna-strega, donna-intuizione, e molto meno alla quotidianità dei figli, alla loro voce, alla loro vita condivisa. Quando Hamnet muore, il dolore è immenso, sì, ma arriva come un’onda prevista da chilometri di distanza. Non ti travolge: ti raggiunge composto, rituale, quasi educato.
Il film insiste su un’idea che il cinema ama moltissimo e che comincia a mostrare la corda: l’arte che nasce dal trauma, il genio che sublima il lutto, Amleto come esercizio di elaborazione del dolore. Zhao e O’Farrell ci credono profondamente, ed è una fede sincera, persino commovente. Ma anche qui, più che una scoperta, sembra una tesi ribadita. L’arte come redenzione, la sofferenza che diventa luce, Shakespeare grande alchimista dell’anima. Tutto giusto. Tutto già sentito. Tutto raccontato con una reverenza che impedisce al film di sporcarsi davvero le mani.
Eppure, sarebbe disonesto negare la potenza di Jessie Buckley. Hamnet è il suo film, senza discussioni. È un film femminile, materno, corporeo: il parto a quattro zampe sotto una quercia, il sale versato sulla schiena del figlio morente come ultimo gesto disperato, gli ululati, i lamenti, il dolore che diventa animale. Buckley non interpreta Agnes: la incarna, la canalizza, la rende terra viva. Paul Mescal le tiene testa con misura e dolcezza, offrendo un William Shakespeare più trattenuto, più interno, meno magnetico ma coerente. Sono entrambi straordinari. Ma neanche due interpretazioni così forti riescono a scardinare una struttura che resta troppo controllata.
Il finale, questo va detto, è davvero potente. Negli ultimi minuti il film trova finalmente il suo senso: il dolore privato che si trasforma in qualcosa di universale, l’arte che prende forma davanti ai nostri occhi. È un momento alto, persino sublime. Ma arriva dopo un percorso che spesso sembra più interessato a essere importante che necessario. Come se Hamnet volesse costantemente ricordarti che stai assistendo a qualcosa di “grande”, invece di lasciarti semplicemente sentire.
Alla fine, quindi, tutto questo clamore? Comprensibile. Meritato per certi versi. Ma Hamnet resta un film che ammiri più di quanto ami, che rispetti più di quanto desideri. Un cinema triste che promette di allargarti il cuore, ma che, se non entri perfettamente in sintonia con il suo ritmo e la sua fede, rischia di lasciarti non devastato, non trasformato, ma solo un po’ stanco. E sì, anche un po’ annoiato.