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Dieci anni senza poesia…. dieci anni senza Alda Merini. Un ricordo

“É un miracolo che non sia rimasta schiacciata da tutta la sofferenza che ha vissuto. Ci è riuscita grazie ad intelligenza e tenacia”. Dacia Maraini

Il primo novembre del 2009 Alda Merini ci ha lasciati e il mondo si è fatto subito più buio e più cupo e, a distanza di dieci anni, nulla è cambiato. Si sente prepotentemente la mancanza di una donna straordinaria come lo sono i suoi versi, i suoi scritti, i suoi aforismi.

Con lei si è spenta la voce più bella e appassionata di una donna che ha avuto molti dolori e ha saputo trarre da essi la forza e il coraggio per non abbattersi mai e andare avanti con rinnovato vigore.

La sua vita è stata difficile e tormentata tra follia e poesia, tra speranze e delusioni, tra amori e solitudini.

Basta scorrere i suoi dati biografici per comprendere le difficoltà della sua esistenza anche sotto il profilo economico.

Se Alda Merini avesse avuto dei genitori e dei fratelli che ne avessero compreso il valore avremmo avuto forse la poetessa più giovane d’Italia. Infatti, ad appena 15 anni, iniziò a comporre le sue prime poesie che attirarono l’attenzione di Salvatore Quasimodo che la cercò a Milano per conoscerla e parlarle, meravigliandosi per la profondità dei suoi pensieri e la bellezza della sua vena poetica.

                    

Il padre Nemo stracciò in mille pezzi un biglietto di incoraggiamento alla sua produzione fattole pervenire dal poeta nonché critico letterario Giacinto Spagnoletti, urlando:«La poesia non dà il pane!». E quando fu allontanata dalla famiglia e internata prima a Villa Turro e poi nell’ Ospedale Psichiatrico Paolo Pini dove rimase dal 1964 al 1972, tutti sapevano che non era pazza e che quell’infamia l’avrebbe perseguitata per sempre, isolandola dai suoi affetti più cari .

Suo fratello Ezio, così la ricorda:«Dietro i cancelli del manicomio c’era mia sorella che non diceva niente e non sembrava neanche soffrire, mi chiedeva solo una sigaretta. Non ho mai pensato che Alda fosse pazza, a quei tempi si confondeva spesso il guizzo geniale con la malattia mentale e le porte dei manicomi si aprivano con troppa facilità. E chi ci entrava rimaneva marchiato per sempre».

Nei pressi del Naviglio Grande, a Milano, negli edifici della ex tabaccheria comunale, è stata realizzata la sua Casa-Museo e precisamente in Via Magolfa 32.

Inaugurata il 21 marzo 2011, ottantesimo anniversario della nascita di Alda Merini, si estende per 120 mq, disposti su due piani. Al piano terra è stato creato l’Atelier della Parola, un laboratorio di poesia che organizza corsi di scrittura creativa poetica. Al piano superiore è stata allestita la sua camera da letto con i mobili originali e oggetti della sua vita quotidiana: la bigiotteria, i suoi abiti sparsi sul letto, la sua borsa, le sigarette, alcune rose appassite nonché foto d’epoca e fotocopie dei suoi scritti. C’è anche la porta di accesso alla sua abitazione in Ripa di Porta Ticinese 47 dove è morta, piena di appunti e numeri telefonici scritti con il rossetto.

Fu proposta nel 1996 per il Premio Nobel dall’Accademia francese ma non lo vinse. Andò a un’altra straordinaria poetessa polacca dal nome quasi impronunciabile Wislawa Szymborska .

Nel 2004 le sue parole diventano musica cantate da Milva.

Sono nata il ventuno a primavera

ma non sapevo che nascere folle,

aprire le zolle potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve

vede piovere sulle erbe,sui grossi frumenti gentili

e piange sempre la sera.

Forse è la sua preghiera”.

                         

Nel decennale della sua scomparsa le più belle poesie di Alda Merini sono riproposte dal Corriere della sera nella riedizione della collana tascabile diVersi curata da Nicola Crocetti.

Nella prefazione al primo volume intitolato vuoto d’amore Aldo Nove scrive :«Alda Merini è stata una figura unica nel panorama della poesia italiana, non solo perché ha trasceso il campo degli addetti ai lavori per approdare al successo mediatico, ma perché continua a rinnovarsi in un territorio limite in cui il suo mito sempre cede il passo alla potenza della sua opera e viceversa. In Alda Merini la poesia insegue il mito, che insegue la poesia. Entrambi rimangono e crescono nel tempo».