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"Volevo essere strano", il primo libro su Lucio Corsi

C'è un filo sottile ma resistente che collega le colline della Maremma al palcoscenico dell'Ariston, le astronavi e i dinosauri delle prime canzoni al trionfo sanremese, il glam rock anni Settanta alla tradizione cantautorale italiana più autentica. Quel filo si chiama Lucio Corsi, e adesso ha anche il suo primo libro. Si intitola Volevo essere strano ed è firmato da Donato Zoppo, giornalista e critico musicale tra i più attenti alle pieghe meno ovvie del rock italiano. Pubblicato da Aliberti Compagnia Editoriale (144 pagine, 15 euro) il volume è la prima monografia italiana dedicata al cantautore toscano, arrivata in un momento quanto mai opportuno: reduce dal successo a Sanremo con Volevo essere un duro, dall'esperienza all'Eurovision e da un tour europeo, Lucio Corsi è stato l'artista più cercato su Google nel 2025, eppure continua a sembrare uno straniero in patria, un musicista difficile da classificare e per questo prezioso.
Faccia pittata di bianco, chitarre elettriche, riferimenti a Topo Gigio e alle bestie selvatiche della macchia maremmana: Lucio Corsi al Festival di Sanremo è apparso esattamente com'è sempre stato, senza concessioni al format né alla logica del consenso facile. Un alieno, appunto. O meglio, come suggerisce il titolo del libro, uno strano, che è cosa diversa e per certi versi più radicale.
Zoppo inquadra questa singolarità dentro una genealogia precisa e affascinante. Le coordinate artistiche di Corsi attraversano David Bowie e Ivan Graziani, Marc Bolan dei T. Rex e Paolo Conte, Lucio Battisti e Randy Newman. Una mappa sonora in cui il glam rock e la canzone d'autore italiana non si escludono ma si nutrono a vicenda, dando vita a qualcosa che non assomiglia a nient'altro nel panorama contemporaneo. Non è un caso che Zoppo lo inserisca in quella lunga tradizione di eccentrici che hanno calcato il palco dell'Ariston lasciando il segno: da Rino Gaetano a Vasco Rossi, da Morgan a Elio e le Storie Tese, figure accomunate proprio dall'insistenza nell'essere sé stesse anche dove tutto spinge verso l'omologazione.
Il libro ripercorre la traiettoria umana e artistica di Corsi con quella che Zoppo stesso definisce una narrazione dal «piglio fantasioso e surreale», fedele allo spirito del suo soggetto. Si parte dalle origini a Vetulonia, piccolo borgo maremmano che ha evidentemente segnato nel profondo la sensibilità del musicista, si passa per il trasferimento a Milano e la costruzione di un percorso discografico coerente e rigoroso, fatto di quattro album e centinaia di concerti. Tappe fondamentali come Cosa faremo da grandi? del 2020 e La gente che sogna del 2023 vengono analizzate nel dettaglio, così come le collaborazioni con i Baustelle e con il produttore Tommaso Ottomano, decisive per la maturazione del suono.

Donato Zoppo_ph. Riccardo Piccirillo

A impreziosire il volume è la prefazione di Francesco Bianconi, voce e anima dei Baustelle, che offre forse la chiave di lettura più nitida per avvicinarsi alla poetica di Corsi: «Le sue canzoni sono il regno della similitudine, hanno sempre qualcosa di paradossale, con segni che evocano altro e rimandano a un altrove. Non è un neorealista ma semmai un surrealista». Parole che spiegano meglio di qualsiasi analisi tecnica perché certe canzoni di Corsi sembrino arrivare da un posto che non esiste sulle mappe, eppure risultino immediatamente riconoscibili. La copertina è affidata ad Alessio Vitelli.
Donato Zoppo non è nuovo a questo tipo di impresa. I suoi precedenti lavori con Aliberti, dedicati a Lucio Battisti, ai CSI e ai Litfiba, dimostrano una capacità rara di entrare dentro la musica italiana più scomoda e restituirla al lettore senza appiattirne la complessità. Con Volevo essere strano si confronta per la prima volta con un artista giovane e con una carriera ancora in piena evoluzione, quella che lui stesso chiama la prima «vigorosa falcata rock» di Corsi. Una scommessa narrativa, oltre che critica.
Il risultato, stando alle premesse, è un libro che prova a inseguire un musicista in movimento, a fotografare non un'opera compiuta ma un percorso aperto. Il che sembra, in fondo, l'unico approccio possibile per raccontare qualcuno che ha fatto dell'essere strano non un limite ma un metodo, non una posa ma una visione del mondo. O, come scrive Zoppo, una forma di onestà: perché la musica «è buona quando si esprime in purezza, quando è libera dalla zavorra del risultato, dall'assillo del consenso».
Volevo essere strano, di Donato Zoppo, Aliberti Compagnia Editoriale, 2026. 144 pagine, 15,00 €. Prefazione di Francesco Bianconi, copertina di Alessio Vitelli.