«Mi hanno uccisa e bruciata per duemila anni, della Chiesa non mi importa». Anohni a Napoli con Jesus as a Girl
- di Nicola GarofanoPer la prima volta a Napoli, ANOHNI porta Jesus as a Girl e trasforma il chiostro di Made in Cloister in uno spazio di lutto e rinascita, tra Angelo della Morte, cigni e «Gesù bambina».
Nel chiostro cinquecentesco di Santa Caterina a Formiello, completamente oscurato per la prima volta, domina un’enorme forma astratta alta cinque metri, ispirata a Kali: è l’«Angelo della Morte». Intorno, sulle pareti, scorrono le immagini di cigni che nuotano di notte nei canali di Berlino.
Jesus as a Girl è la prima personale di ANOHNI in Italia, aperta fino al 6 marzo 2027 a chiusura del ciclo RINASCITA. Il progetto riprende un’idea che l’artista porta avanti da vent’anni, la «femminilizzazione della divinità», e che ora prende corpo in sculture, dipinti e maschere in porcellana.
Per realizzarlo, ANOHNI ha attinto a materiali raccolti per le strade e nei depositi industriali di Napoli, trasformandoli insieme ad artigiani della porcellana, al produttore Benedikt Terwiel, all’exhibition designer Mariano Cuofano e all’assistente alla produzione Antonio Parrella. La produzione ha coinvolto anche le competenze artigianali locali, tra cui quelle dell’Istituto Statale Polo delle Arti Caselli Palizzi, che ha contribuito alle maschere in porcellana. Un processo che rispecchia la missione della Fondazione Made in Cloister, da tempo impegnata a promuovere il dialogo tra artisti, artigiani e comunità, riconoscendo nella cultura un potente strumento di rigenerazione urbana.
Per ANOHNI «la catastrofe non è scongiurata» e la rinascita passa per una morte da elaborare, con un lutto e con cerimonie «adatte allo scopo».
Nell’intervista parla di animismo, di Kali, di Marsha P. Johnson e dei cigni di Kreuzberg, «sentinelle» e custodi di dignità e resilienza, e di Gesù, con parole dure e senza mediazioni, rivolte soprattutto contro il patriarcato.
In conferenza stampa ha chiesto a noi giornalisti come stavamo e come affrontavamo questi tempi: la rigiro a lei. Come sta, e quali strategie usa per sopravvivere?
«Così e così: è complicato. Cerco la bellezza e mi rivolgo all’arte e alla musica. E cerco la risata: alcune delle risate migliori della mia vita le ho fatte al capezzale di persone che stavano morendo di AIDS. Ridevamo tantissimo. Mi manca, ne vorrei di più. Di solito sono le altre queen a farmi ridere, ma a volte qualcuno mi sorprende. Di recente una mia amica era qui con altre tre persone che lavorano nella struttura e, mentre cenavamo con cibo italiano, le ho chiesto: “Volete solo guardarci mangiare?”. Lei ha risposto: “È il nostro fetish!”. Mi ha fatto ridere come non mi succedeva da tempo».
“Rebirth” è il tema di questa edizione del festival. Come lo interpreta, e quanto dialoga con il suo lavoro?
«Il tema è stato scelto da un team di curatori, con un programma di due anni, e in parte si sovrappone al mio lavoro. Ma per me, in questa versione, la rinascita è anche una morte. Nella poesia che ho in mostra c’è scritto: “La catastrofe non è scongiurata”, perché credo che non si possa evitare. L’anno scorso, per esempio, sono stata alla Grande Barriera Corallina: sta morendo. Non dico che sia la fine di tutto, ma siamo già nel mezzo di una storia che richiede cordoglio. Dovremmo già essere in un periodo di lutto: il crollo della biodiversità è già un buon motivo.
Pensi a questo: tra i mammiferi, circa il 20% sono esseri umani, circa il 6% animali selvatici e tutto il resto sono animali da allevamento intensivo, in condizioni di stress e di tortura estrema. La maggior parte dei nostri fratelli e sorelle mammiferi è nella Baia di Guantánamo, e noi ne succhiamo la vita. Anche questa è un’occasione di lutto, perché la nostra famiglia di mammiferi soffre enormemente. Con le nostre mani stiamo creando le condizioni delle vite che vivremo in futuro: stiamo creando i paradigmi di vita che noi stessi abiteremo».
La scultura centrale resta immobile mentre luci e architettura cambiano intorno a lei. È una scelta voluta?
«Nel mio sogno anche la figura si trasformerebbe: è la seconda versione di una scultura di questo tipo. Di solito farei muovere le luci su di essa, perché ha molta texture ed è facile da animare e far emergere qualità diverse: è quasi un test di Rorschach. Qui però le luci sono statiche. La figura rappresenta vagamente l’angelo della morte. Il punto è proprio questo: da una parte l’angelo della morte, dall’altra Gesù come una bambina (Jesus as a girl), dove “girl” non ha l’accezione inglese, ma quella italiana di “bambina”. Con girl non intendo riferirmi alle fattezze di una ragazzina in fase prepuberale: intendo Gesù come una bambina».
Da dove nascono i cigni che fluttuano in questa mostra?
«Ho filmato i cigni a Berlino lo scorso inverno, nei canali di Kreuzberg. Era un periodo molto triste: morivano di influenza aviaria, c’erano tanti piccoli e i corpi dei loro fratelli e sorelle sul bordo del canale. Ma quelli rimasti continuavano a muoversi, perché i cigni sono fedeli: si accoppiano per la vita. Mi hanno colpita la loro dignità e la loro compostezza di fronte alla calamità, che mi ricordavano alcune esperienze della mia comunità. Mi ha colpita anche la loro natura selvatica, pur vivendo così vicino a noi e alla nostra stessa deriva, pur osservandoci. Ho iniziato a pensarli come sentinelle, custodi, osservatori di una chiarezza più onnisciente e amorale su ciò che sta davvero accadendo. Hanno mantenuto dignità e resilienza, che oggi è una strategia di sopravvivenza fondamentale. In America la resilienza l’abbiamo imparata soprattutto dalle persone nere, dalla loro musica, dalla loro vita e dalla loro cultura. Noi queen ci affidiamo molto alla resilienza delle donne nere, delle cantanti, e impariamo a sopravvivere guardando le loro strategie».
Com’è nata l’idea di Jesus as a Girl?
«Quando sono venuta in Italia nel 2005 per un’intervista con La Repubblica, sapevo che Ratzinger leggeva il giornale a colazione. Aveva appena detto che il matrimonio gay era una minaccia per la biosfera quanto la distruzione delle foreste pluviali. È stato allora che ho cominciato a rendermi conto che la stampa, per un artista, è una delle componenti più importanti del nostro mondo.
Ho risposto al giornale: “La Chiesa non può essere redenta finché Gesù non sarà una bambina, Allah una donna e Buddha una madre”. È stato l’inizio di questa campagna: femminilizzare la divinità per invertire una malattia di oltre duemila anni, la sottomissione del femminile, così profonda da aver messo a tacere ogni dissenso. Non ricordiamo più una società egualitaria prima del patriarcato nel mondo bianco: ci hanno cresciuti facendoci credere che una società egualitaria non sia mai esistita in Europa, che il patriarcato sia sempre esistito e che, prima di quello, ci fossero solo cavernicoli che trascinavano le donne per i capelli.
Di recente ho letto un’opera di Marija Gimbutas, l’archeologa dell’UCLA, il cui lavoro sta tornando alla ribalta. Fu messa a tacere alla fine degli anni Settanta perché aveva cominciato a sostenere che i reperti archeologici avvalorassero l’idea che, in tutta Europa, o almeno in alcune sue regioni, esistessero strutture sociali autoctone ed egualitarie, precedenti a quella che lei definisce l’invasione indoeuropea. Questa avrebbe introdotto in tutto il continente un livello di violenza completamente diverso e, forse, anche nuove forme di armamento. È importante ricordarlo, perché una delle cose più gravi che si possano fare è compiere un genocidio della nostra memoria, cancellandola e distruggendola.
Ho lavorato con i Martu, nel deserto dell’Australia occidentale. Sono l’unico gruppo che conserva una memoria familiare diretta e vivente della vita precedente al trasferimento forzato nelle missioni colonizzatrici, e quindi ancora oggi custodiscono conoscenze originarie della propria cultura, della propria storia, del loro deep dreaming, del loro modo di vivere e di essere. Ma l’obiettivo stesso del trasferimento nelle missioni era cancellare, nel giro di una o due generazioni, la memoria di ciò che erano stati, non soltanto convertirli a una religione.
Immagina che cosa è successo alle donne in duemila anni, con mille anni di roghi: è bastato per spaventare le nostre vite e riprogrammare il nostro genoma così profondamente che non riusciamo a immaginare una rinascita, solo una fedeltà da sindrome di Stoccolma verso i nostri uomini. Ma dobbiamo ricordare che gli uomini sono e saranno sempre inclini a stringersi la mano: non importa quanto si distruggano a vicenda, alla fine di qualsiasi guerra si stringeranno la mano.
Le donne non sono abituate a usare un potere collettivo che minacci il dominio patriarcale. E c’è una ragione strutturale, un disegno malevolo in questo. È un PTSD che arriva fino ai cromosomi: si dice che i nipoti dei sopravvissuti all’Olocausto abbiano un genoma modificato in modo rilevabile. Non possiamo più fingere che la memoria non sia codificata nel genoma, soprattutto quella legata a traumi profondi che si perpetuano da migliaia di anni.
Dieci anni fa dicevo che è più facile immaginare il collasso della biosfera che un passaggio a sistemi di governo femminili. Non si riesce a concepire una maggioranza di donne, di madri o di nonne, riunite per prendere decisioni a salvaguardia della nostra specie. Ma chi non si fiderebbe di un cerchio di donne, di nonne, che decidono per il bene della famiglia? Eppure è considerato ridicolo anche solo suggerirlo. Credo che portiamo tutti dentro una “cellula dormiente” di conoscenza soppressa, e che le donne siano la cellula dormiente soprattutto della società bianca».
Nel suo progetto si parla di femminilizzare il divino: in che senso?
«Il progetto riguarda la femminilizzazione della divinità, o meglio la sua rifemminilizzazione. Non credo che la divinità abbia una controparte: c’è una sola divinità, non una maschile e una femminile. Non credo in Yin e Yang, nella luce e nel buio, nel bene e nel male: è una falsa dicotomia. La luce esiste dentro l’oscurità, il maschile dentro il femminile. L’idea di opposti equilibrati che cooperano è una fake news pensata per confonderci. Empiricamente vediamo che tutta la vita sgorga dal corpo delle donne, o dalla femminilità, quasi senza eccezioni. Persino il Big Bang è stato uno squarcio nel cielo, nel vuoto, da cui è sgorgata ogni manifestazione.
L’impulso alla creatività è l’aspetto principale della femminilità. E come donna trans il mio compito è onorare, consacrare e deificare la femminilità in modo cerimoniale. È quello che facciamo: veneriamo, custodiamo e valorizziamo il femminile, perché è la nostra luce principale, la nostra guida. Per questo ci trucchiamo, ci pettiniamo, tracciamo belle linee sugli occhi. La Queen è molto brava con le linee: ama farle perché ama ciò che le linee possono esprimere. La Dea crea le linee degli alberi, la Queen quelle degli occhi. Ci piace giocare all’ombra di nostra madre, restando aggrappate alle sue gonne».
Spiritualità e natura sono due temi ricorrenti nel suo lavoro. Come li mette in relazione?
«Con il tempo ho assunto un modo di pensare animista: credo che tutta la materia abbia un valore o una presenza spirituale. Sono cresciuta cattolica, come probabilmente te. Anche tu hai creduto di essere spiritualmente separato dal resto del mondo naturale, di avere un destino spirituale diverso da quello del resto della natura? Io penso che sia una fake news. Siamo parte della natura. Non andrò in nessun posto in cui non vada anche la volpe sulla strada, in nessun posto in cui non vada questo tavolo. Qui dentro c’è acqua che è passata attraverso migliaia di corpi: l’oceano, animali preistorici, mammiferi, insetti, uccelli. È stata pura, è stata sporca; ora è Coca (indicando una bottiglia di Coca-Cola sul tavolo).
Nella mia pratica creativa ho imparato dal danzatore butō Kazuo Ōno a usare la creatività per sognare in modo più ampio la materia e il mio rapporto con essa. Quando danza, in un momento è il corpo di un salmone, poi di un bambino, poi di un albero, poi di un suo antenato di duemila anni fa, poi di uno di trentamila anni fa. Per un’artista l’immaginazione è uno strumento stupendo. Penso alla creatività come a una versione infantile dello strumento con cui la dea crea. Così noi artisti giochiamo nella sabbiera della sua effettiva capacità creatrice».
Chi è Gesù per lei? In un’intervista ho letto che lo associava a Marsha P. Johnson.
«Sì, Marsha era molto “alla Gesù”. Chiedeva l’elemosina tutto il giorno e poi dava i soldi alla persona che incontrava dopo: se qualcuno le chiedeva un dollaro, rispondeva: “Oh tesoro, ho appena preso tutti questi soldi, prendili”. È molto “Gesù” dare la camicia che hai addosso quando non ne hai un’altra. Come Sylvia Rivera: l’ho conosciuta su un molo, in pieno inverno, con delle cisti in faccia, e diceva: “Non me ne vado da questo lago finché non ci saranno più persone con l’AIDS che vivono qui fuori”. Era una socialista “vecchia scuola”, che non credeva di dover avere più degli altri. Non credo in Gesù come figura a cui rivolgermi personalmente, ma se funziona per te, va bene».
A chi si rivolge, allora, quando prega?
«Soprattutto a Kali. Sto cercando di avvicinarmi molto a lei, perché è la protagonista della mia vita: compie passi enormi. Devo imparare ad amarla come una figlia, per quanto possibile, qualunque cosa mi faccia. Devo sottomettermi, cedere alla sua saggezza, anche se significa cataclisma. Tutto questo è il suo sogno, anche le parti peggiori: la malattia, l’AIDS, il genocidio. Ho fede che sia al servizio del suo principio, la creatività. Credo che voglia il meglio per noi e che, sotto tutto, ci sia un’occasione di tenerezza così rara che valeva il sacrificio.
Credo che Dio senta tutto ciò che sentiamo e che sia emersa dal Big Bang come strategia di sopravvivenza, perché era troppo sola: faceva troppo male, e così si è divisa in due. Non siamo così separati da lei. Dio è una ragazza, Gesù è una bambina, Allah è una donna, Buddha è una madre: tutto lo spettro creativo è femminile, e non c’è un opposto alla creatività femminile. Siamo tutti espressioni creative della dea, e lei esplora le sue possibilità in ciascun corpo».
Che rapporto ha con la Chiesa? Non teme che dire che Gesù è una bambina possa risultare offensivo?
«Non è un mio problema: sono una queen. Mi hanno uccisa e bruciata per duemila anni, quindi della Chiesa non mi importa. Per quell’organizzazione sono un corpo sacrificabile: è un’organizzazione malvagia che diffonde disinformazione. “Dio è un uomo” è una fake news, legata al colonialismo, a tutta la nostra ricchezza, alla Coca-Cola, a ogni lusso di cui siamo complici.
“Gesù è una bambina” significa lavorare con un linguaggio accessibile e, soprattutto, aiutare le ragazze. Un’amica mi ha raccontato che sua figlia, di 12 anni, ha iniziato ad avere il seno e subisce già apprezzamenti per strada. Le ho spiegato che fischiano perché le stanno dicendo che è proprietà di un uomo o di tutti gli uomini: a 12 anni sta imparando che è una cittadina di seconda classe. La mia migliore amica a 13 anni aveva già avuto tre aborti, fatta abortire da insegnanti e da suo padre. Gesù è una bambina perché è lei quella in croce: si preoccuperebbe soprattutto delle ragazze, non di questi uomini».
E secondo lei che cosa si può fare, concretamente?
«Gli uomini sono fuori controllo: Donald Trump, Pete Hegseth nel mio paese, uomini senza fine. Le madri devono riprendere il controllo, solo le madri possono farlo. Dovrebbero poter “abortire” i figli fino ai 75 anni, se un figlio è fuori controllo: dobbiamo riportarli nel corpo delle madri, prendendoli per il cordone ombelicale. So che suona come uno scherzo, come una fantasia infantile, ma è una soluzione più possibile di quelle sul tavolo. Siamo una maggioranza non sfruttata e senza potere. Io sono solo una donna cerimoniale, una donna trans, non una donna “vera”: non li ho partoriti io. Se non c’è un’altra via, incontreremo l’angelo della morte.
Nessuno crede possibile un’inversione di rotta, tranne chi ha figli sotto i dieci anni, che spera disperatamente per giustificare la scelta di averli avuti. Gli altri pensano che siamo ai tempi finali: “Facciamoci un’ultima vacanza prima che muoia la barriera corallina”. Quello è nichilismo, non speranza. Io spero che madri e nonne trovino un potere radicale e, se necessario, taglino la gola ai mariti per cambiare il paradigma. Ho sentimenti molto forti, mi dispiace, è il mio fervore. Ho una fiducia incrollabile nel potere delle donne e della dea. Le donne dovrebbero essere la cellula dormiente che cambia la terra: ogni donna dovrebbe separarsi dal marito e parlare con le sue sorelle. La rete maschile è una prigione malevola sovrapposta, costruita in circa 3000 anni».
Quindi lei suggerisce che siano le donne a prendere il potere?
«Di certo non puoi fidarti di me: sono una queen, non ho passato né futuro, non so da dove vengo, la mia storia è stata cancellata e ne ho solo frammenti. Mi hanno detto che ero la prima persona nata così, mentre nelle società indigene esistiamo da migliaia di anni. Voi donne avete la vostra storia, potete afferrarla e fare il lavoro; io no, perché per molti non sono nemmeno umana. Anche da cittadine di seconda classe avete un posto alla tavola della famiglia. Io no, a meno che non me lo offrano per carità: “Questa settimana abbiamo un figlio non binario, proviamo per cinque mesi… no, ora è cancellato”. Ci sono tanti uomini dolci e sensibili, ma non faranno mai pendere la bilancia. Li amo, amiamo i nostri figli, ma questo non basta a fermarli».
Lei dice che la stampa è importante per un artista. Che ruolo può avere nel diffondere questi temi?
«Per un artista la stampa è la parte più importante del lavoro: voi giornalisti siete la versione più importante della nostra opera, perché questa è una delle poche occasioni che abbiamo per parlarci, per ascoltare persone che operano più o meno nel nostro stesso ambiente professionale e per confrontarci, al di là di questa sorta di falsa celebrità, o qualunque cosa sia. Possiamo così costruire conversazioni capaci di contrapporsi al discorso dominante. La mia richiesta è: non sprecare tempo a scrivere di me. Se qualcosa di ciò che ho detto ti sembra utile, scegli una o due cose e usale come un’arma per diffondere questi messaggi. Hai potere: ogni scrittore ha un suo potere d’azione. Non usarlo come credo io, ma riversa tutta la tua anima nel modo in cui credi profondamente sia giusto».
Ha collaborato con Franco Battiato, che era anche pittore. Ha mai visto le sue opere? E lui, ha mai visto le sue?
«Sì, sono stata a casa sua e mi ci sono fermata per un po’. Era piena di suoi ritratti di amici e di altre persone, volti molto realistici. Era un uomo bellissimo, innocente e appassionato. Non credo che apprezzerebbe molto il mio lavoro: è gentile, ma non credo che mi sosterrebbe».