La terra si spacca, e figlia: la Figliata dei Femmenielli a Torre Annunziata
- di Nicola GarofanoFoto di Nicola Garofano
Sabato 9 maggio, nel quartiere Pruvulera di Torre Annunziata, la Figliata dei Femmenielli ha riempito gli spazi di Palazzo del Glicine di tammorre, canti e sorellanza. Non era uno spettacolo nel senso ordinario del termine. Era, come si usa dire a Napoli, 'na cosa seria, nel senso più profondo, quello in cui il serio e il comico si toccano, si confondono e insieme custodiscono qualcosa di necessario. Un gesto che risale a prima della storia scritta: il ventre che si apre, la terra che cede, la vita che si affaccia sul mondo.
La figliata è uno dei pilastri rituali della cultura dei femmenielli napoletani, accanto allo sposalizio, alla tombola e alla riffa. Le sue radici affondano nell'antichità: Mario Buonoconto, nel suo Napoli Esoterica, la riconduce all'antica simbologia alchemica del Rebis, la «cosa doppia», il maschio-femmina che nasce dall'Athanor, e all'originario culto della fecondità praticato alle pendici del Vesuvio, in particolare a Torre del Greco. 'O femmenell al centro del rito non è una bizzarria, ma una necessità simbolica: contenere in sé i due principi del mondo, il maschile e il femminile, per far nascere qualcosa di nuovo.
Curzio Malaparte ne La pelle (1949) ha fissato la memoria letteraria del rito in una delle sue pagine più allucinante e perturbanti: una cerimonia segreta a Torre del Greco, un letto, un ventre artificialmente gonfio, un feticcio ligneo tra le mani di un bellissimo pescatore travestito. Quella scena, ripresa poi da Liliana Cavani nell'omonimo film del 1981 e rievocata nel prologo di Napoli velata di Ferzan Ozpetek, dove Peppe Barra apre il racconto con «Ssshhh! Questa è 'na storia antica. Anzi, eterna», ha attraversato decenni di letteratura e cinema come un'immagine impossibile che però, ogni volta, rivela qualcosa di vero.
La figliata è anche ciò che gli antropologi chiamano couvade: il parto simulato dall'uomo, presente in culture lontanissime tra loro, dalla Papua Nuova Guinea al Giappone, dal Venezuela alla Campania, con funzioni interpretate di volta in volta come protezione magica del neonato, partecipazione emotiva alla nascita, inversione simbolica dell'ordine naturale. James Frazer ne Il ramo d'oro la chiamava «magia imitativa». Gli alchimisti napoletani la chiamavano nascita del Re-Oro. 'E femmeniell la chiamavano semplicemente «figliata».
L'evento del 9 maggio era il naturale compimento di un ciclo avviato il 28 settembre 2025, quando il rione pescatori e i vicoli della Pruvulera avevano ospitato lo Sposalizio dei Femmenielli: le nozze simboliche di Gennaro Martagliati e Delfina Faraglioni, celebrate con cortei, tammurriate e quella solennità gioiosa che solo la tradizione popolare sa raggiungere.
L'annuncio della figliata era arrivato con il linguaggio volutamente ironico e poetico di questi riti: le famiglie delle «Signore Vincenzo e Concetta Martagliati» e delle «Signore Anastasia e Mariarka Faraglioni» comunicavano i «primi movimenti di panza della primipara». Un seme gettato nella terra di settembre che aveva germinato per fiorire in una nuova femmenella e in una nuova speranza, come recita l'invito.
Dalle prime ore del pomeriggio il quartiere si è animato con il «giubilo delle tammorre» e la «benedizione della sorellanza». L'organizzazione portava le firme di AFAN (Associazione Femmenell Antiche Napoletane), del Caffè Letterario e del Progetto RI-BELLO, con il coinvolgimento del Comitato di Quartiere guidato da Rosaria Langella. L'intera macchina creativa dell'evento, dalla regia ai costumi, fino alla messinscena, porta invece la firma del collettivo Korybass di Napoli.
Dopo la figliata, Ciro Cascina ci ha parlato del rito con quella capacità rara di chi conosce le cose dal di dentro senza smettere di meravigliarsi.
«Il collettivo Korybass quest'anno hanno dato una modernità al rito antico. Ma il rito è rimasto intatto. Il rito era misterico, cioè c'era qualcosa che separava il visibile dall'invisibile. Perché questa invisibilità, è incredibile, qui a Napoli l'invisibilità è una cosa sempre visibile. Nel culto dei morti che c'è qui, credo che non ci sia in nessun altro posto. Hanno un grande contatto con l'invisibilità».
Il rito, spiega Cascina, è come un seme che va sottoterra: «È stato un periodo di grande silenzio, ma non solo del seme, di tutto ciò che circondava il seme. Il silenzio che ci apparteneva con l'inverno. Poi viene un giorno che la terra si spacca, e quindi figlia, figliando in una maniera naturale, oserei dire. Spaccandosi, aprendosi, donandoci una possibilità che la vita prosperi».
Sulla simbologia fallica che attraversa il rito, Cascina è preciso e senza imbarazzo: «La prosperità è rappresentata da un fallo gigantesco. Nel senso che è una colonna della prosperità. La donna contiene e lui che dona il seme. È un fallo cornucopico, era di buono auspicio». E poi, sullo svelamento progressivo dei veli, momento culminante della cerimonia, che indica la partoriente ha dato alla luce CiroCiretta, aggiunge: «Nella parte formale, il rito è rimasto intatto. E poi, nello spaccare delle cose, è rappresentato da tutti quei veli che vengono poi svelati». A rompere quella soglia, con la naturalezza di chi conosce il rito dall'interno, è stata proprio lei: Ciro Cascina, la nonna, figura centrale e ingombrante nel senso più nobile del termine, capace di attraversare i veli prima ancora che cadessero.
Sul rapporto tra la tradizione e la modernità dei femmenielli che hanno animato la festa: «Si vedevano che erano femmenielli, come si vedevano che erano di cultura europea e di respiro internazionale. Si sentiva che magari conoscevano delle lingue, avevano viaggiato, e quindi univano dei suoni dialettali insieme a una modernità. La modernità insieme a una tradizione».
E sul senso più profondo del rito, quello che appartiene al popolo prima che alla cultura: «La prosperità, attraverso la conservazione del grano, noi ci siamo assicurati la sopravvivenza. Perché questi sono sempre riti che appartengono al popolo. E il popolo, come sempre, viveva, ma spesso sopravviveva. Per cui una goccia di sale, una goccia d'olio, se cadeva, diventava un esorcismo di malaugurio, perché non bisogna fare cadere cose così preziose».
E infine sulle letture della partoriente Delfina Faraglioni (Jupi), quelle di Maulana Jalal ad-Din Rumi, teologo, giurista e insigne poeta mistico sufi persiano, considerato dall’islamista Alessandro Bausani “il più grande poeta mistico di tutti i tempi ”, Ciro Cascina dice: «Anche rispetto alle cose che leggevano, le letture che ha fatto la partoriente, erano comunque influenzate da una cultura più ampia. Ma lì si entrava in un altro campo, che era solo personale, era più religioso, spirituale. Quindi era un'espressione sua, aveva da dire, aveva da raccontare qualcosa, senza chiedere niente, ne ha approfittato, nel senso buono del termine e l'ha fatta. Però è un fuori programma».
Anche Dario Biancullo, artista e designer del collettivo Korybass, che ne ha curato la regia e i costumi, legge il rito come una forma di resistenza al tempo presente. Richiamando i Coribanti dell'antichità, i danzatori estatici legati al culto di Cibele da cui il collettivo prende il nome, parla di una sorta di «castrazione al contrario»: non un taglio del corpo, ma un taglio simbolico dell'accelerazione contemporanea. «Si vuole provare a tagliare l'imperativo di una vita troppo veloce, trascorsa rincorrendo il futuro, senza volgere il pensiero al passato e soprattutto alle persone che ci sono vicine, nel territorio, nella tradizione e nella dissidenza». Una riflessione che sembra risuonare con l'immagine evocata da Cascina del seme che, prima di germogliare, deve sostare nel silenzio della terra.
Per Biancullo, inoltre, la tradizione dei femmenielli e la juta di Montevergine custodiscono una funzione che va oltre la memoria culturale. Diventano un gesto di cura collettiva. «Quel giorno qualcosa si distrugge e rinasce come nuova cura collettiva, una magia», racconta riferendosi al pellegrinaggio alla Madonna di Montevergine. Un'esperienza che per molte persone LGBTQIA+ rappresenta la possibilità di riattraversare luoghi e simboli religiosi spesso vissuti come esclusivi o dolorosi, trasformandoli in spazi di accoglienza, riconoscimento e sorellanza.
Non è un caso che tutto questo avvenga proprio alla Pruvulera. Il quartiere porta il nome della Real Fabbrica d'Armi, la polveriera voluta nel 1652 dal viceré spagnolo Iñigo Vélez de Guevara e poi ampliata da Carlo di Borbone con il contributo di Vanvitelli. Secoli di storia militare e industriale compressi in un tessuto urbano di cortili, balconate, botteghe, una quotidianità fatta di rapporti stretti, dove la voce di una femminella era parte del paesaggio sonoro del vicolo quanto quella del venditore di pesce.
Da anni il quartiere è al centro di un percorso di rigenerazione dal basso: murales, installazioni, iniziative culturali autogestite stanno restituendo dignità a uno dei nuclei storici più identitari della città. In questo contesto, la Figliata non è un'operazione folkloristica calata dall'esterno: è un atto di memoria e di cura che parte dalla comunità stessa, e che nella comunità trova il suo senso.
La figura d''o femmenell è mutata nei secoli, si è trasformata, ha assorbito e resistito. Non si è estinta, e questa, in sé, è già una risposta. I suoi riti sopravvivono perché custodiscono qualcosa che la modernità fatica a nominare: un modo di stare nel mondo che non sceglie tra maschile e femminile, tra sacro e profano, tra gioia e dolore, ma li contiene tutti insieme.
Negli ultimi anni, antropologi e studiosi hanno osservato come attorno alla figura del femmeniello si sia costruita una doppia tensione: da una parte il desiderio di custodirne la memoria, dall'altra il rischio di trasformarlo in una reliquia folkloristica, congelata nel passato. La ricercatrice Maria Carolina Vesce, nel saggio Corpi che cambiano, sottolinea come 'o femmenell venga spesso raccontato come una figura “in estinzione”, appartenente alla Napoli popolare dei bassi e dei vicoli, incompatibile con la modernità e con le nuove identità trans contemporanee.
Eppure, proprio riti come la Figliata dimostrano il contrario. Non una sopravvivenza imbalsamata, ma una tradizione che continua a mutare, assorbire linguaggi, corpi, spiritualità e biografie differenti. 'E femmenielli che hanno attraversato la Pruvulera non erano immagini ferme dentro una cartolina antropologica: erano creature del presente, capaci di unire dialetto e cosmopolitismo, tammorra e pensiero queer, sacralità popolare e nuove forme di identità.
Lo stesso Ciro Cascina, nel raccontare la modernità entrata dentro il rito senza distruggerlo, sembra rispondere implicitamente a quella retorica della scomparsa: 'o femmenell non è un fossile sociale, ma una figura liminale che cambia pelle senza perdere il suo nucleo simbolico. Forse è proprio questa la sua forza più antica: attraversare il tempo senza appartenere mai del tutto a un solo tempo.
Dei Femmenielli si parla, forse per la prima volta, nel libro Della fisionomia dell'uomo di Giovanni Battista Della Porta, edizione italiana del 1598 nel Libro Quinto, Capitolo XI, "Della figura dell'effeminato": "Nell'Isola di Sicilia son molti effeminati, & io ne viddi vno in Napoli di pochi peli in barba, e quasi niuno, di piccola bocca, di ciglia delicate, e dritte, di occhio vergognoso, come donna: la voce debile, e sottile...", ma forse tutto questo è per un prossimo articolo.